
Nel momento esatto in cui sentiamo riappendere la cornetta, col suo familiare codazzo di tu-tu-tu, ecco che balena in mente la domanda di cui ci siamo dimenticati, quella più scontata. Perché quel nome, cosa sono gli spaghetti preoccupati che danno il titolo a questa doppia compilation? Niente da fare, sarà per la prossima volta, in fondo non siamo neppure sicuri che sia l’autore, lo stesso David Shrigley con cui siamo stati al telefono per 30 minuti abbondanti, la persona più titolata a spiegarci il perché e il percome delle sue scelte. Troppo serafico, disinteressato ancora prima che enigmatico, David vola sulle cose sfiorandole appena, lasciando ad altri la preoccupazione di trovarne il significato recondito, sempre che ce ne sia uno davvero.
Worried Noodles è a tutti gli effetti un’operazione in due fasi: un work in progress partito sotto forma di libro e arrivato a trasformarsi in una doppia compilation. La prima uscita nel 2005: testi, disegni, appunti, visioni che David raccoglie in un libro dallo scopo piuttosto incerto. Un buco della serratura puntato su una mente ironica, versatile e cinica che si diverte a mettere assieme decine di versi per canzoni senza che ne esista una musica ad accompagnarli. Un cimitero dell’arte in cui si può soltanto immaginare ciò che potrebbe essere, un coito interrotto che trova soltanto ora il suo naturale sviluppo. Torniamo nel 2007 quando assieme alla piccola Tomlab David prova a creare ciò che fino a quel momento era stato solamente sognato: una musica reale in grado di accompagnare liriche altrimenti mute. Per l’impresa vengono addirittura coinvolti un’impressionante serie di artisti più o meno legati all’immaginario cupo e moderno di Shrigley che però si mostra piuttosto modesto e vago rispetto alla portata prettamente artistica dell’operazione: “La scelta dei nomi nel disco è stata una collaborazione tra me e la casa discografica: io ho scelto alcuni degli artisti, loro altri, più che altro non pensavo che nessuno dei tanti avrebbe risposto di si alla richiesta”. Sembra una sorpresa genuina quella nella voce di David al telefono che, dopo un atteggiamento iniziale piuttosto abbottonato si scopre lentamente entusiasta del proprio lavoro: “Prima ho contattato una manciata di gruppi che sapevo apprezzavano quello che facevo pensando che potessero essere interessati ad un’operazione del genere. Sapevo che a David Byrne piace quello che faccio, conosco da tempo i Franz Ferdinand e pensavo che coinvolgerli potesse essere una cosa più semplice. Stessa cosa per Aidan Moffat degli Arab Strap”. Più che la progettazione di un disco sembra una partita a telefono senza fili, merito anche di quella Glasgow da tempo eletta a base operativa di Shrigley e in cui da tempo sembrano fiorire i maggiori talenti musicali d’Europa come ci viene prontamente confermato: “Tutti qua conoscono qualcuno che poi è diventato famoso. Glasgow è una piccola città così c’è un legame piuttosto stretto tra i diversi musicisti: Sons and Daughters, Travis, Teenage Funclub. Ci sono così tante band in città che sono poi divenute famose che non è una cosa strana quella di avere amicizie del genere. I Franz Ferdinand sono persone davvero normali, non si comportano in maniera diversa rispetto a quando non erano così famosi eccetto il fatto che non hanno più dei lavori, lavori normali intendo, ma in fondo questo vale anche per me”
Basterebbero queste poche citazioni a dare la misura dell’esperimento discografico che invece è capace di allargare la propria lista di nomi senza che il la qualità media venga meno: sono delle partita anche Grizzly Bear, Liars, Max Tundra, Trans Am, Final Fantasy, Hot Chip, gente che fa di questo doppio cd una sorta di circolo dell’intellighenzia musicale mondiale riunita ad omaggiare l’estro di un artista che da tempo flirta con la musica e le sue conseguenze visive. Scatta dunque, una sorta di inevitabile caccia all’aneddoto simile a quella che si fa di solito con l’amico che lavora in televisione, anche solo come galoppino: “come hai incontrato tizio? È vero che caio è insopportabile? E quella leggenda metropolitana su di lui? La puoi confermare?”.
