13.5.08

Jamie Lidell: In it for the beauty (Rumore maggio 2008)

A vederlo arrivare, trolley e mantella, sembrerebbe un sosia riveduto e corretto di Sherlock Holmes. Stesso aplomb e aria intellettuale compassata, deve essere uno bravo a mentire Jamie visto che passa il resto del suo tempo a dimenarsi sopra i palchi di mezzo mondo portando in giro una strana mistura di soul, funk ed electro. Volendo saltare a piè pari i preliminari di rito potremmo prendere a chiamarlo direttamente Jim, dal titolo del suo ultimo disco, ancora per i tipi della Warp Records: “La gente mi chiama così: Jim. Non tutti, solamente un paio di persone a cui sono particolarmente vicino. Un soprannome che sento quando qualcuno vuole parlarmi in maniera buffa o divertente, dunque è naturale che anche io sia amichevole con loro. Questo in fondo è un disco che appartiene a lui, Jim, non a Jamie Lidell che invece è conosciuto per le sue cose più oscure, difficili”. Ne è passata in effetti di strada dai tempi dei Super Collider, avventura sperimentale condotta in compagnia del socio di un tempo Cristian Vogel. Anche allora, era la vigilia dell’anno 2000, si parlava delle stesse cose: ritmi neri e tecnologia, difficile trovarne però il bandolo della matassa. Come se una canzone di Marvin Gaye si fosse impigliata nei cavi di un powerbook senza riuscire ad uscirne fuori. E allora ecco arrivare quell’orgia di riverberi, disturbi, intemperanze industriali che seppellivano la melodia e il groove che ne costituiva le fondamenta. Poi Jamie ha iniziato a ballare da solo e deve essersi subito accorto che in fondo le cose più interessanti erano proprio quelle nascoste sotto le tonnellate di accrocchi elettronici costruiti in ogni minuto del suo tempo libero. Con Multiply, il disco, compare dunque davanti a noi il profeta della musica nera del nuovo millennio, con l’unico problema che Jamie è bianco, europeo, e le sue cose non erano mai suonate tanto chiare, cristalline, trascinanti e ispirate.
In questo senso Jim è la prova del nove di una mutazione genetica che ha il dovere di superare la crisi di rigetto, un braccio di ferro tra le due personalità dell’artista deciso a percorrere la strada della linearità, della melodia, del presobenismo a tutti i costi, battimani compresi, niente di più lontano dagli arzigogoli con cui avevamo imparato a conoscerlo. “Voglio che questo disco venda” dice serenamente Jamie guadandoci negli occhi “Tutti gli altri che ho fatto hanno sempre venduto pochissimo, ci ho messo così tanta energia in questi dieci anni di musica e non ho mai venduto nulla”. Un problema comprensibile quello della visibilità per il proprio lavoro che sembra però emergere nella peggiore delle congiunture, oggi che i resi dei dischi di Robbie Williams vengono usati per asfaltare le strade in Cina: “Mi accorgo di aver scelto un brutto momento, nessuno vende dischi e con tutta probabilità non ne venderò neanche io. Per me però è un esperimento: con Multiply sono stato abbastanza commerciale e mi è piaciuto, ho pensato che sarebbe stato giusto continuare così. E’ come fossi arrivato a metà strada, mi son detto: andiamo fino in fondo prima di prenderne una strada completamente diversa, di tornare indietro e diventare pazzo, cosa che faccio ogni giorno della settimana praticamente. E’ una cosa che mi viene piuttosto facile quella: per me è più duro fare un disco di vero pop che qualcosa che sia totalmente folle. Potrei farne uno così in una settimana, sarebbe divertente. Per il nuovo album volevo invece qualcosa che potesse andare anche in radio, mescolarmi ad artisti diversi. Odio sintonizzarmi e pensare: merda, merda merda, cosa sta succedendo qui?”.


