1.2.07

Kaiser Chief: è la fine del mondo come lo conosciamo. E va bene così. (Rumore febbraio 2007)



Non hanno avuto il tam tam multimediale degli Arctic Monkeys né la stessa quantità di copertine di riviste di moda dei Bloc Party. Non sono desiderabili intellettuali come i Franz Ferdinand né esotici americani sul genere dei Killers. Nonostante questo i Kaiser Chief hanno colpito il cuore del rock indipendente europeo come poche altre band sono state capaci di fare negli ultimi anni. Il segreto è forse proprio nel loro essere ibridi: a metà strada tra le tante identità possibili delineate fino a questo momento eppure con una patina di onestà e ruvidezza che a molti altri finisce con il mancare. Un disco, Employment, del 2005 con ben cinque singoli e un amore particolare per i ritornelli che sono diventati il loro marchio di fabbrica, ancor prima dell'eyeliner o gli strambi cappelli del loro leader Ricky Wilson ora seduto proprio davanti a noi. Accanto a lui il bassista Simon Rix, sopra di loro un'enorme gigantografia di Eminem che finisce col sembrare quasi quella di un patriarca di famiglia. Anche i Kaiser devono aver notato l'ironia della situazione tanto da farsi subito scappare una prima battuta di riscaldamento: "Porta rispetto per Mr Marshall, è lui che paga per tutto questo…". E giù risate. Sono fatti così i Kaiser Chief: difficile capire dove finisca lo scherzo e dove inizino le opinioni pronunciate a muso duro. Nelle loro parole, gesti ed espressioni sembra davvero venir fuori un'attitudine quietamente popolare che poco ha a che fare con le solite rockstar milionarie. C'è una piacevole lingua sciolta e l'aria da chi si è fermato qualche minuto in più al pub sotto casa ma si affrontano anche contraddizioni e idee confuse di chi preferisce stare su un palco a fare il proprio mestiere piuttosto che spiegarlo infinite volte ai quattro capi del mondo.

Al momento di scrivere queste righe il loro nuovo album è ancora senza un titolo definitivo, forse un segno di nervosismo nei confronti di un disco già difficile, riguardo al quale nulla può essere fuori posto e che è obbligato a raddoppiare gli impegnativi successi dell'esordio. Questo oppure il suo esatto contrario: totale menefreghismo per la confezione tanto da lasciare indietro una decisione così importante ad appena un mese dall'arrivo nei negozi.
Noi di Rumore lo abbiamo ascoltato quasi tutto e la differenza tra ciò che avevamo immaginato e ciò che è uscito realmente dalle casse dello stereo è stata davvero minima. Il suono del gruppo continua a girare con la stessa marcia che avevamo imparato a conoscere, il piede batte sul pavimento a scandire il tempo ed ogni brano trova il suo acme nel proprio ritornello: spesso già da canticchiare ad un primo ascolto. Canzoni a spirale con un centro ben preciso: il momento della catarsi del coro, quando probabilmente le folle dei loro concerti europei ed americani esploderanno in puntuali boati di approvazione. "La cosa più importante riguardo i ritornelli" esordisce Simon "è il loro essere specifici ma non fino in fondo. Penso ad una canzone come Stuck In A Moment But You Can't Get Out Of degli U2: è un brano così aperto che potrebbe acquisire significati molto diversi a seconda di chi lo ascolta. Più che far sentire a casa qualcuno dunque il ritornello deve poter appartenere un po' a chiunque". Difficile il mestiere dello scrittore di canzoni: eternamente combattuto tra la tentazione di strizzare l'occhio al proprio pubblico e quella di sorprenderlo con un colpo a sorpresa, Ricky Wilson sembra concordare: "In un certo senso accade da se. Ad esempio nel primo disco scrivendo I Predict A Riot o Everyday I Love You Less And Less ho cercato più che altro di avvicinarmi al lessico della gente. Il segreto è tentare di non scrivere con l'ossessione di dover piacere alle radio né pensare troppo prima di iniziare a comporre. Non siamo illusionisti o ipnotizzatori: il nostro scopo non è quello di manipolare la mente della gente. Siamo scrittori di canzoni, spesso ci si riferisce a fa questo lavoro come a dei poeti e non mi piace questa abitudine". La stoccata è stata lanciata senza troppe cerimonie, ecco i due fieri musicisti di Leeds prendere le distanze una prima volta dagli atteggiamenti artistoidi ed eccessivi che riempiono le pagine della stampa mondiale. Un'eterna ricerca dell'autenticità che non si ostina a passare di moda, neppure quando le tecnologie sembrano aver accorciato le distanze tra musicista e pubblico o, al contrario, l'orgia mediatica che impedisce di distinguere i punti cardinali dell'informazione e confonde alto con basso, profondo con superficiale. Fare un nome del nemico giurato di questo impossibile ritorno alle origini sembra fin troppo facile: Pete Doherty. Lui è forse il giovinastro inglese per antonomasia, lo stesso a cui probabilmente si riferiscono i Kaiser Chief aborrando qualunque possibile avvicinamento al ruolo di poeti-rock. "Wow" Ricky sobbalza ironicamente continuando "non lo avrei voluto nominare ma visto che lo hai fatto tu…ecco lui è l'esempio perfetto. Pete non è un poeta, è uno scrittore di canzoni e basta, uno abbastanza bravo per giunta". Giudizio neppure troppo crudo si direbbe, c'è probabilmente una sorta di fronte comune merito della cura a base di pettegolezzi che ultimamente non ha risparmiato proprio nessuno, neppure gli stessi Kaiser Chief che per molto tempo hanno visto il loro nome balenare impazzito sulle pagine delle riviste scandalistiche, esperienza traumatica per una manciata di ragazzi borghesi di Leeds. "Iniziando a divenire famosi abbiamo avuto la conferma di come la stampa, soprattutto i tabloid inglesi, sia completamente frutto di invenzione. Ad esempio ci chiesero di scrivere la canzone per la nazionale inglese ai mondiali di calcio della scorsa estate. Il giorno seguente abbiamo subito rifiutato l'offerta molto chiaramente. Due mesi dopo abbiamo letto su i giornali che i Kaiser Chief sicuramente avrebbero scritto la canzone dei mondiali". Ma essere rockstar di provincia (fino ad un certo punto però: Leeds ha pur sempre 700mila abitanti ed è la terza città del Regno Unito) ha i suoi vantaggi come non esitano a raccontare: "Noi siamo ancora piuttosto fortunati. Continuiamo a vivere a Leeds mentre tutte le redazioni di questo tipo di giornali spazzatura sono a Londra e la gente che ci lavora è troppo pigra per mettersi su un treno per venire a vederci uscire da un club alle 2 del mattino". Ricky aggiunge una sua particolare chiosa al dibattito tra centro e periferia: "La differenza essenziale è che noi non ricerchiamo la celebrità che accompagna l'essere parte di in un gruppo. Altre band sono coinvolte anche da tutto ciò che ci gira attorno: le feste, la possibilità di incontrare le modelle. Io stesso ho provato ad uscire con una di loro per un periodo. Non ha funzionato".

