1.1.07

Bloc Party: nati sotto il segno dell'Atari (Rumore gennaio 2007)



C'è da chiedersi da dove salti fuori un titolo caustico e sornione come questo: A Weekend In The City, come se si trattasse di un'allegra passeggiata domenicale in compagnia della famiglia invece che di quell'oscuro e minaccioso panorama urbano catturato dalla copertina del disco. Il nuovo album dei Bloc Party trasuda sarcasmo da tutti i pori, guarda in faccia alla paura con il sorriso sulle labbra, prova a farsi beffe degli al lupo, al lupo urlati a gran voce tutto intorno. Si era capito da tempo che la loro tecnica non era quella costruita da slogan o effetti speciali, gli esordi Kele e compagnia parlavano già di un Silent Alarm che strisciava fuori dalle casse dei nostri stereo sotto forma di un incrocio bionico perfettamente artefatto di rock ed elettronica. I tempi del crossover totale di Chemical Brothers e Prodigy sembrano appartenere ad un'altra remotissima era ma paradossalmente è proprio da quelle distanze siderali che arrivano gli echi di copia&incolla brutali ma efficaci che hanno contributo a mettere assieme un disco come questo.

Andiamo con ordine: prima di insidiosi viaggi temporali ciò che si para davanti gl'occhi è il volo notturno sulla città con cui abbiamo iniziato. Un paesaggio metropolitano silenzioso quanto basta per provare un brivido di spavento, in lontananza i rumori di qualche festa che si sta lentamente spegnendo. Impossibile non provare a dare corpo ad un'immagine del genere pensando a Londra. E' da lì che provengono tutti o quasi i membri del gruppo ed è sempre lì che si sono stabiliti assorbendo fino in fondo l'overdose di luci, colori e fragori che un luogo del genere è capace di offrire: "Non ho mai pensato ad un luogo in particolare" esordisce Kele sorseggiando un cappuccino appena giunto negli uffici della V2 Italia "è ovvio però che il posto di cui parliamo assomigli a Londra dato è lì che abitiamo. Potrebbe però essere New York o qualunque altra città: oggi stiamo assistendo ad un'omologazione generale soprattutto riguardo al modo che abbiamo di divertirci, viviamo in una sorta di enorme unica città sparsa su tutto il globo…". Con noi siede anche Matt Tong, l'uomo dietro i tamburi, sia lui che Kele sono molto più alti di quanto ci saremmo aspettati, le loro mani hanno delle dimensioni stranamente gigantesche che conferiscono ad ogni loro movimento un'aria goffa, carismatica e spaventosa allo stesso tempo. Le palpebre sono pesanti a causa della levataccia, stamattina siamo i primi ad incontrarli reduci da una serata passata a fare i dj in città, uno di quegli appuntamenti dove esagerare è d'obbligo. Milano, Berlino (nel nuovo disco evocata in Kreuzberg) o Londra sono una sorta di liquido amniotico per chi ha in mente di dipingere un affresco sonoro contemporaneo, è a questo Oceano di Suono evocato anni fa dallo scrittore e giornalista David Toop, che ci si ispira per descriverne i contorni musicali? Ci si siede semplicemente sul bordo del davanzale e si passa la notte ascoltando le incessanti sirene londinesi? E' Kele a rispondere: "Vivo vicino alla stazione dei vigili del fuoco del mio quartiere e quindi un rumore di questo tipo è per me particolarmente familiare. Abito nell'East London, Bethnal Green, un posto vicino a Old Stret e Shoreditch, quartieri dove le feste durano fino al mattino successivo. Vivere in una città del genere è come una continua tentazione a non fermarsi mai, si può uscire in qualunque momento ed andare ad ubriacarsi fino al mattino successivo".