What’s going on, sulla bocca di Jamie l’urlo di Marvin Gaye diventa grido d’allarme per una situazione della musica pop in continuo degrado, un abbrutimento generale dello stato delle cose a cui bisogna rispondere con una sorta di revisionismo storico: come se gli ultimi 20 anni non fossero mai esistiti e il synth pop fosse solo un brutto sogno: “La mia musica riflette un periodo che va dagli anni 50 fino all’inizio degli 80. Ho cercato di dimenticare sia gli 80 che 90: non volevo che l’album suonasse così. Vivo a Berlino che è una città strapiena di musica anni 80, il ripescaggio di quegli anni è enorme: dalla musica ai vestiti, cose come l’elettroclash vengono da un substrato del genere, da questo universo di plastica: cose che suonano male in cui si vuole trovare il bello a tutti i costi” Da tutto questo Jamie prende le distanze: “Credo di aver corso un rischio evitando di trovarmi in una qualche posizione ironica. Ho cercato di mettere il mio tocco e stile nella musica che suono, è ovvio che non si può ricreare una copia perfetta, quello che volevo recuperare era l’abilita nello scrivere le canzoni, la cura nel farlo. Pensa alla Motown, quanta serietà e attenzione mettevano in ogni loro uscita, la competizione che c’era al tempo, tutto questo non c’è più”
Decisamente una contraddizione vivente questo Lidell: proprio lui che si è definito a più riprese inviluppato fino al collo in plug in, update di software esotici e accrocchi microfonici di ogni genere eccolo ora a ripetere 10 volte nella stessa frase la parola craft, una cosa che in inglese suona più o meno come: artigianale, fatto a mano, quanto di più caldo e curato ci possa essere. Fulminato sulla via di Damasco o quella che ci sta proponendo è una soluzione nuova, qualcosa tipo un’etica della tecnologia alla quale non abbiamo ancora pensato? “La tecnologia è una lama a doppio taglio. Quello che manca oggi è la cura nel fare le cose, in questo cazzo di mondo Ikea. Si può dire che il mio disco è retrò ma ogni disco in un certo senso lo è, e questo è un discorso noioso. La novità dovrebbero essere forse gli LCD Soundsystem? Ma se la loro musica è piena di roba anni 80, potrei elencare ogni singola loro citazione così come, per un periodo musicale diverso, si potrebbe fare con il mio disco. Credo che il concetto di novità nella musica sia un’illusione”.
Se tutto è già stato suonato, pensato e realizzato che ci stiamo a fare noi qui allora? Forse per ballare sulle macerie di ciò che è rimasto: un ammasso di suoni artefatti e cibernetici figli di quell’esplosione tecnologica che un disco come Jim vuole provare quasi a negare. In tutto il mondo da molte stagioni si continuano a celebrare gli anni 80 tentando quasi di bloccare le lancette di un orologio che invece continua a scandire impietosamente il tempo. Se la storia, compresa quella musicale, è finita allora che razza di epoca stiamo vivendo oggi? Un funerale psichedelico in cui si cerca l’oblio a colpi di campionamenti grossolani e colori fluo: “Festeggiare qualcosa di poco importante è come evitare di prendere un impegno. Difficile trovare chi ha voglia di qualcosa di diverso, dei visionari. E sempre stato così: voglio dire: quanti Fellini abbiamo avuto? Penso ai Kraftwerk, loro si che hanno veramente cambiato il mondo della musica, il suo destino. Il mio disco non lo farà. So cosa mi vuoi chiedere: perché non voler almeno provare a cambiare il corso della musica?”. Tra le sue tante doti Jamie deve avere anche quella della lettura del pensiero perché è proprio questo il punto: viviamo in un periodo storico in cui la musica, anche di ottima fattura come quella contenuta in questo disco, sembra aver rinunciato alla sua missione primigenia: quella di scioccare l’ascoltatore, aprire gli occhi davanti ad un mondo diverso, che necessita della sensibilità dell’artista per essere riscoperto, reinterpretato, goduto fino in fondo in maniere altrimenti impossibili. Si è persa la categoria mentale della rottura: spezzare la linea continua dell’evoluzione con qualcosa di