1.4.07

Maximo Park: il mito alla nostra velocità (Rumore aprile 2007)



Quando i Maximo Park salgono sul palco dell'Astoria di Londra è un bagno di luce. Tra il pubblico l'attesa per questo momento nelle ultime ore è stata palpabile. Non è bastato il rock sorridente degli Hot Club De Paris né il groove trascinante dei Chk Chk Chk. Ci sono volute le chitarre e i cori di Paul Smith e compagni per far urlare di gioia i 2000 ragazzi che ora sembrano pendere dalle labbra della band di Newcastle. Questo è un esordio ed un palco importante su cui presentare le canzoni del nuovo Our Eartly Pleasures un disco che sin dal titolo sembra voler mettere in gioco il maggior numero di elementi possibili, stipare in maniera lucidamente caotica quante più suggestioni e tentazioni per cercare di far quadrare il cerchio di una band capace di transitare del culto alla fama vera e propria. Sembra passato un secolo da quell'esordio che faceva discutere più per la bizzarra collocazione discografica (La Warp? Un disco rock?) che per il peso specifico di una manciata di stupende canzoni tanto elaborate da rimanere incapaci di saltare su qualunque vittorioso carrozzone mediatico. Era la stagione delle chitarre, del trionfo del nuovo sound inglese, delle star nel tempo di una notte, degli Arctic Monkeys e i Franz Ferdinand, ed in tutto questo i Maximo Park sembrano aver voluto aspettare la loro occasione, sono rimasti in un angolo lasciando il proprio talento a mantecare e il loro repertorio a sedimentarsi nelle discoteche di mezzo mondo che ora pronte per acclamare Going Missing o Apply Some Pressure come piccoli grandi classici di un non-genere che sembra stare loro a pennello. Con tutta probabilità accadrà la stessa cosa anche con le canzoni di questo nuovo album, ancora più spazioso e convinto del precedente a cui però si attacca come una protesi che ribadisce e rilancia la scommessa di fare musica pop in maniera personale e assai poco calcolata.


Per meglio capire è necessario un passo indietro, riavvolgiamo il nastro della storia a qualche settimana prima del trionfo all'Astoria, davanti a noi siede un Paul Smith che sembra soltanto un lontano parente di quello scatenato e convincente sul palco del locale inglese. Le mani strette sotto il tavolo, gomiti sulle ginocchia e occhi spalancati in attesa della prossima domanda. Più che una rockstar sembra quasi un seminarista, questione di dedizione verrebbe da dire, in ballo c'è un amore totale per quello che si sta facendo da espiare con un poco di naivetè non guasta. "Con la nostra musica cerchiamo di riferirci a ciò a cui la gente sembra dare importanza: le relazioni interpersonali, cose semplici insomma, attorno cui sembra avere senso scrivere. Siamo pop nel senso che non vogliamo essere oscuri rispetto al significato delle nostre canzoni, vogliamo piacere a più gente possibile che è diverso dal dire che vogliamo dominare il mondo. Questa è probabilmente megalomania, noi vogliamo semplicemente fare musica". E' tutta qui la magia dei Maximo Park, quasi una versione in musica del motto di Jean Coteau secondo cui il vero stile è tentare di non averne affatto, senza però riuscirci. Un gioco di negazioni e sottrazioni che sembra impreziosire la musica dei Maximo Park tanto più questa si allontana da qualunque deriva intellettualistica. Il gioco del frontman preso a strappare le pagine del proprio libro di poesie è stata una delle immagini più forti legate a questa band che da allora a torto o a ragione sembra intrappolata in questa cornice da intellettuali dal cuore d'oro impegnati per la maggior parte del tempo a farsi domande sulla propria esistenza. "Credo che le canzoni debbano comunque avere un loro peso specifico, è facile andare avanti nella vita col pilota automatico senza pensare a nulla, io non ci riesco molto a dire il vero", arriva così la conferma del tormento interiore di Paul e compagni, materia su cui avevamo davvero pochi dubbi a dire la verità ma che in una manciata di frasi sembra capace di sparire completamente: "Io richiedo qualcosa in più dalla vita: un significato per le cose che faccio, anche questo disco è tutto incentrato sul chiedersi il perché delle azioni che facciamo, delle forze che ci spingono da una parte o dall'altra. I desideri e le sensazioni sono guide importanti per le persone, che tu sia a capo di una nazione o lavori in fabbrica hai sempre le medesime emozioni di base che spesso prendono il comando su tutto il resto. Le nostre canzoni sono un equilibrio di queste due cose: emotività e manodopera, c'è la struttura della canzone pop ma anche l'energia pura e semplice che è tutto attorno a noi. Forse concetti del genere sono intellettuali, forse è solo senso comune, ci sono modi diversi per definire la stessa cosa ma spesso si finisce con il complicare eccessivamente il pop".