I Bloc Party sono fondamentalmente delle rock star, normale aspettarsi da loro racconti di feste selvagge eppure la band non ha mai nascosto un profondo interesse ad interagire con il presente. Pur se attivi sul piano dell' sociale il vero nucleo pulsante della loro presenza pubblica risiede in quel miscuglio di stile, eleganza e oculato impegno che li ha fatti divenire non soltanto musicisti di successo ma vere e proprie icone capaci di sintetizzare opposti apparentemente inconciliabili. Attacchi violenti cantati con tono sommesso, aggressioni ritmiche di matrice dance e ballate profondamente emotive. Gli ossimori tornano anche in questo caso visto che le urla e le sirene della Londra notturna sono ormai sinonimo di divertimento quanto di totale destabilizzazione, un'inevitabile deriva dovuta ai terribili fatti degli ultimi mesi. La metropoli di cui si parla è la stessa ferita dagli attacchi terroristici del 7 luglio 2005, un fragore che in un attimo ha annullato quella distanza dalla violenza di cui gli inglesi erano così fieri. Un terremoto di insicurezza e instabilità che non si conosceva dai tempi dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale: "L'intero processo di scrittura di A Weekend In The City è stato influenzato da questo sentimento paranoico di cui tu parli" annuisce Kele "Quando sono scoppiate le bombe stavamo iniziando a registrare le nuove canzoni e siamo immediatamente scesi in strada. La quasi totalità dei nostri conoscenti abitano a Londra e dunque siamo stati scossi terribilmente dalla cosa. Uno dei bus coinvolti, il 30, fa capolinea ad Hackney, appena dietro dove abito e una canzone come Hunting For Witches è stata scritta osservando le reazioni della stampa inglese alla cosa. Abbiamo avuto la sensazione di trovarci nel posto sbagliato nel momento sbagliato, tutti i testi del disco sono profondamente incentrati sul mio personale senso di paura, ho l'impressione che ci sia un'impennata di violenza generalizzata destinata a non fermarsi facilmente. Ultimamente poi, soprattutto nel sud della città, c'è questa moda dei ragazzi chiamata happy slapping…".
Già, l'allegro schiaffeggiamento è così che si chiama quella pratica secondo cui i ragazzi della periferia inglese prendono improvvisamente a sberle un ignaro passante riprendendo il tutto con telefoni cellulari di ultima generazione e mettendo il risultato della pantomima su internet. Un atteggiamento che assomiglia molto alla scoperta del bullismo scolastico fatta dai media italiani negli ultimi mesi ma che rispetto a questo si nutre di quel concentrato di violenza aggiuntiva che solo una metropoli da più di 10 milioni di abitanti è capace di offrire. Nel dicembre del 2004 il gestore di un pub della zona di Waterloo Station, David Morley, è stato picchiato a sangue mentre rientrava a casa e il tutto ripreso con dei videofonini. I suoi carnefici? Quattro ragazzi della zona di Kennington tra i 15 e i 21 anni che si sono fatti prendere la mano dopo una serata di schiaffi a tradimento e risate. Questa è la città dipinta dai Bloc Party: infestata da esseri diabolici di vario tipo come ad esempio le streghe evocate da uno dei nuovi brani. Ma non basta: nella canzone che da il via al disco, Song For Clay, Kele chiosa pronunciando le parole East London is a Vampire: "Quello che vedo attorno a me è una certa diabolica malignità nelle persone. Forse è semplicemente una mancanza di umanità. Capita ad esempio nella gente sotto effetto di droga: li guardi in faccia e finiscono con l'assomigliare a veri e propri vampiri. So che come paragone è piuttosto pesante ma aiuta a rendere l'idea. Nella stassa canzone c'è una parte in cui canto like the 80s never happened, forse è stato proprio in quel decennio che un certo modo di coscienza delle nostre azioni è sparito per sempre. Ormai si ha la sensazione di correre in circolo senza saper bene dove andare tornando periodicamente ad elementi del nostro passato che ci hanno influenzato ripetendoli infinite volte".

