2.12.07

Burial: cantando sotto la pioggia sporca (Rumore: dic 2007)



Questa è una storia venuta fuori dal nulla, senza nomi ad indicarne la direzione, difficile persino capire dove sia diretta tanto è scura e priva di riferimenti. Lui si chiama Burial e questo basta a far tremare le mura della musica mondiale targata 2006 scossa nelle fondamenta da un disco omonimo fatto di pochissime cose, tutte assolutamente necessarie. Echi di percussioni lontane, riverberi zoppicanti per quello che secondo molti, Wire compreso, è stato l’album dell’anno appena trascorso in materia di musica elettronica.
Ovvio allora arrivare con la salivazione azzerata alla vigilia del ritorno, un estenuante pellegrinaggio reso ancora più faticoso dall’assenza di informazioni sul personaggio in questione: nessuno a parte pochi fortunati e il suo mentore/discografico Kode9 ne conosce nome, nazionalità o colore. Qualcuno è pronto a giurare, sia indiano, altri nero, altri ancora sciolgono il nodo gordiano sovrapponendo la sua identità all’uomo che lo ha scoperto e messo sotto contratto in una sorta di gioco di specchi che trova precedenti solo nell’altrettanto sviante e geniale parabola firmata qualche anno prima da un certo Aphex Twin.
Lungi da noi gridare al miracolo e paragonare l’uno all’altro, certo è che reinventare un genere dall’identità già estremamente sfumata come il Dubstep non è impresa da poco, soprattutto se la si porta a termine con la sola forza della propria musica e di citazioni talmente oscure o improbabili da risultare dunque affascinanti.
L’invio di un demo è il primo contatto tra i due protagonisti: “Ero un grande appassionato di drum&bass” dice Burial “così ho trovato il sito della Hyperdub e ho scritto a Kode9 mandandogli qualche primo pezzo veramente grezzo. Lui li ha inseriti addirittura su Groovetech, la sua internet radio. A quel punto non gli ho fatto avere nulla quasi per un anno finché non ho mandato un cd vero e proprio con materiale più completo, da lì è iniziato tutto”. Drum&bass, un genere musicale dato per morto che attraverso l’humus della propria putrefazione ha permesso ad una nuova schiera di produttori di farsi avanti, nella loro mente una sola ossessione: quella per percussioni, bassi e batterie, il cuore pulsante di una musica che ha smesso di vivere ma in qualche modo continua ad echeggiare tutto attorno. “Il suono che ho in mente è quello che senti quando esci da un club e la tua testa rimbomba ancora per quello che hai sentito prima dentro il locale. Oppure quando stai scendendo le scale per entrare e la musica si mescola alle chiacchiere delle persone attorno, alla vita reale insomma. Non sono in grado di fare musica da ballo, mi occupo di quello che viene dopo. E’ come avere a che fare non tanto con una canzone quanto col suo ricordo”.
Era la metà degli anni novanta e Alessio Bertallot evangelizzava l’Italia discotecara su Radio Deejay col suono del futuro, quel ritmo sincopato e velocissimo che, diceva lui, “andava alla velocità del pensiero”. Musica fatta per descrivere un futuro sorprendente, apocalittico, che si affiancava al nichilismo chimico dei rave puri e semplici. A suo modo la d&b immaginava quello che sarebbe potuto essere ed invece non è mai stato. In una logica di questo tipo, dove persino le categorie temporali sembrano venire a mancare, ci si chiede cosa sia capace di suscitare un ritmo come quello del Dubstep simile ad un feto condannato ancor prima della nascita. “Sono troppo giovane per essere andato ad un rave della prima ondata” ammette Burial “voglio però dimostrare a tutti i raver lì fuori che c’è qualcuno che porta avanti quel tipo di suono”. E continua: “Quando ero piccolo c’erano canzoni jungle o hardcore che si potevano cantare, trovavi gente che le fischiettava facendo il bucato: Finley’s Rainbow di A Guy Called Gerald o Inner Ciry Life di Goldie. Cercavano di creare una vibrazione positiva e non semplicemente di prenderti a cazzotti in testa. Quando la musica si è fatta più scura non è necessariamente migliorata. Il cantato deve essere avvolgente, ammaliante, le canzoni in qualche modo piacevoli e non solo oscure per il gusto di esserlo”.
Fa quasi impressione sentire queste parole se a pronunciarle è il più inquietante dei produttori di ultima generazione, il cui nome non vuol dire altro che loco funerario. Eppure è proprio questo lo spirito che muove le sue produzioni, mai scontatamente entropiche ma insinuanti e esoteriche quel tanto che basta ad allargare lo spazio consentito all’immaginazione. Spinta che è andata aumentando nel nuovo Untrue, vera prova del nove per chi si era ritrovato improvvisamente sotto gli occhi avidi del mondo intero: “Il nuovo album ha un sound più fresco e vitale. E’ più incoraggiante. Ho messo assieme i pezzi velocemente, nel mezzo della notte, ciascuno di loro veniva dal nulla assoluto e doveva lottare per avere il diritto di finire sul disco. E’ stato un po’ come una gravidanza imprevista”.
