
per chi fosse interessato nei commenti di questo post si è sviluppata una discussione dove la famigerata indie-blog-ballotta (quella a cui si augura ogni tanto la morte o sventure varie) si fa i (magri) conti in tasca, tira fuori speranze (spesso deluse) e anche qualche (bislacca) idea. Non posso fare a meno di dire la mia, di pancia più che di testa visto che si tratta di una cosa a cui purtroppo (è più forte di me) sto dedicanto i miei giorni.
1# Jukka dice:
"mi piacerebbe avere una piattaforma, dove non vi sia capitale dove parlare di musica [...] ritengo sia indispensabile l'assenza di capitale..perche' dove arriva il soldo la passione muore o fa fatica a rimanere libera.... la penso cosi'...e probabilmente sono anche un po' anacronistico nel dirlo"
L'unica cosa che trovo condivisibile è l'auto accusa di anacronismo. Personalmente sogno l'esatto opposto: una graduale ma fortissima professionalizzazione del mestiere musicale, che l'Italia possa divenire un paese dove suonare, ma anche scrivere o occuparsi di musica in senso lato (vogliamo tenerci i discografici che abbiamo oggi?), sia un lavoro a tutti gli effetti. Pagato e magari anche molto bene. Il mio modello è quello dell'Inghilterra, da tantissimi anni una stupenda fucina di mito r&r che porta guadagno morale e materiale a tutti quanti, dove un paese ha un comparto culturale degno di questo nome con un vero e proprio fatturato. Allo stesso modo un luogo serio e qualitativamente elevato dove discutere di questa materia dovrebbe essere strutturato con la medesima mentalità imprenditoriale, non nei modi quanto nell'attutidine di volerne legittimamente esigere un riconoscimento professionale con cui ci si possa fare la spesa il sabato pomeriggio all'Esselunga. La musica dovrebbe essere una passione, non un hobby. Mai. Io amo il "professionismo a tutti i costi": quello capace di tirare fuori un fiore dalla merda, quello di chi vi dedica anima e corpo e ne fa un impegno full-time.
#2 Si parla poi di un grande portale aggregatore di blog. La storia recente ci insegna che strutture di questo tipo sono sempre crollate di fronte alla frammentazione dei contenuti e delle piattaforme. I giganti sono stati mangiati dall'esercito dei topi, il social networking ce lo insegna, myspace o splinder non assomigliano certo a cose del genere. Paradossalmente l'unica opzione che ha senso è quella di una rivista online di altissimo profilo sull'ovvio modello di Pitchfork (attorno cui di soldi ormai ne girano parecchi ma questo sembra andare bene a tutti. Dunque loro ci possono guadagnare e noi no?) che sia IL punto di riferimento per molti discorsi musicali e che, soprattutto(!), serva a scardinare il mito secondo cui non è possibile fare profitto con i contenuti sul web. Il modello economico di internet in Italia mi sembra ormai maturo per un'esperienza di questo genere a patto che sia fatta con molto (ma molto) sale in zucca e la ferma idea, primissima cosa, di trovare acquirenti di spazi pubblicitari come . Detto questo io personalmente non avrei nè tempo nè possibilità di imbarcarmi in un'avventura del genere ma sono prodigo di auguri.
#3 Per finire Dave Kulp scrive quello che secondo me è la cosa meno plausibile di tutte. Forse una provocazione, forse la tentazione di fare il bastian contrario ma dire:
"dei blog, appunto, non mi sembra ne abbia bisogno nessuno (a parte i bloggers themselves). E' un gran bel divertissement, un circo di auto-referenzialismo, ma in termini concreti io sono convintissimo che i blog non facciano "la" differenza, che non contribuiscano più di tanto alla promozione di certa musica"
Come si faccia a scrivere questo alla luce degli sviluppi discografici (e parlo di mercato puro e semplice, grafici e robe del genere) degli ultimi anni è un mistero. In questo preciso momento storico in cui la musica e la conoscenza in genere sono spezzattati peggio della verza in una cassoeula non si può credere sul serio che bastino una rivista e due newsletter ad informarci in maniera completa. Non mi sento affatto "un poveretto" e anzi provo malcelato orgoglio nel riuscire a sublimare quello che è, probabilmente, il mio unico amore trasformandolo nel sostentamento (money money) della mia vita. Che ascolti Justin Timberlake (il cui disco ho recentemente acquistato) o gli Hood (di cui ho tutti gli LP) poi è una questione personale di cui no mi stancherò mai di parlare. In un blog appunto.