E con questo sfioriamo pericolosamente i confini del moralismo, eppure lo avevamo già detto: con i Kaier Chief è così, prendere o lasciare perchè sembra non esserci spazio per mezzetinte o sfumature, un'attitudine assolutista che sembra poter passare tramite una bizzarra osmosi dai ritmi insistiti e corali dei loro brani fino alle loro opinioni riguardo gli argomenti più disparati. Che sia il retaggio di un'origine profondamente working class? In fondo il titolo del loro primo album sembrava puntare l'accento proprio sulla tematica del lavoro e anche nel nuovo album c'è una canzone dal titolo piuttosto caustico in questo senso: The Angry Mob: "In verità il nostro retroterra non appartiene esattamente alla classe operaia. Non siamo i loro eroi dunque né di nessun altro. Il fatto è che non cerchiamo di insegnare a nessuno come cambiare la propria vita" a parlare è sempre Ricky che aggiunge: "Anche il coro che si sente alla fine di The Angry Mob ha un tono abbastanza triste: parliamo della massa che legge i giornali ogni giorno quando invece sono proprio questi ultimi a dirci in cosa credere. Non è tanto una canzone politica quando di protesta, un attacco alla stampa direi. E' un po' come in Born In The Usa, hai presente quando alla fine scatta il coro? Ecco tutti la cantano senza sapere esattamente il significato della canzone. Personalmente spero che cantando in coro la nostra canzone le persone smettano di pensare che stiamo per morire di febbre aviaria o che il petrolio finirà da un momento all'altro o che ci sia un assassino ad ogni angolo di strada".
L'aviaria è un argomento così passè che non lo prendiamo neanche in considerazione, di assassini in Italia diremmo che ce ne sono davvero pochi. Sul petrolio forse non bisognerebbe essere così sornioni come Simon e Ricky ma la diga ormai è aperta ed è proprio il tema ecologico quello che sembra stare loro più a cuore, anche se in maniera del tutto personale: "Odio quando le star parlano, per esempio, di ambiente, poi tornano a casa e lasciano le loro tv in stand by. Quello forse non è uno spreco di energia eh?". A nulla serve provare a rilevare la possibile capziosità di un ragionamento del genere notando magari che c'è un limite anche alle proprie capacità oltre cui l'impegno diventa ossessione: "Ti racconterò di quando abbiamo suonato al Live 8" aggiunge Simon per farci meglio capire la loro posizione "Tra le principali tematiche della manifestazione c'erano quelle politiche ma anche quelle ecologiche. Noi abbiamo suonato a Philadelphia e anche se per arrivare a piedi sul palco dal backstage ci volevano solo 90 secondi per tutto il giorno c'è stato questo enorme camion americano che trasportava le persone da un posto all'altro. Qualcuno di noi voleva arrivare sul palco cammimando, ebbene ci è stato impedito. Abbiamo suonato al Live 8 non perché siamo gente così impegnata o coscienziosa, lo abbiamo fatto solo perché ce lo hanno chiesto e non c'era motivo per non farlo".

