si arriva presto, come si faceva una volta, per essere davanti, vicini, testimoniare esattamente ciò che sta per succedere. Prima ci sono With A Hawk and a Hacksaw: me li avevano spacciati come una chicca in verità potrebbero essere degli irlandesi scappati di casa, li avrei messi a sedere dentro un carrello della spesa e spinti giù da un crinale. Si spengono nuovamente le luci, il palco è buio, parte una funerea linea di basso, su i megaschermi si incrociano la P e il 3 nello stile delle vecchie sigle tv anni 60. C'è qualcosa di tetro, una vera black ceremony che fa venire in mente gli spettacoli dei Depeche Mode o qualche messa in scena industriale. Fari sul palco come in un set cinematografico, dietro proiezioni sgranate in bianco e nero, a metà tra un video di youtube in buffering e l'estetica vintage che li ha accompagnati fino ad oggi. Negli ultimi 8 anni i Portishead sono dimagriti, musicalmente parlando, tutto esce come se fosse assolutamente indispensabile, il grasso o l'eccesso è stato tagliato via. L'intenzione è quella di suonare campane a morto, vestire con abiti nuovi anche i vecchi pezzi che finiscono col somigliare al contenuto di Third tanto tutto viene ridotto ai minimi termini. Machine Gun è accolta da un applauso a scena aprta (non sarà l'unico), ditemi voi quante volte vi è capitato di vedere un sold out entusiasta più di un disco nuovo che del vecchio repertorio. Le mani con le fotocamere rimangono alzate per tutta la durata della canzone: fare foto non basta più, la dimensione di eventi del genere (segno dei tempi) è quella video: le canzoni vengono riprese dall'inizio alla fine per mostrare a tutti il motivo che ci ha fatto accorrere in massa. Comprendere come sia possibile convertire quelle meraviglie che troviamo nei loro dischi in musica viva, suonata quasi per intero, senza virtuosismi che non siano gli scratch di Geoff Barrows (e chi li usa più oggigiorno?) o l'incredibile presenza di Beth Gibbons, davvero un altro pianeta anche soltanto rispetto al suo pur buono tour solista di qualche anno fa. Nel bis arriva Roads, poi We Carry On: il nuovo prende ancora il sopravvento sul passato, il pubblico è improvvisamente costretto all'attenzione, a prendere atto del cambiamento delle cose, del loro deperire guadagnandone in poesia e verità. Il più bel concerto da molto tempo a questa parte.
[foto ciscoteque]
31.3.08
Portishead @ Alcatraz, Milano / Then again the same old story / Word will travel, oh so quickly
scrive a. alle 11:12
tag: alcatraz, portishead
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)








10 commenti:
Temevo proprio questo, e ora non esserci stato mi fa morire il doppio. Nell'invidia però sono anche molto contento, per loro ma anche per noi.
Che commento veltroniano. Annamo bene.
mentre vedevo il concerto, da poco meno dell'ultima fila, pensavo "ecco, questo è quello che definirei un applauso SCROSCIANTE". ieri ce ne saranno stati una ventina.
tutti più che legittimi.
Concordo: si tratta di CLASSE !
quoto tutto.
qui si sta ancora tremando.
ho apprezzato la "pulizia" di molti pezzi, è difficile reinterpretare il proprio passato senza diventare la propria tribute-band!
bellissimo. non riuscivo a muovermi. (...).
ecco cos'altro dovevo scrivere. il gruppo prima. ma proprio da mandarli a fare in culo. o tipo da pretendere il 10% di rimborso sul biglietto, santodio.
c'ero anch'io, bellissimo, condivido tutto quello che hai scritto. Fortunatamente il gruppo prima l'ho sentito solo per 15 minuti...e mi è bastato!!! :-) Bellissimo concerto!
quotatissimo :)
era la marcia funebre in onore della vecchia milano, ad espiazione e come buon auspicio per il futuro ?
l'ho perso e me ne dolgo.
fabio
Posta un commento