Grazie di aver letto sin qui.
Ora cantiamo insieme.
7.11.06
Con la fotta di svoltare penso prima a me/Perche' tempo per scherzare non ce n'e'
scrive a. alle 00:43
tag: critico musicale, giornalista, no biz like music biz, pitchfork, soldi
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11 commenti:
eccoci. milano cambia la gente in un attimo.
+++Io amo il "professionismo a tutti i costi"+++
cosa che ovviamente trovi non sia plausibile nella politica. lo so da nostre lunghe chiaccherate, dove tutto si incentrava sull'anti establishment.
cioe' e' solo il professionismo che ci da i fiori dalla merda?
riguardo alla storia della musica è da gesti spontanei che sono venuti fuori fior fiori di dischi... penso a molta della tradizione r'n'r, folk elettronica tutta la musica estrema che poi ha cambiato il mainstream
una conoscenza piu' approfondita delle storie dei musicisti e della musica aiuterebbe.
mentre spesso alla luce del professionismo gruppi si sono disintegrati nel nulla... perche' la musica e' passione prima che calcolo...
io poenso che la politica si sia espressa al meglio quando l'espressione locale, slegata dalla visione della carriera ma solo dal puro ideale, dalla spinta ideale generava una parecipazione popolare a volta anche non preparata.
poi arrivò il professionismo della politica a sterilizzare le ambizioni...
uso il paragone politico perche' se ne parlo' a suo tempo...e sostenevi tutto al di fuori della profesione solo per passione..potrebbe essere improrio perche' io sostengo tutt'ora il concetto di alto stipendio a chi fa politica in parlamento quindi mi inceppo...e torno alla musica
non trovi che l'alta professionalita' in UK abbia prodotto palate di merda...forse sei govane...ma l'epopea brit pop e il lavoro di grandi professionisti rovino la musica inglese fino a ridurla a sterco... ci fu il sopravvento di importazioni culturali molto forti dopo quel periodo...ad esempio mi risulta che i godspeed, puro esempio di professionalita' in musica, si presero la copertina dell'NME...
molti movimenti musicali e culturali che hanno cambiato la storia della musica partono dalla non professionalita' per essere assorbiti nel momento di punta e splendore dal professionalismo ...per poi essere sfibrati dal professionalismo..e quindi dal soldo a tutti i costi.
ho moltissimi esempi... dal grunge al post rock all'elettronica al punk a quello che vuoi...
stessa cosa si potrebbe dire per il pop r'n'b da classifica che ti paice...prende dallo spontaneismo non professionale le idee e le confeziona molto bene.. saturando e bruciando molte di quelle idee...
e questi discorsi valgono per italia e non
piu' in generale
la fatica per la passione, a costo e guadagno zero(ripeto costo e guadagno zero) non mi ha mai spavetato. non suono in un gruppo a gratis(costo e guadagno), ma non e' stato mai quello l'obbiettivo(passione a costo e guadagno zero..se c'e' il guadagno senza compromesso mi sembra naturale accettarlo). altrimenti avrei fatto scelte personali differenti anche nei confronti di amici e componenti della band e storia personale.
come sai ho avuto a che fare con grandi strutture dominate dalla logica del capitale ed ho accettato le regole quando queste non snaturavano il progetto artistico da NOI proposto.
c'e un grande gruppo forse fin troppo intransigente che si chiama fugazi che ha costruito una fama mondiale in contrasto con la logica del capitale, che molti professionisti della musica non sono mai riusciti neppure a riprodurre in sogno... altri artisti sono riusciti a strappare concessioni al capitale uniche.. leggi sonic youth..prodotto album splendidi influenti oltre ogni britney, portato alla luce gruppetti come i nirvana e guadagnbato soldi in abbondanza per farsi i propri dischi estremi che non trovavano spazio con il marchio del capitale..hanno finanziato con idee milionidi giovani musicisti e centinaia di esperienze musicali.
le idee e la passione stanno alla base della rinascita di una scena e di una reale cultura musicale. se quelle due misere carratteristiche riescono ad avere il sopravvanto allora anche la primaria importanza dei soldi arriveranno
i soldi non sono il capitale. sono soldi.
ti consiglio anche di leggerti i manuali di storia dell'arte. sono interessantissimi nel capire il rapporto tra capitale ed arte.
salta il capitolo dedicato alle committenze del rinascimento...oppure leggiti un paio di righe sul cosidetto "braghettone"... poi passa all'arte moderna e contemporanea.
forse sara' utile.
occhio andrea
milano cambia la gente alla svelta.
