1.1.06

Arctic Monkeys: You Were Made For Loving Us (Rumore gennaio 06)


Quando ti siedi davanti ad Alex Turner, voce e chitarra degli Arctic Monkeys, la prima cosa che noti è la circonferenza dei suoi polsi. Due grissini al cui confronto persino l'esile intervistatore sembra la controfigura di John Cena. Subito dopo vengono i segni dell'acne, discreto ma insistente, che ne puntellano il viso. Per terzo le appartenenze anagrafiche e la consapevolezza di avere a che fare con un giovine di appena diciannove anni. Solo a questo punto, colpiti da un leggero giramento di testa, ci si accorge che questo Alex è lo stesso votato da NME come coolest man (boy sarebbe più giusto?) del pianeta, sgominando i vari Bono Vox, Noel Gallagher e persino l'affezionata coppia libertina formata da Carl e Pete.
Gli Arctic Monkeys sono la sensazione del giorno, gli uomini del futuro, le rockstar del popolo, un po’ di tutto questo assieme e forse anche qualcosa in più. La loro carriera inizia circa 3 anni fa in quel di Sheffield dove, dopo qualche prova in garage, iniziano a suonare nei locali della zona come una qualunque college band di paese. A stretto giro arriva un demo registrato alla bene e meglio accompagnato da una presenza scenica sempre più infuocata che gli fa guadagnare un significativo seguito locale. Fate attenzione perché è qui che arriva il giro di boa. A questo punto qualcuno della loro claque decide di piazzare in rete mp3 delle loro grezze registrazioni, dei loro live e persino qualche video caldeggiandoli come possibile. Qualche spinta nel blog giusto ma soprattutto un flusso inarrestabile di download di navigatori che iniziano a giocare al telefono senza fili con questa band dal bizzarro nome formata da ragazzi prodigio.
Non aspettatevi una conclusione della storia perché anche se l'intreccio sembra già piuttosto sorprendente siamo ancora all'inizio, ad un singolo dal pezzo furbetto come I Bet You Look Good On The Dancefloor capace di divenire un anthem a dispetto di tutto e tutti e di finire in cima alla classifica dei singoli inglesi come nulla fosse. Il contratto con la prestigiosa Domino Records (Franz Ferdinand anyone?) e l'esordio Whatever People Say I Am, I Am Not, felicemente passato per le grinfie del nostro direttore lo scorso mese, intelligentissimo bignami R&R capace di suggerirci diverse cose su "quando stiamo facendo/quando stiamo andando su questa tera" oltre che prevedibilissima profezia (uff) sull'impossibilità di comprendere i gggiovani d'oggi.