Torna la funerea metafora del nascituro condannato, un macabro ossimoro che rende l’idea di un suono pesante ma fortissimamente vitale, simile ad una campana che suona a morto e al tempo stesso capace di dare speranza. Untrue è dunque frutto di un forzato ritorno alle origini in fuga dalla tentazione del successo capitalizzando un nome già quasi leggendario con dj set di circostanza che Burial si è sempre categoricamente rifiutato di organizzare. A coprirne le tracce l’ombra lunga della sua musica che a tratti ha rischiato persino di soffocarlo: “E’ stato difficile rimanere calmi e continuare a fare pezzi che non suonassero magniloquenti. Lavorare velocemente senza pensare troppo a quello che la gente avrebbe detto”.
L’ispirazione, come sempre, va cercata nei fantasmi della generazione precedente. Primo tra tutti il garage inglese o, semplificando, il suono 2step: generi misconosciuti più vicini alle piste dei club patinati della Londra metà anni novanta che ad un intellighenzia underground. Eppure Burial non è stato il solo, anche in tempi recenti, a cedere a lusinghe di questo tipo: Jeremy Greenspan dei Junior Boys ha apertamente preso in prestito questo ritmo claudicante per riempire i vuoti delle sue canzoni romanticamente imperfette. Dove per loro c’è un atteggiamento da crooner sofferenti e consapevoli Burial rimane invece completamente muto davanti alla propria inquietudine. All’aumentare delle parti cantate e dei campionamenti di voci femminili non si associa necessariamente un complessivo alleggerimento dell’atmosfera, anzi. Untrue suona per buona parte come un incubo sottomarino dove l’alzarsi della tonalità si trasforma in una specie di grido di un condannato all’annegamento. Qualcuno sta cercando di dirci qualcosa e noi siamo lì a stringergli la gola per soffocarlo.
“Per un anno intero ho ascoltato solamente Black Secret Tecnology di A Guy Called Gerald”, è stata questa il ramadan sonoro di Burial: “Ho messo assieme quasi tutte le canzoni di notte, quando non hai altra scelta che farti ipnotizzare dalla musica, addormentarti o giocare alla Playstation”. Da un giovane prodigio del genere ci si aspetterebbe un portato tecnologico impressionante eppure anche in questo Untrue è frutto di un percorso in fortissima controtendenza. “Ammiro chi sa usare programmi molto complicati, fatti di griglie precisissime. A volte ho la sensazione di ascoltare Tetris-music, sai sempre perfettamente dove ti trovi nella traccia così da non riuscire a perderti dentro. Ho preferito fare musica col mio computer mezzo scassato, ogni tanto ne esce del fumo, o lo schermo prende a lampeggiare come una luce strobo che ti squaglia gli occhi”. Quella di Burial è un’ossessione che assomiglia ad un metodo: ferreo e necessario e in questo caso specifico basta un semplice programma, uno di quelli che si crakkano in quattro mosse persino dai meno esperti: “Sono rimasto fedele a questo piccolo merdoso programma che si chiama Soundforge, non ne conosco nessun altro. Ogni volta che cambio qualcosa so di non poter tornare indietro, l’unica cosa che vedo sono queste onde così che mi accorgo di essere contento di una canzone quando la vedo assomigliare ad una lisca di pesce”.
Tutta una questione di ritmo, in entrata e soprattutto in uscita. Batterie talmente blande da sembrare arrivate per caso o che escono così male da essere assolutamente perfette. “I suoni dei miei dischi non devono essere necessariamente a tempo. Quando provo ad essere troppo preciso sento di star perdendo qualcosa ma nel momento in cui mi faccio guidare dall’istinto e li posiziono dove penso stiano meglio, in ordine o meno, allora si che mi sembra di ritrovare quel rombo, quel ritmo che in passato ho amato in tanti dischi jungle e garage”.
Forse il segreto sta nello schivare ciò che si teme: la prevedibilità, l’idiozia, ciò che ci si aspetta da noi. Quello di Burial è un viaggio in profondità fatto in orizzontale, infilandosi lentamente nelle pieghe della musica di un decennio passato in maniera inspiegabilmente veloce e di cui vanno ricordate glorie ed errori. “Fanculo: se mai la mia musica somiglierà a quella degli Herbalizer allora quel giorno mi butterò sotto un treno a Clapham Junction”, forse Burial sorride quando dice cose di questo tipo o forse fa tremendamente sul serio. A modo suo è anche lui un talebano, un estremista dell’impurità musicale che a differenza di quanti hanno cercato la degradazione a colpi di glitch ha preferito invece cancellarne le tracce cronologiche costruendo dischi senza tempo. Untrue rimane sospeso in una dimensione che, per sopravvivere alla fine del concetto stesso di musica innovativa, deve per forza farsi lontana e impenetrabile e per capire la differenza tra un prima e un dopo, un disco e l’altro conviene tornare alle cose semplici, allo stesso Burial a cui bastano una manciata di parole per descrivere il figlio appena partorito: “A questo giro c’è stata semplicemente più pioggia”.

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