In questo momento purtroppo non ho tempo di poter approfondire (sto, appunto, "lavorando nella musica") questo discorso che meriterebbe un intervento più articolato.
Però mi sembra che la tua reazione contenga una dose di serietà molto maggiore rispetto a quella generata (intenzionalmente) dai commenti al post di J Lo Spilungone.
L'imprudente non ha proposto un "aggregator" (parolona!) ma del semplice e disimpegnato "cross posting": si diceva ai tempi di Usenet ma il concetto sbracato non cambia.
Cominciare da qualche parte, "fare una base" e poi vedere come ci si sente a riguardo. Senza intenzioni di conquista, di fare ordine, di farci soldi, di "andare da qualche parte".
Secondo me il tuo concetto di "professionalismo" poco si addice ai blog ed ai blogger. Forse io mi sbaglio, forse ai concerti degli Hidden Cameras ci sono centinaia di persone che parlottano e tendendo l'orecchio si colgono decine di "comprai il disco quando ne scrisse Polaroid", “sono qui perché vado a vedere tutto ciò che consiglia Jukka”... oppure no. Dimmi tu.
Poi non so... se il blog è così importante e se il blogger è un missionario della musica ultra professionista, com'è che ogni 5 post salta fuori Pitchfork, The Wire, Plan B, ecc? Da come parli tu sembra che tutti abbraccino un individualismo hardcore, illuminati da una conoscenza musicale enorme. Io non la vedo così. Sono dilettanti, che (fortunati loro!) si entusiasmano ancora e se ne fregano del professionalismo.
Il blog per me non ha credibilità e mi sembra che il blogger stesso, che cita Pitchfork e gli altri blog in continuazione, dubiti se stesso della propria voce. Io me la vivo così. E poi, se i blogger sono così importanti, com’è che le etichette (parlo dell’Italia) non comprano spazi pubblicitari su queste pagine? Com’è che i blogger non sono ricoperti di promo?
E mi fa ridere quando parli di "sviluppi discografici". Come se quelle robette tipo i Clap Your Hands and Say Yeah fossero veramente diventati famosi grazie ai blog e non grazie ad un singolo articolo sul New York Times. I blog possono scrivere 500 post sui pinco pallo, ma il gruppo esplode quando arriva un giornale con credibilità da vendere ad appoggiarli. C'è poco da fare. Pensa a Kill The Vultures e Parenthetical Girls, che trovano distribuzione e vengono in Italia SOLO grazie a Blow Up. Certo certo... i Radio Dept., attacchiamoci pure ad un sogno diventato realtà…
Vabbè... vado a lezione.
oh mamma qui è roba seria cristo.
fo veloce come ts che ci vorrebbe realmente troppo tempo.
@ jr: sì milano non è simpatica per nulla. ma neanche firenze lo è, ci s'ha la puzza sotto al naso. e bologna, che son tutti indie con le convere, la camicina e la cravattina. roma? dove ci si vuole tutti bene. insomma milano cambia se ci si vuol far cambiare, altrimenti sarà una città come le altre. concordo per tutto il resto e soprattutto la pseudo professionalità UK che porta merda su merda e toglie spazi e riempie inutilmente gli scaffali dei negozi nostrani. portando via centimetri a qualche buona cosa.
@ ts: oddio commentare te mi scappa da ridere. infatti non lo so. ti voglio bene.
@ dave gulp: il blog è per cazzeggiare. pigliarsi sul serio, boh? vedo tanti segaioli che scrivono di dischi che non si trovano, che linkano download per farsi ganzi con quattro gatti. ai blogger non vengono mandati promos per i motivi di cui sopra e perchè non ce ne sono.
tieni presente che due dei gruppi che citi è grassa se superano le cento copie. e dubito che uno si prenda la briga di prendere in distribuzione un'etichetta o peggio ancora un singolo gruppo solo per un paio di rece positivo o un articolo qua e là. spiace ma, le riviste incidono pochissimo. tranne eccezioni, ovvio.
scusate l'italiano, ero di corsa.
mamma mia, quanta roba in due post, per fortuna che i blog sono per cazzeggiare altrimenti Bruno Vespa ne apriva uno per scrivere due libri al giorno :)
Bello però che finalmente si parli in maniera seria del problema che in Italia (e non solo) il settore musicale è considerato meno della produzione di stecchini...