Per gli Arctic Monkeys (sono la band del momento ricordate?) non sarebbe potuto bastare un normale press day come gli altri e così invece che la solita trafila di anticamera, microfono e strette di mano si è deciso di organizzare un torneo di calcetto per presentare la band alla stampa italiana. Proprio così: i nostri ferri del mestiere diventano improvvisamente calzoncini corti e parastinchi, oltre la solita truppa di addetti ai lavori al quadrangolare è stata sagacemente chiamata a partecipare una squadra formata da bloggers. In fondo è anche un po’ merito loro e dell'abitudine a mettere musica online di straforo se ora siamo qui seduti a bordo campo a chiacchierare con il ragazzo più cool del mondo ancora indecisi se entrare in campo con scarpette con i tacchetti o con le gazzelle d'ordinanza.
Lo sguardo di Alex è sfuggente, decisamente allergico alle (centellinate) interviste, così non rimane altro che giocare la carta generazionale per cercare di creare un minimo di legame tra una parte e l'altra del registratore. La nostra età non è poi così abissalmente differente e se una delle prime cose che questi ragazzi hanno avuto in comune è stato l'amore per una band come gli Oasis allora What's The Story Morning Glory fu il primo disco che il sottoscritto acquistò in un vetusto formato cassetta: "Mi spiace mate, ero troppo piccolo per quel disco, il mio primo è stato Be Here Now, non esattamente il loro massimo ma tutto sommato mi piaceva". Non male per ricordarci di come anche solo 5 anni di differenza siano un abisso tra una generazione e l'altra: la nostra che fu presa nel turbine britpop e la loro che forse ha nuovamente bisogno di working class heroes da classifica capaci di passare attraverso le reti telematiche così come gli Oasis fecero con le copertine dei tabloid: "Effettivamente ci sentiamo a tutti gli effetti dei componenti della working class, viviamo ancora a Sheffield con tutto quello che ne consegue. La differenza è che loro sono gli Oasis e noi non siamo ancora minimamente al loro livello". E' bravo a schernirsi il nostro Alex eppure è difficile negare che era da tempo che una band non poteva vantare alle proprie spalle una base popolare così ampia, un vero e proprio furore di cui si fatica a trovare la precisa origine: "Il successo della nostra musica online è stato decisamente un fenomeno su cui non abbiamo avuto controllo e con cui il marketing non ha niente a che fare. Sono stati i nostri fan a registrare e mettere la nostra musica su internet, i primissimi tempi non avevamo neppure un manager, qualcuno ha iniziato ad aiutarci da quel punto di vista solo dopo i primi concerti sold out che facevamo in giro". Niente comunicazione virale, niente sottili strategie di mercato ma, a sentire queste parole, solo la volontà di un gruppo di ragazzi di riascoltare la musica della loro unsigned garage band preferita: "Avevamo registrato qualche demo e li davamo in giro gratuitamente ai nostri concerti, non pensavamo di poterne guadagnare così non ci dava fastidio sapere che c'era gente che li diffondeva liberamente online. In particolare un tizio, che al tempo non conoscevamo ma che ora è rimasto con noi ed è stato il regista del nostro primo video, è stato il primo a mettere la nostra musica su internet. Ogni tanto ci seguiva ai concerti per riprenderci e mettere anche quei filmati in rete". A quanto pare questa è una storia fatta di fan stacanovisti e band inconsapevoli che si svegliano una mattina, ed oplà, si ritrovano improvvisamente ad essere in cima alla classifica dei most wanted dell'industria discografica britannica. Tutto ancora più sorprendente quando Alex e soci fanno bella mostra della loro insipienza tecnologica, brandendola con un'ingenuità a cui è impossibile non credere: "Usiamo internet solo per controllare la posta o scaricare qualcosa da Itunes ma nessuno di noi è un esperto. Il nostro primo sito ci è stato fatto da un nostro compagno di college e addirittura le canzoni che avevamo reso disponibili online per il download non funzionavano correttamente". E cose come il social networking? Gli m-blog? Non mi direte che non sapete cosa è Myspace…"L'altro giorno qualcuno mi ha detto 'Ho visto il tuo profilo su Myspace' e io ho risposto che non sapevo neppure di cosa stesse parlando. Quando il nostro singolo è arrivato in cima alle classifiche inglesi tutti blateravano di come Myspace ci avesse aiutato a farci conoscere ma questo è il classico esempio di come la gente parli a vanvera visto che non avevamo la minima idea di cosa fosse quel sito".