Proprio questa natura allargata della loro musica sembra essere la prepotente novità di questo nuovo corso della band: un incremento sonico che sembra averli fatti crescere in statura e carisma a dispetto di un'invariata profondità specifica della propria scrittura ancora capace di essere semplice ed intuitiva: "A volte succede che quando scriviamo una canzone Lukas mi corregga perché canto la stessa melodia che lui suona con le tastiere: trova una strada diversa mi dice. Per la preparazione di questo disco avevamo un'esperienza live che prima ci era sconosciuta, abbiamo potuto preparare dei provini migliori, capire dall'esperienza davanti ad un pubblico cosa funzionasse e cosa no, provare le canzoni davanti a della gente così che quando siamo arrivati da Gil (Norton, già la lavoro con Pixies e Foo Fighters NDR), abbiamo potuto limare ulteriormente il materiale. Per certi versi è più duro di quanto fatto in precedenza, ma abbiamo cercato di segnare un percorso attraverso le canzoni per gli ascoltatori". Bella e suggestiva questa idea secondo cui c'è un sentiero da scoprire, un porsi con tono critico davanti all'ascoltatore che sembra improvvisamente chiamato a dire la propria opinione, a guardare in maniera dialettica nei confronti di una musica ora più che mai piena di anse e riferimenti, citazioni e apparenti improvvise deviazioni. "Alla radio ascolto spesso gruppi che prendono di peso le chitarre degli U2, è abbastanza sfrontato, sembra fatto apposta per riempire gli stadi" a parlare è ancora Paul che sembra dunque scettico rispetto ad una possibile ed improvvisa parabola ascendente del suo gruppo verso il grandissimo pubblico. "E' la motivazione ad essere diversa nel nostro caso: ci teniamo davvero a venir fuori con il nostro spettro sonoro personale. Se il disco suona più grande è anche perché noi ci siamo resi conto di poter suonare davanti a sempre più gente in spazi che diventavano sempre più impegnativi.. Sono sicuro che anche Our Earthly Pleasures potrebbe riempire uno stadio, siamo noi a volere una cosa diversa, credo preferiremmo riempire un posto più piccolo per più sere di seguito piuttosto". Come a dire: possiamo anche aver alzato il volume degli amplificatori ma il nostro cuore batte ancora per i piccoli club. Ragionamento intelligente prima che onesto: è quel pubblico che ha subito amato l'andatura lievemente stilosa del gruppo ad averne decretato il successo, le stesse quasi 200 mila persone che in Inghilterra hanno comperato il loro disco mandandone a memoria gli ottimi testi. Anche qui da noi in Italia i Maximo Park sono divenuti un fenomeno di culto: numeri ovviamente in versione puntiforme rispetto alle cifre snocciolate per il Regno Unito ma l'allure di incidere per un'etichetta come la Warp ha convinto tante di quelle persone che sembravano ormai refrattarie all'entusiasmarsi per una band rock quando ormai anche quando questo suono sembrava essere l'unico verbo possibile del mercato musicale mondiale. Persino l'etichetta di post-punks sembra ormai un lontano ricordo, il peccato originale è stato, come sempre accade, quello del bisogno di inserirli in un movimento che potesse essere identificabile, riconducibile a degli stereotipi ben precisi su cui anche la band pare aver riflettuto a fondo: "Credo che noi siamo sempre stati più Pixies che Gang Of Four. Non negherò che ci siano elementi post-punk, soprattutto nel nostro primo disco ma credo che la vera chiave ad una certa parte del nostro sound come I Lost My Head e Kiss You Better siano canzoni rock anni 50. E' questa mistura di suoni la vera ricchezza del nostro disco, mi piace moltissimo come una canzone nuova quale Karaoke Plays abbia questo stile un po' alla Joan Of Arc, una chitarra alla Mike Kinsella". Di questa inaspettata citazione saranno contenti i più emotivi tra i loro fan, Paul Smith sembra essere personaggio dagli ascolti enciclopedici ed estremamente attenti. Per questo sorprende, ma soltanto in parte, immaginarlo davanti allo stereo alle prese con il più verace tra l'emo-rock americano. Più bizzarro scoprirlo anche amante delle sonorità nere a tutto tondo. La cartella stampa prova ad imbeccarci la storia secondo cui gli altri membri della band lo avrebbero scoperto in un fumoso karaoke bar alle prese con, addirittura, Superstition di Stevie Wonder. Leggenda con fondo di verità evidentemente se appena proviamo a citare la canzone ed il suo autore Paul prende subito a scuotere contento la testa: "Quello sono proprio io, la canzone di Stevie Wonder è roba decisamente funk così come la produzione di un disco che ultimamente ascolto moltissimo come quello dei Clipse Hell Hat No Fury è assolutamente fantastica: è hip-hop ma in un accezione tutta particolare. Pensa ai ritornelli: li canti e non ti rendi conto che sono tali fino alla quinta volta che li ascolti, è un disco da scoprire che da dipendenza".