non capisco perchè il tutto sia andato a finire in una scissione incomprensibile tra professionalità e passione: cosa c'è di più passionale se non sfuggire dalla logica culturale italiana (e ripeto, non solo italiana) che ci vuole tutti impiegati o, se ti va "bene", imprenditori in qualche fabbricuccia di scarpe, o in una supercooperativa, o in un call-center di merda, per far diventare la propria passione appunto un lavoro vero e proprio?! "lavoro vivo", "liberato" diceva quella cariatide di Marx :)
Oggi tutto ciò vuol dire anche denaro, per forza, altrimenti qualsiasi passione diventa un hobby che prima o poi con gli anni sfuma perchè campà diventa sempre più difficile e "costoso", ergo abbandono la mia chitarra in cantina e cerco di vendere merda in qualsiasi call-center che mi dia i soldi per campare.
A meno che non ci sono papà e mamma che hanno tanti soldini e io faccio quel che cazzo mi pare (perchè l'Italia è l'unico paese del primo mondo che non prevede un minimo di sussidio di disoccupazione; chi si occupa di musica dovrebbe essere il primo a richiedere con forza il diritto ad un reddito di esistenza, perchè per vivere nel 2006 non basta l'aria,l'acqua e il pane ma ci vogliono money money) e investo migliaia di euro per il sogno di diventare come Vasco Rossi, o se va bene come Manuel Agnelli: quanta gente conosco che ha buttato via e regalato a perfetti deficienti migliaia di euro per fare dischi penosi che li registravo meglio io con il commodore 64 in casa!
Ed anche chi lavora da anni nel settore musicale oramai se ne approfitta di questa situazione, perchè manca totalmente cultura musicale in Italia, manca professionalità, gli enti locali credono ancora che la musica popolare sia solamente il liscio, la tarantella e la canzone napoletana, e quando noi ci riempiamo la bocca con la parola "pop" ci cosa parliamo? di Britney Spears o appunto di "musica popolare", che nel 2006 è Conoscere gente sul treno degli Amari e non certo yodel e canti montanari?!
Regioni, provincie e comuni spendono tanti dindini per finanziare archivi storici e manifestazioni sul floklore, cosa contro cui non ho niente, ma iniziare a pretendere qualcosa da questi signorotti che si ergono a nostri rappresentanti non sarebbe una cattiva idea. Sì, bisogna avere tanta pazienza e tanta "passione" appunto, oltre che ad idee buone, ma chi legge e scrive qui mi sembra ne abbia da vendere.
Certo che se a tutto questo aggiungiamo che continuiamo a definire "indie" il nostro circuito musicale (indipendente da cosa? da quelle quattro etichette che si definiscono "major"?) e a ghettizzarci da soli, non si va da nessuna parte; è stato un piacere leggere il respiro importante ed "europeo" dell'intervista ad Alioscia su Rumore, il parlare del provincialismo milanese per ragionare sulla musica, sulla politica, sul mondo senza rinchiudersi in polemiche sterili, dopo 10 anni ancora "il tempo non si ferma, the future"!!!
credo che il tempo delle sfide come "capitale VS arte" sia passato da un bel pezzo. Il un mondo che gira attorno agli iper-testi, a ciò che qualcuno chiama rizoma, abbiamo il dovere di superare queste categorie e guardarci attorno con più realismo e serenità. Il lavoro di ciascuno si misura dall'intensità e non dal grado di "indipendenza", parola che secondo me ha perso qualunque tipo di significato. Auspico un futuro con meno steccati mentali e più voglia di fare, meno campanilismo indie e più gente che spacca. Per il resto femore qui sopra ha detto un sacco di cose giuste.
Una cosa sola: la parola "indipendenza" per me ha un significato più fiero che mai. E questo non significa che non abbia a che fare con piani marketing, network radiofonici, quotidianisti inetti. Ma ora più che mai un significato per me ce l'ha.
avete fatto (quello che dovrebbe essere) il MEI (cioè parlarsi cuore in mano senza steccati e con lucidità) in due post e relativi commenti. bravi voi
E, Loser, sentiamo un pò: quale sarebbe la "gente che spacca" secondo te? Spacca solo chi lavora a Flux o in una etichetta? E chi magari fa altro? E chi non vive di musica ma va ai concerti e compra dischi? Chi è che spacca? Boh..
caro anonimo, spacca chi si fa poche seghe e risolve molti sbattimenti. chi ce la mette tutta e ci prova fino in fondo, chi si fa il culo per la roba che gli piace. a giudicare del tuo commento te non potresti essere più lontano da tutto questo...
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