Scendono in campo anche Deerhoof di cui David ha curato la cover dell’ultimo disco Friend Opportunity: “Ci siamo incontrati un paio di anni fa e quando gli chiesi: “cosa volete per la vostra copertina?” loro mi risposero soltanto: “qualcosa di colorato”. Come se si trattasse di un ipertesto il primo ricordo ne attira immeditamente un secondo: un viaggio nei territori dell’arte al servizio della musica sospeso sul sottilissimo filo che ci separa dal commercio di dischi puro e semplice. “Quando ho realizzato un video musicale per Bonnie Prince Billy la casa discografica voleva che fosse lui il protagonista del cartone che avrei disegnato, così l’ho dovuto inserire anche se alla fine non credo fosse molto somigliante. Il mio Bonnie” aggiunge David “aveva un sacco di muscoli, una testa più grande e con più capelli di quelli che ha in verità. Mentre lavorare con gli artisti è sempre un piacere con i discografici spesso è molto più complicato: hanno richieste in continuazione e poi alla fine si rifiutano sempre di pagarti per qualche motivo”. Questa è la tecnica di David: cedere alle pressioni soltanto per volgerle in suo favore, la piccola richiesta della Domino Records diventa motivo di scherno per la realizzazione di un video come quello di Agnes dove l’universo grottesco a cui da sempre Shrigley ci ha abituati non sembra cedere di un passo.
Scommessa che viene addirittura rilanciata in quello che forse è il suo lavoro più popolare: la realizzazione del videoclip di Good Song dei Blur. Anche questa una storia disegnata in cui ciò che sembra angelicato si rivela invece orribile e l’amore fra due spritelli silvani si trasforma in efferato massacro nel giro di appena qualche attimo. Difficile immaginare una reazione pacata da parte di un colosso come la Emi, etichetta dei Blur, che con tutta probabilità aveva in mente qualcosa di più pacato per uno dei suoi gruppi di punta: “Lavorare con loro non è stato difficile. Damon (Albarn ovviamente NDR) è una persona così potente da quando ha venduto tutti quei dischi con i Gorillaz che può permettersi di fare quello che vuole. Quando mi ha chiesto di disegnare il video di Good Song ovviamente la casa discografica disse che non se ne poteva fare nulla, che il risultato “faceva schifo”. Damon non la pensava così, disse che gli piaceva e tutti gli altri la dovettero mandare giù. E’ stata una cosa piuttosto fica in effetti”.
Dietro le quinte come questi contribuiscono a chiarire il significato di un lavoro come Worried Noodles dove l’azione apparentemente nonsense del far musicare testi altrui diviene dunque provocazione nei confronti di un mercato discografico che perde giorno dopo giorno di senso. 19 frammenti sonori, veri e propri bozzetti che assomigliano da vicino a cellule musicali pret-a-porter: brevi, fulminanti, assolutamente indipendenti, perfette per essere scaricate dalla rete proprio per la loro natura così eterea. “Il processo di digitalizzazione delle cose, non solo musicali o artistiche, è inevitabile: tutto può essere convertito in quel formato e noi non possiamo farci nulla. Chi si lamenta di questo dovrebbe rassegnarsi e trovare invece il modo di trarne vantaggio, bisogna condividere le cose, non c’è altra via”. David la pensa così, ovvio allora immaginarlo seduto nel suo studio alle prese con qualche software p2p mentre cerca nuovi nomi per le sue incursioni interdisciplinari: “Mi stai chiedendo se scarico materiale illegalmente?? Non farei mai una cosa del genere! (risata) Sento in continuazione di case discografiche che passano il tempo ad essere spaventate dalla gente che scarica musica ma tutta quella che ho io non ha fatto altro che farmi comprare più dischi. Uso gli mp3 come sample della musica che dovrò comperare, quasi sempre in vinile”.