Se quello che abbiamo comperato è un biglietto per un bizzarro luna park degli orrori questa in cui siamo rimasti intrappolati è una stronzissima ruota della panoramica destinata a girare ad libitum. Mentre l'infinito revival degli anni 80 ha cullato questo inizio di nuovo millennio il tunnel sembra essere arrivato ad una svolta solamente per svelare un nuovo lustro in cui a farla da padrone saranno probabilmente gli anni 90, quelli della commistione totale tra i generi, dell'uso dirompente della tecnologia nella composizione musicale ma soprattutto dell'adolescenza al massimo della gran parte degli agitatori culturali di oggi, Bloc Party compresi: "Non è solo il nostro essere a proprio agio con computer e ipod ad essere cambiato rispetto ai decenni passati, la novità più grande è stato il modo che abbiamo appreso nel mettere assieme l'enorme quantità di informazioni che abbiamo a disposizione. Questo ci ha portato ad avere una soglia d'attenzione molto più bassa: siamo alla continua ricerca del nuovo, di quello che accadrà dopo. E' una vera e propria accelerazione, una sorta di effetto MTV applicato però alla totalità della nostra cultura. Cercare continuamente nuova musica capace di essere eccitante è una cosa buona ma si finisce con l'avere anche un certo distacco verso la realtà" Matt aggiunge ancora: "Quando presentiamo un nuovo disco c'è già chi ci chiede quale direzione avrà l'album successivo. Stiamo perdendo la capacità di essere aderenti al presente, a volte sarebbe utile fare un passo indietro per capire come affrontare meglio il progresso". Di incursioni nel passato di questo genere A Weekend In The City ne fa più di una, Waiting For The 7:18 recupera e aumenta quei pattern di batteria drum&bass che avevano già fatto la fortuna di canzoni come Helicopter e Banquet: "Quello è un brano che abbiamo scritto piuttosto in fretta. Paradossalmente la parte di batteria è stata l'ultima che abbiamo inserito ma quella dell'influenza drum&bass è stata una scelta naturale. Forse la suggestione proveniva da un album come Selected Ambient Works di Aphex Twin per che abbiamo provveduto a rendere in qualche modo più continuo ed adatta al nostro suono".

Eccolo che dunque viene evocato il convitato di pietra della nostra discussione: lo spirito degli anni 90 compare attraverso la figura di uno dei suoi massimi esponenti, Richard James aka Aphex Twin è un monumento vivente a quel decennio fatto di droghe chimiche, tecnologia digitale malfunzionante e caduta di qualunque tipo di ideale degno di questo nome. Benvenuti nel decennio che replica gli anni 80 sostituendo all'edonismo un nuovo inarrestabile nichilismo e costringendo i Duran Duran ad un turn over con Fatboy Slim. Scoperchiare questo sarcofago temporale è inevitabile eppure non resistiamo alla tentazione di chiedere se non ci siano dubbi sulla assennatezza della cosa: "Forse questo è ciò che bisogna fare proprio perché molti gruppi fino ad oggi sono sembrati ostinati non fare riferimento a periodi più recenti. E' un meccanismo generazionale: ogni volta si va indietro di 20 anni: negli anni 90 abbiamo avuto gli Oasis e i Blur che citavano i gruppi dei 70, ora ci sono i Klaxons che prendono a piene mani proprio dai 90". Altro giro altra corsa, è il momento di scomodare lessico dei giostrai quando il loop cronologico sembra incarognirsi con così tanta insistenza, se questa non fosse un'intervista ma una partita al gioco dell'oca una cosa del genere vorrebbe dire che siamo incappati in una penalizzazione bella e buona. Tornare indietro di 20 caselle, ecco cosa c'è scritto sotto i nostri piedi. Mentre la globalizzazione, i movimenti controculturali e la, fisiologicamente inconsistente, filosofia del pensiero debole faticano a trovare il modo di superare se stessi ecco che la musica ci indica nuovamente una folle via di fuga a ritroso verso il passato più recente.
Se le bombe, gli attentati e la modernità sono le pietre miliari di una conversazione del genere tutto sembra però voler essere ridotto ad una storia profondamente personale: un ritorno all'adolescenza preso a mo' di Sibilla Cumana capace di rispondere ai dubbi di una generazione. Quando la paura costringe a rimanere senza parole ecco che si ricorre al privato come unica possibile replica: "Credo che lo si faccia per sfuggire ad un omologazione generalizzata: il problema è che tutti attorno a si vestono alla stessa maniera e comprano gli stessi oggetti, persino nell'ambito cosiddetto indipendente. Si ricorre al personale per sfuggire a questo progressivo appiattimento. E un po' come per la neolingua di cui scrive Orwell in 1984: piano piano si rimuovono elementi delle nostre vite per ridurci ad un numero estremamente limitato di parole a cui fare riferimento". Obliquo eppure quasi scontato: ancora una volta la metafora del Grande Fratello è il segno a cui si fa riferimento per spiegare il presente. In questo caso non è l'inquietante dittatore barbuto a minacciarci quanto la torma di sinistri impiegati del suo ministero intenti a riscrivere la grammatica della nostra esistenza restringendo giorno dopo giorno i confini dell'immaginabile. Non è difficile supporre un processo analogo anche dal punto di vista culturale proprio in un momento storico come questo in cui all'aumentare di film nelle sale, libri negli scaffali e giornali nelle edicole si assiste ad un processo inversamente proporzionale di continua rarefazione delle idee. Che anche la musica sia contaminata da questo morbo? Le note sono ancora sette, difficile cancellarne anche soltanto una, eppure secondo i Bloc Party il processo per alterarne l'utilizzo sembra essere già iniziato da qualche tempo: "Non so come sia la situazione in Italia ma in Inghilterra la sensazione è quella che le proposte possibili siano sempre meno. E' come se la varietà di musica che si può proporre si vada restringendo ogni giorno di più. Molti gruppi che vengono alla ribalta ultimamente, anche con successo, non fanno altro che ispirarsi al lavoro altrui, alla musica di band come Coldplay ad esempio, senza aggiungere nulla di personale e semplicemente ripetendo dei clichè conosciuti. Questo si riflette nel rapporto con i loro fan: scompare quell'empatia tipica di altre situazione, la capacità di poter suscitare emozioni vere e non semplicemente stereotipate. Manca la spinta innovativa che hanno avuto i Radiohead di Ok Computer".