Se abbiamo capito bene il messaggio è: visto che è impossibile farlo a modo tanto vale farlo comunque alla bene e meglio. Bizzarro non c'è che dire, eppure le opinioni vagamente lassiste ma limpidamente oneste di questi due ventiqualcosa inglesi assomigliano da vicino a quelle degli adolescenti delle periferie nazionali, alla Vita Bassa evocata dalla nostra intellighenzia sulle prime pagine dei quotidiani, alla generale mancanza di aspirazioni che si respira in giro, qualcosa del tipo: Se non riesco a salvare me stesso figuriamoci cosa posso fare per il resto del mondo.
Chissà se è proprio questo filo rosso di apatia quello che collega il pubblico rock, lo stesso che da un capo all'altro del continente (ma no solo) compra i dischi dei Kaiser Chief facendone delle superstar nel giro di una notte. Le stesse persone che poi finiscono con il voler avvicinare i propri idoli in tutto e per tutto trasformando i musicisti in icone a tutto tondo, forse proprio sull'onda del vuoto pneumatico di cui sopra. Che siano dunque la band di Ricky Wilson o i Babyshambles di Doherty è questa l'immagine 100% brit che rimbalza dalle copertine delle riviste fino alle boutique di moda passando per le catene mondiali dell'abbigliamento giovane e i club di centro e periferia. Un ritorno dello stile a tutti i costi che i Kaiser Chief avevano appoggiato in toto presentandosi al pubblico sin dall'inizio come manovalanza pop di lusso della musica inglese: "E' divertente, buffo" conferma Ricky "Quando abbiamo iniziato avevamo bisogno di farci notare ed è vero che abbiamo prestato molta attenzione al nostro stile. Purtroppo non vi metteranno mai sulla copertina di una rivista se non sembrate almeno un minimo speciali. Ora però non ne abbiamo più bisogno. La verità è che nel mondo ci sono pochissimo veri produttori di gusto. Pensa ad H&M o Topshop, entra in questi negozi e non vedrai altro che vestiti tutti uguali. Oggi tutto è perfettamente normalizzato. C'è una canzone nel nostro nuovo disco che spiega bene questo concetto Everything Is Average Nowadays. Ecco perché tutti assomigliano a delle popstars oggi: perché sono proprio queste a sembrare persone comuni: mediocri, anonime…una vera merda!".
Nel sorriso dei due non c'è la rabbia ritrovabile sul volto di qualche snob né lo sguardo arcigno del fustigatore di costumi di turno. L'espressione è davvero quella neutra e leggermente divertita dell'uomo della strada che non può fare altro che constatare una determinata situazione come ci conferma il resto della discussione: "La gente ama tantissimo essere imboccata rispetto alla moda, nessuno sembra metterci il giusto impegno. Negli anni 60 le cose erano diverse, c'era più ricerca anche da questo punto di vista, oggi la gente vuole soltanto mischiarsi nella folla, la gente è troppo spaventata per andare in strada e distinguersi dagli altri".

Ecco finalmente accendersi la lampadina: dei tanti concetti espressi fino a questo momento questa terribile paura di distinguersi è quello più limpido e condivisibile, davvero qui come in Inghilterra o altrove la musica e le tendenze ad essa abbinata sembrano essere il metro più fedele di una mancanza di aspirazioni ed ideali che sembra fungere da valvola di sfogo di altre paure ben più radicate. Il problema dell'essere uno davanti alla moltitudine ad esempio, l'originalità che in strada fa sempre più rima con sospetto. Diffidenza verso il diverso che finisce malamente per cadere nella fossa comune del terrore degli schermi televisivi: "Il problema" aggiunge Simon "è che se qualcuno ti chiedesse a chi assomiglia un terrorista?, la risposta sarebbe che assomiglia a te come a me perché ormai non c'è piu nessuna differenza, nessuna!".
Nella mente risuonano ancora le parole, ugualmente disperate e sinistramente simili dei Bloc Party pronunciate in altro luogo appena qualche settimana prima, anche lì la bilancia pendeva verso un futuro, forse meno proiettato verso l'entropia che in questo caso ma ugualmente carico di speranze e progetti incapaci di trovare posto in un deludente presente o in un passato ormai irraggiungibile. A segnare però la distanza tra l'opinione degli uni e degli altri è ancora una volta la faccia da diabolico grillo parlante di Ricky Wilson che, accortosi del vicolo dentro al quale sembra aver chiuso l'intervistatore, ne approfitta per la più sarcastica e definitiva delle esternazioni: "Non stiamo cercando di cambiare il mondo siamo semplicemente soddisfatti di poter divertire la gente mentre questo sta per essere distrutto".

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