Tanto la musica di questo disco sembra duttile per una sua diffusione in rete quanto invece Worried Noodles si propone come disco impiratabile per antonomasia. Troppa è l’attenzione messa nell’artwork che lo avvolge, il peso specifico che vi è infuso sotto forma di un corposissimo booklet di testi, disegni e suggestioni da cui tutta questa avventura musicale è partita. Sembra proprio che l’amore sia la questione fondamentale in ballo, la dedizione verso le cose è l’unica discriminante che può salvare un disco al giorno d’oggi, parola dell’artista che sembra avere più di un problema col formato compatc disc come tutti noi lo conosciamo: “C’è un problema con i cd” precisa Dhrigley “se ci pensi i jewel case in cui sono contenuti sono degli oggetti orribili. E’ per questo che con Worried Noodles abbiamo cercato di mettere assieme un vero e proprio package. In fondo il progetto è partito come un semplice lavoro di grafica ed ora è diventato un doppio cd con moltissimo materiale, qualcosa che penso il pubblico potrebbe desiderare. Il primo errore dell’industria discografica è quello di continuare a pubblicare cd così brutti. Non credo sia così difficile produrre qualcosa che la gente possa desiderare, se non sei capace di vendere un esperienza assieme alla musica, e rimane solo questa allora tanto vale scaricarlo un disco”.
L’avevamo detto che un paio di domande sarebbero bastate a far sciogliere l’enigmatico artista e così è stato. Se il concetto di arte senz’anima non è certo nuovo raramente però è stato espresso con tanta chiarezza: un disco come portale per accedere ad un universo parallelo, quando la musica è gratuita e alla portata di chiunque ecco che in maniera inversamente proporzionale diventa fondamentale la sua capacità di comunicare sensazioni, di aprire orizzonti diversi da quelli degli enormi scaffali dei megastore o delle linee rosse,blu e verdi dei programmi peer to peer. Un procedimento inverso ben presente ai compilatori di Worried Noodles per cui “il problema con le case discografiche è che non sono preparate a spendere del denaro per cose che amano davvero” mentre con la Tomlab è stato tutto diverso: “questa è una piccola casa discografica, un paio di persone appena, qui c’è un attenzione particolare ad ogni progetto e onestamente non so neppure che guadagno possano avere da un’uscita come questa. Abbiamo usato i soldi guadagnati con il libro per questa seconda parte del progetto, reinvestendoli completamente, sarà davvero un’impresa anche solo riuscire a rientrare delle spese. A loro però non importa nulla di questioni finanziarie e a me ancora meno”.
Ecco dunque la leggerezza d’animo di cui parlavamo in prima battuta, un fare le cose quasi per caso che sembra essere alla radice della riuscita di qualunque progetto di questa discografia duepuntozero, tanto familiare con le nuove tecnologie quanto necessariamente ingenua davanti al proprio pubblico chiamato a giudicarne l’autenticità senza diaframmi capaci di nascondere alcunché. Per un attimo, classifiche, rendiconti finanziari, convergenze digitali e strategie di marketing si azzerano, tutto torna ad essere come era una volta o forse come non è stato mai: un gioco puro e semplice dove si canta e si suona per il gusto di farlo mentre il profitto diventa un’ombra sembra più confusa: “Ci tenevo molto al fatto che ognuno facesse quello che preferiva” conclude David: “la Tomlab preferiva avere canzoni differenti per ogni singolo artista mentre per me davvero non aveva importanza. Avrei fatto anche tutto un disco con un solo testo, alla fine ciascuna interpretazione è così differente dall’altra che sarebbe stato comunque interessante, quando hai a che fare con il rock&roll non dovresti porti troppe regole”.
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