completamente diverso, che non esisteva fino a quel momento o di cui nessuno aveva notato l’esistenza. Niente più punk, niente più rap ad aggiungere categorie musicali negli scaffali dei negozi, la ragione di tutto questo va cercata anche nei mezzi con cui si lavora oggi e Jamie sembra essere d’accordo. “Pensa a quante cose sono successe ultimamente dal punto di vista tecnologico: il compact disc, prima, il walkman poi e ora ci sono i sampler, i sintetizzatori, i microfoni, il registratore a 4 tracce. Ecco quest’ultima è stata un’evoluzione recente, un salto fatto 40 o 50 anni fa. Oggi invece c’è il computer, l’ultimo ritrovato che in un certo senso è anche l’insuperabile strumento in continua evoluzione, di cui non si potranno mai conoscere tutte le potenzialità perché cambia di giorno in giorno. Da un certo punto di vista è una cosa esaltante, dall’altra è come se tenesse tutto intrappolato. Non è un caso questo ripescaggio di oggi per la musica degli anni 50 quando qualche tempo fa l’unica cosa che contava era saper immaginare quello che sarebbe stato. Oggi non interessa più così tanto: il futuro è noioso”


Ormai lo sanno anche i sassi, da quando ci siamo accorti che l’uomo non vive sulla luna, non si pettina con raggi laser e non è capace di curare con un colpo di spugna le proprie malattie è chiaro che la fantascienza non ha mantenuto nulla di quanto promesso. Niente navi spaziali, viaggi attraverso buchi neri o apocalissi tecnologiche. Il nuovo millennio assomiglia spaventosamente a quello appena passato, soprattutto visto da una certa distanza. Colpa di questo tapis roulant culturale su cui ci siamo seduti, quello di cui parla anche Jamie citando l’infinita evoluzione del computer, un ostacolo insuperabile proprio perché continua a crescere insieme a noi: tanto più alleniamo i nostri polpacci tanto più l’asticella del salo in alto continua ad alzarsi rendendo l’impresa del tutto impossibile. Così essere capace di immaginare qualcosa di diverso diventa del tutto inutile, la categoria dei Fellini citata poco sopra non ha più nessun valore, questi sono gli anni dei Gus Van Sant, del suo remake di Psycho identico all’originale fotogramma per fotogramma eppure come percorso da una sottile vibrazione di cambiamento. Impresa impossibile da risolvere che si accontenta del suo essere potenziale come un infinito vorrei ma non posso. In questo senso Jim è il disco clone per antonomasia, ancor più del precedente Multiply, con una componente elettronica ai minimi termini e un portato di citazioni enorme. La sensazione di compendio stilistico è quella predominante cosa di cui anche Jamie sembra essere consapevole: “C’è una parte di varietà, nel disco: c’è tantissimo materiale diverso, persino qualcosa di Nick Drake e altro che definirei quasi G Funk. Non mi piace che il mio suono venga identificato soltanto con quello della tradizione Motown, credo ci sia molto di più, in un certo senso è frustrante, qua dentro c’è di tutto: da Sly Stone a Little Richard fino a Snopp Dogg, ci sono un sacco di cose che non ho mai fatto” Unisci i trattini che formano la figura poi colora a piacere. Lo leggiamo in ogni numero della settimana enigmistica ma potrebbe adattarsi anche alle nuove uscite discografiche a cui però continuiamo imperterriti ad affezionarci. Proviamo, con l’aiuto di Jamie, a fare un elenco dei cattivi maestri: “Gente come Tom Waits e White Stripes, per quanto ottimi, sono band che continuano a riprodurre un cliché. Tom Waits non s’azzarda a fare un disco electro così come i White Stripes continuano a prendere a piene mani dal suono degli AC/DC. Stessa cosa per Franz Ferdinand con i Gang Of Four e via di seguito. L’unico che trovo davvero originale è uno come Four Tet ma lui in un certo senso è un assemblatore di musica, non ne crea tanto di nuova quanto mette assieme suoni altrui. E’ la metafora della musica degli ultimi anni: quella di farsi assalire da un’onda sonora. Penso al lavoro dei Future Sound Of London: prendere tutto assieme e godere del sovraccarico che ne risulta”.