Anche in questo caso l'anno di grazie appartiene ad decennio preso in esame: è il 1997: le enormi mani di un Kele Okereke adolescente stringono il jewel box del disco, Paranoid Android suona nello stereo e la certezza di assistere a qualcosa di epocale ed irripetibile è chiara e lampante davanti ai suoi occhi come un faro puntato in faccia. Sono momenti del genere a darci la speranza che la ruota dell'infinito recupero possa essere saltuariamente spezzata, che la trappola dei decenni giustapposti ed identici si possa di tanto in tanto inceppare. Sono sempre epifanie di questo tipo che portano a scrivere album sostanzialmente rabbiosi come A Weekend In The City che dietro una patina para-intellettuale e distante tentano di nascondere un profondo senso di non appartenenza: "Questo è sicuramente un disco incazzato" sbotta Kele "Non è un album punk ma rappresenta ugualmente il nostro fastidio per moltissime cose. Ogni volta che accendo la radio tutto quello che sento è merda. Lo stesso quando mi sintonizzo in tv e così anche per i giornali. Essere immerso in tutto questo mi rende una persona particolarmente insensibile, è come se qualcuno mi anestetizzasse. Alla fine dello scorso anno ho raggiunto il momento di massima rabbia verso quello che la vita moderna mi stava somministrando. La rabbia nel nostro disco non ha nulla a che fare con quella ridicola e posticcia dei Green Day: la sensazione che comunichiamo in questo caso è di profonda amarezza, disperazione persino". Il weekend giunge dunque al termine e con lui anche il giro nel parco giochi. Siamo pieni di souvenir, abbiamo urlato, sorriso, ballato, amato eppure la domanda è ancora quella che ci siamo posti al momento di entrare: cosa fare? Come uscire da un circo del genere?
Stesse ancora soffiando nel vento ci sarebbe speranza di trovare l'anelata risposta, purtroppo ora è nascosta da qualche parte dietro giganti di cartapesta, coperta dalle urla degli imbonitori e dal fragore di esplosioni lontane. Le cause di tanto e tale fastidio sembra tanto radicato e smarrito in un tempo lontano dal finire con l'essere completamente intelligibile, quasi mitologico. I Bloc Party e con loro tutti quelli nati sotto il segno dell'Atari sembrano aver rinunciato completamente al tentativo di trovarne la radice. Meglio guardare avanti: non è forse questo ciò che siamo più bravi a fare? Qualunque cosa, persino immaginare un futuro migliore pur di volgere lo sguardo lontano da un presente che atterrisce e verso cui non si nutre più nessun tipo di speranza: "Non ci interessa tanto catturare l'attenzione delle istituzioni e dei politici quanto ispirare la gente che ci ascolta. Sarebbe davvero arrogante da parte nostra porci degli obbiettivi di tipo politico, voler cambiare lo stato delle cose in maniera tangibile. Prima citavamo i Green Day, ecco: il loro errore è quello di credere di poter agire sulle cause di un problema. Noi speriamo invece di poter seminare qualcosa che poterà frutti nel tempo, lo abbiamo anche scritto in uno dei nostri testi: Pop songs won't change a government…"

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