Se il loro nome è arrivato alla ribalta, che il ragazzo più cool del pianeta lo voglia o meno, il merito è proprio da addebitarsi a questo nuovo metodo di diffusione della conoscenza dove la capacità di creare mito attorno la musica è più importante della sua stessa qualità. La leggenda dei quattro di Sheffield che dal loro garage arrivano direttamente alla vetta delle charts ha lavorato più e meglio di qualunque ufficio stampa major in un universo comunicativo come quello internet dove la diffusione delle informazioni fa affidamento sul passaparola piuttosto che su roboanti comunicati stampa. Purtroppo però anche questa è una minestra riscaldata, storia vecchia, il caso degli Arctic Monkeys pone invece un quesito più profondo ed interessante: porta a chiedersi "perché proprio loro?" perché non un'altra delle centinaia di migliaia di indie band sparse nel pianeta, anche queste con amici blogger pronti a sostenerli e con un Myspace a fargli da grancassa. La risposta ce la dà proprio quel Whatever People Say I Am, I Am Not le cui canzoni posseggono un qualcosa di inquietante, di sottilmente familiare, come un funereo dejà vu che ci annuncia la morte di un certo modo di fare rock che risulta improvvisamente obsoleto. Non siamo davanti a dei forbiti conoscitori di musica dall'immensa discografia ma a dei ragazzi che basano le proprie produzioni su una manciata di ascolti, un'orgia di produzioni diverse che sono stati capaci di sintetizzare e rielaborare alla perfezione per un pubblico di coetanei dai medesimi ascolti ondivaghi e privi di compartimenti stagni. I downloaders che inseriscono nella stessa cartella dell'Ipod discografie passate e presenti, b-sides, cover strampalate, hit house e groove hip-hop che non ha caso (sentite l'intro di From Ritz To The Rubble per credere) è uno dei primi amori dei quattro di Sheffield: "Ai tempi della scuola ascoltavamo quasi esclusivamente Dr Dre ed Eminem, abbiamo anche comprato il suo DVD del tour Up In Smoke e ce lo siamo visti nel tour bus poco tempo fa". Un amore, quello per questo genere di ritmi, che torna a sorpresa anche nel paragone tra le metriche di Alex e quelle di un altro working class hero bianco da classifica come Mike Skinner: "Non saprei perché ma per le cose che scrivo vengo spesso paragonato a The Streets, cosa che è anche piuttosto strana visto che suoniamo generi musicali completamente differenti. Ci unisce il parlare di ciò che vediamo attorno a noi, la realtà di tutti i giorni". E' proprio questa, diversa ed in parte nuova, prossimità tra musicista ed ascoltatore la chiave di un successo niente affatto annunciato come il loro. Un nuovo equilibrio fatto di membrane sottili e assai facili da far vibrare in cui a separare l'uomo della strada e la rockstar è l'eterno bisogno del primo di riconoscersi nel secondo, meccanismo che mai come ora si è avvicinato al suo perfetto funzionamento. La musica degli Arctic Monkeys è esattamente quella che ci saremmo aspettati da loro: blandamente irriverente come il vicino di casa che tiene lo stereo alto sino a notte fonda, innovativa come l'ennesima garage band capace di allontanarsi dal seminato quel tanto che basta per rallegrare una manciata di settimane, uno specchio deformante delle nostre mediocri esistenze capace di rivenderci la versione splendida e incellophanata di una routine altrimenti noiosa.
Come il vecchio Pete Doherty è la mutazione patinata del ben più squallido tossico del piano di sotto e i Franz Ferdinand (tanto per citare due nomi che le nostre scimmie hanno ascoltato fino alla noia) l'esaltazione del dandy salottiero allora lasciateci parlare degli Arctic Monkeys come della prima band della generazione internet (coff) o del fenomeno blog&roll (cough) a patto che si sappia che la causa di tutto questo è dovuta al meccanismo della stessa conoscenza che sta lentamente cambiando. Se il moloch che ci ostiniamo a chiamare Google pone in cima ai risultati delle sue ricerche il sito più linkato (dunque in qualche modo più unanimemente condiviso) allora Alex Turner (19), Andy Nicholson (18), James Cook (19) e Matt Helders (18) sono il primo esperimento di eugenetica musicale in cui il DNA degli ascoltatori da casa è rimescolato allo scopo creare il perfetto combo rock della porta accanto. Non una boy band né un banale minimo comune denominatore ma un riuscito punto di riferimento sonoro e immaginifico (quanto c'è della fiaba in tutto ciò?) aerodinamico e affilato per penetrare le geometrie orizzontali della rete. Una specie di versione musicale dell'hollywoodiano Terminator T1000 che oltre ad imitare le forme e la voce di chiunque gli fosse accanto ne rifletteva anche l'immagine distorta grazie alla sua corazza lucente. A differenza della finzione cinematografica però questa volta non c'è nessuna teoria del complotto né mega-corporazioni con propositi da armageddon, più semplicemente la società digitale ha bisogno di carne nuova e diversa con cui costruire i propri eroi e questi ultimi, giustamente ed ora ne capiamo il perchè, non hanno neppure venti anni.

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