
E' bizzarro ma certamente non sorprendente che la cosa migliore su questa band l'abbia scritta un blogger. La potete trovare nella sezione dedicata alla biografia nel sito ufficiale della band che ha sostituito una noiosa presentazione stampa con un accorato e viscerale atto d'amore nei confronti di una musica definita come umbratile, metropolitana, notturna e incredibilmente suggestiva. Questi soni i Junior Boys e questo è il loro mondo fatto di eleganza e silicio, omaggi ai grandi della musica pop e ascolti da suburra londinese. Nel mezzo c'è Jeremy Greenspan: mente e cuore della band, sopravvissuto al suo ex compagnio di viaggio Johnny Dark (con cui realizzò parte del precedente Last Exit e ora avviato al debutto solista) ora in coppia con Matt Didemus già ingegnere del suono ormai promosso a membro della band a tutti gli effetti. E' con lo stesso Jeremy che parliamo del risultato di questo turn over: un disco intitolato So This Is Goddbye pubblicato per la Domino Records in cui non si è persa neppure un'oncia dell'aplomb per cui li avevamo conosciuti in passato.
Se il ritmo si è fatto leggermente meno ballabile a guadagnarci è stata l'anima pop del duo, un connubio di spiccata sensibilità pop e di produzione sbarazzina che li porta ad essere spesso paragonati ai mammasantissima delle classifiche di mezzo mondo, persino all'ultimo Justin Timberlake prodotto da Timbaland. Incrocio di sacro e profano o segno dei tempi che cambiano? "Accostamenti di questo genere non ci danno minimamente fastidio, siamo consapevoli che ciò che facciamo è pop e non abbiamo la pretesa di suonare difficili o astratti. Cerchiamo di combinare la tradizione con nuove idee e non penso ci si possa definire appartenenti a chissà quale bizzarra nicchia musicale". E' una posizione scomoda quella del cronista in questi casi: spiegare ad una platea di lettori presumibilmente alternativi come alcune delle cose più innovative ed interessanti sul mercato siano proprio quelle in cima all'airplay delle radio. Dopo anni passati tra balletti, jingle demenziali e tormentoni sottovuoto questa è l'estate in cui si canta a squarciagola Crazy degli Gnarls Barkley, autori di uno dei dischi più colti, raffinati ed impeccabili del 2006: "Fin troppo facile dire che pregiudizi diffusi normalmente tra gli appassionati di musica sono spesso sbagliati. E' il concetto stesso di identità musicale ad essere cambiato: 20 anni fa le persone avevano una band culto da osannare, una scena a cui fare riferimento. Ora invece possiamo permetterci di avere punti fissi più variabili: in 5 minuti posso googlare ciò che mi interessa, accedere immediatamente a quello di cui ho bisogno".
Proviamo ad esplorare in tutto e per tutto questa terra di mercimonio e peccato. Abbiamo parlato di classifiche, stelle più o meno brillanti del firmamento musicale, a questo punto rimane da citare solo l'altro spazio dannato dell'intero mercato discografico: la musica d'uso, quella da ballare. Chissà se un posato manipolatore come Jeremy è solito calcare i dancefloor, proprio lui che in Last Exit infilava ammiccanti ritmiche 2step su brani capaci di far spillare la prima lacrima della stagione: "Più che ballare ho fatto per molto tempo il dj resident in un club. Suonavo molto uk garage e drum&bass. Mentre preparavo il nuovo album invece ascoltavo soprattutto musica disco: era divenuta quasi un'ossessione per me. In particolare dischi pubblicati sul finire degli anni 70/inizio anni 80, molte cose americani, newyorchesi e, ironia della sorte, anche molte cose italiane! Conosci per caso Claudio Simonetti?" Certo che lo conosciamo caro Jeremy: è lui che ci ha impedito di dormire per anni tessendo incubi rigorosamente di colore profondo rosso e scivolando di tanto in tanto nel terreno del clichè bello e buono. "Simonetti è certamente grossolano ma credo ci sia un certo snobismo verso le produzioni del proprio paese. Anche se non vado così spesso nei club e non sono un gran ballerino sono convinto che la dance sia l'influenza principale della mia musica. Non faccio canzoni per le discoteche ma ho sempre amato il concetto di ritmo: la disco ad esempio è leggermente più lenta di quello che siamo abituati a ballare di solito, più pigra e triste. Allo stesso modo volevo che anche la nostra musica suonasse più lenta del necessario". Quella di So This Is Goodbye è una produzione che fa un passo indietro rispetto al passato gettando meno carte sul tavolo ma prestando maggiore attenzione alla loro disposizione: "A livello tecnico abbiamo usato molto sintetizzatori analogici invece che digitali così abbiamo finito per avere sonorità in qualche modo scarne, volevo capire il funzionamento delle macchine con cui lavoravamo e molti dei brani sono costruiti a partire da sequenze estremamente basilari. Quello che cercavamo era una sorta di staticità ipnotica".