Acrobazie tra generi, verrebbe da dire, eppure è proprio questo andamento lento ed inarrestabile appena citato da Paul il modo migliore di descrivere il suono dei Maximo Park: un modo di scrivere canzoni rock che ha bisogno del proprio tempo e, soprattutto in questo nuovo Our Earthly Pleasures, anche di qualche ascolto in più. Girotondo o scorciatoia quasi ipertestuale? Poco importa l'amo hip-hop che ci è stato gettato in pasto è troppo stimolante perché non si abbocchi ad occhi chiusi: "Nel nostro sito web qualcuno ci ha fatto notare come Our Velocity contenga sostanzialmente una parte rap quando canto: I watched a film to change my feelings/Strong enough to bear a burden" continua Paul "Ero in un gruppo strumentale prima di iniziare a suonare nei Maximo Park, una cosa sul genere post-rock, anche quella è un'influenza bizzarra che posseggo, personalmente andrò al prossimo All Tomorrow's Parties a sentire cosa sul genere Cat Power, Bonnie Prince Billy, Smog. In Inghilterra non abbiamo un corrispettivo musicale a questi autori di folk-music moderna, sembra che dopo Nick Drake non siamo più stati capaci di scrivere cose del genere: rock ma sostanzialmente tradizionali, gente che sia in grado di costruire il proprio mito musicale". E' una questione tosta questa mitologia appena tirata in ballo: nei giorni della comunicazione virale ed orizzontale sembra proprio che ci sia invece bisogno di saper costruire delle storie attorno la propria musica per farla sopravvivere a se stessa. Mito appunto, materia capace di resistere all'abrasione del tempo, delle mode, della scarsa attenzione del pubblico. Non è forse un caso che dischi importanti di questi ultimi giorni incorporino proprio questa parole nel titolo: ci sono i Myth Takes dei già citati Chk Chk Chk ma soprattutto le allucinate storie da fine del mondo raccolte dai Klaxons del loro Myth Of The Near Future. Neanche fossimo su i banchi di scuola negli anni del liceo parlando di aedi, poemi e cantori ciechi siamo nuovamente ad indagare la potenza della suggestione mitica improvvisamente tornata di moda per resistere al logorio della vita moderna. "Parlare di queste cose" ci conferma Paul "E' un modo di scappare dalla dimensione ordinaria della musica. Quando si ha successo e il proprio pubblico si allarga il rischio di diventare materiale da pub è lì dietro l'angolo, così si fa appello al mito per trovare un elemento straordinario nella propria musica. Personalmente non vorrei che la musica dei Maximo Park fosse accostata a nessuno in particolare, non ho miti personali, trovo già la vita di tutti i giorni mitica in se. Penso alla musica di un gruppo come i Red House Painters o i R.E.M. che è un ottimo esempio di una band che è mitica ma parla di elementi di vita quotidiana: basti pensare a dischi come Life's Rich Pageant, Out Of Time, Automatic For The People. Ricordo di aver pensato che volevo che i testi del nuovo disco assomigliassero a quelli di una canzone come Star Me Kitten, credo che anche i R.E.M. devono aver provato ad ispirarsi alla stessa maniera con un gruppo come i 10CC. Anche se la gente prova ad ingigantire le tematiche dei propri dischi nulla mi ha colpito come dischi del genere basati su elementi molto semplici".


Ora siamo finalmente pronti per un nuovo avanti veloce. Le luci dell'Astoria si accendono, questa volta non sono quelle intermittenti del palco dei Maximo Park ma quelle ben meno poetiche e fisse che annunciano la fine di un'altra serata di concerti. Improvvisamente la platea si svuota, il sogno sembra essere finito con un bis da applausi e con gente letteralmente lanciata oltre le transenne dal proprio entusiasmo. Dal nulla compare un esercito di ragazzi delle pulizie, loro sarà l'arduo compito di far sparire le decine, centinaia di lattine di birra che hanno alimentato la furia delle migliaia di paganti, sono efficienti e velocissimi, accumulano montagne impressionanti di rifiuti e le gettano in enormi cassonetti senza far neppure troppo rumore. Vorremmo avvicinarli e chiedere un'opinione sul live anche a loro, così assorbiti dal proprio lavoro e apparentemente lontani dal nostro entusiasmo. Riconosco anche la ragazza italiana con cui avevamo scambiato due parole al guardaroba e capisco che forse è questo il loro modo di partecipare a tanto e tale mitologia rock, perfettamente comprensibile partire per questo viaggio proprio dal suo grado zero: ripulendo una cattedrale dell'immaginario musicale come questa. E' la voglia e l'entusiasmo con cui si mettono da parte persino queste latte abbandonate che accomuna il semplice spettatore, l'addetto al settore alla rockstar: la totale volontà di appartenere a tutto questo anche se pur in minima parte. Una parabola velocissima in entrata come in uscita, una riflessione sulla caducità della propria gloria che anche Paul deve aver fatto sua se prima di lasciarci fa in tempo a snocciolare questa ultima riflessione: "La domanda è: se hai veramente raggiunto il successo cosa farai in seguito? L'hype non ha prospettiva, è questo il suo elemento dannoso".

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