Ok, arrivati a questo punto si ha la sensazione di essere davanti a un muro di cemento: l’unica soluzione per andare avanti è girarsi e tornare da dove si è venuti. La soluzione ad un empasse del genere potrebbe però essere sotto gli occhi di tutti: un'altra maniera di suonare profondamente black ma al tempo stesso avveniristici. Basta dare un occhio alle classifiche e leggere i nomi dei vari Timbaland e Justin Timberlake che, proprio come Jim/Jamie, giocano nel ripescare vecchi clichè immergendo però il loro suono in una pozzanghera di arrangiamenti ai limiti della tecno. Nulla di più distante dalla cura certosina e dal ripescaggio degli antichi lavori di cui abbiamo parlato fino a questo momento insomma: “Justin è un tipo veramente professionale” ribatte Jamie “Lo puoi chiamare e chiedergli qualunque cosa, anche di venire a recitare la parte del verme canterino e lui risponderà che non c’è problema. Ovvio che un personaggio così preciso si affidi al migliore: Timbaland. Lui è un uomo che davvero sta plasmando il suono di questi tempi, tutta questa ventata di minimalismo nella produzione è merito suo. Se senti Get Your Freak On di Missy Elliot praticamente non c’è musica nel pezzo, c’è solo questo piccolissimo beat che tiene tutto assieme. E’ interessante come usi questi suoni molto poveri per poi farli passare poi in enormi e costosissimi mixer, mettendo sopra delle voci pulitissime. Io però non voglio suonare come Justin Timberlake, forse avrei dovuto fare un disco del genere ma mi sono spaventato, non credo di poter competere con Timbaland, non ancora almeno”.


Come dire: altre maniere di arrivare alla grande massa, di leggere ed interpretare la realtà, parallele ma non comunicanti. L’esigenza di replicare la grandeur di quegli anni, la Hitsville U.S.A. (didascalico nome dello studio in cui venivano messi assieme i primi successi Motown), quella invece rimane invariata. Dialogare col proprio pubblico, farlo crescere e partecipare a questa festa di chiusura dei giochi in cui la sfida è quella di riuscire ancora a rivolgersi a ciascuno dei partecipanti chiamandolo per nome, così come fanno gli amici di Jamie, ops volevamo dire Jim, al momento di far festa. Svendersi forse è ancora possibile, basta farlo con stile: “Capisco cosa vuoi dire ma spero che almeno a questo giro ci sarà un pubblico vero e proprio di cui parlare. Ogni disco che faccio è un esperimento, questo è esattamente l’album che volevo realizzare: musica ottimista, come non ce n’è abbastanza ora in giro. Un sacco di major mi hanno contattato dopo Multiply: Warner, Universal, Columbia. Sono stato a casa di Rick Rubin , una villa enorme, e mi ha fatto i complimenti per il disco che avevo fatto. Ti rendi conto? E’ tutto quello che mi volevo sentir dire: avere un parere così importante”. Lo stesso Rick Rubin che secondo il New York Times dovrebbe salvare la musica anche se nessuno sa bene ancora come, forse anche lui dall’alto del suo talento ed esperienza continua a farsi le stesse domande seminate in questo articolo, le stesse che Jamie sembra porsi senza però riuscire a trovarvi una soluzione rivoluzionaria: “Ci vorrebbe qualcuno che cambiasse la carte completamente, ma non sarò io, non ora. Preferisco che la gente sappia della mia esistenza piuttosto che essere un misterioso rivoluzionario. Chi voterà mai per un presidente che non possiede un milione di dollari per la propria campagna elettorale?”

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