Sarà la lentezza o la cura del dettaglio ma la musica dei Junior Boys sembra fatta per essere suonata da un dj col cuore in frantumi tanto è fredda ed accorata allo stesso tempo. Strano che si parli così spesso della loro provenienza geografica d'oltreoceano, anche a fronte di una recente firma con una delle più grandi etichette europee, dalle nostre parti riscuotono molto più successo di quello che mettono assieme in patria. Vecchio o nuovo continente dunque? Il gioco delle dicotomie è di quelli che riescono a non stancare: "La verità sta nel mezzo: il fatto è che siamo una band profondamente Canadese. Con questo intendo che il Canada è l'esatta combinazione di influenze europee e americane. Pur essendo vicini agli U.S.A. manteniamo una forte identità nazionale che risente di influenze delle comunità inglese e francese. La città da cui vengo io, Hamilton, in particolare ha una componente fortissima di abitanti italiani. La leggenda dice che la maggioranza degli immigrati italiani della mia città provengano dalla dallo stesso borgo siciliano e che ormai ci siano più italiani qui ad Hamilton che nella loro città d'origine". La frittata è ormai fatta e non possiamo rinunciare ad immaginare l'affettato interlocutore con tanto di stereotipizzata coppola siciliana in testa. Lo permea infatti un senso di malinconia esattamente equidistante tra la saudade portoghese e gli stornelli suonati al ritmo di scacciapensieri da immigranti d'inizio secolo in vista della statua della libertà.
Tra il serio e il profano continua a strisciare verso di noi la sensazione che nessuno come loro sappia descrivere quel sentimento di asettica tristezza che molti ultimamente sembrano provare. Superata ormai anche la letteratura di Breat Easton Ellis i protagonisti dello spleen targato nuovo millennio pranzano in ristoranti costruiti in alluminio dove il feng shui impone una dieta fermamente macrobiotica innaffiata da litri di acqua Evian. Di droghe neppure l'ombra, a far battere il cuore sopra la quota consentita basta lo stress quotidiano innaturalmente bradipizzato da musica come questa di cui parliamo ora, mossa da ritmi letargici e accordi rigorosamente minori. E' al nuovo cittadino europeo dunque, quello deluso da Maastricht a cui neppure un recente campionato del mondo è servito a scaldare il cuore, che i Junior Boys si rivolgono: "L'Europa è un posto strano, una volta si era abituati a pensarla come il centro del mondo ma ormai abbiamo perso qualunque riferimento di questo tipo e anche le persone che ci vivono non hanno più nessuna possibilità di identificarsi con i propri nonni, hanno definitivamente perso parte della loro identità". E noi che pensavamo di essere stati fin troppo catastrofici! Jeremy sembra volerci superare a destra in questa gara al massacro dove la vittime illustre (dopo aver già ucciso il concetto stesso di musica alta/bassa commerciale/avanguardistica) sembra essere il vecchio continente intero. "In Europa la musica elettronica è molto più amata che altrove e poi lì da voi c'è un romanticismo inimitabile che viene allo scoperto in molta musica elettronica che apprezzo. Ci sono musicisti europei degli anni 80 che amo moltissimo: John Foxx e gli Ultravox ad esempio. In questo disco ci sono molti testi che parlano del passato, di nostalgia per cose perdute, sentimenti in qualche modo simili a quelli della musica di Brian Ferry che racconta ciò che eravamo e che ormai non siamo più". Arrivata l'ultima sillaba attraverso la linea telefonica d'improvviso ci ritroviamo in mezzo ad un cumulo di macerie. In un sol colpo abbiamo capito che la perfezione formale di questo tipo di musica nasconde uno spirito profondamente iconoclasta e distruttivo. Il gioco è quello di camminare a ritroso sulle proprie orme per nascondere la propria pista agli inseguitori, risuonare (ricordandosi di lasciare il cuore sul comodino) le canzoni dei nostri genitori in modo che loro non siano più capaci di riconoscerle. Il trucco è vecchio ed è lo stesso di quella band tedesca che, fingendosi composta da robot, giocava a spaventare l'ascoltatore gettandolo senza preavviso in un futuro remoto che non sapeva di stare già vivendo.
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