13.5.08

Last Shadow Puppets: così è se ci pare (Rumore, maggio 2008)

“Ieri notte è stato il delirio: house, tecno, acid soprattutto. Una vera botta, si è stata proprio una botta”. Non siamo in un film di Quentin Tarantino e neanche in una puntata virata indie di Lucignolo, quelli qui davanti sono proprio Alex Turner e Miles Kane, titolari della sigla Last Shadow Puppets. “Come si chiamava il posto? Magazzini…”. Magazzini Generali suggeriamo, ecco dove devono aver passato la notte per quanto possa essere strano immaginare due paladini del rock suonato come loro scatenarsi in pista in quello che è il club più grande e popolare di Milano. Esperienza divertente a giudicare dalla profondità delle loro occhiaie, non deve essere facile pensando alla lunga giornata dedicata alla stampa che gli si para davanti. Ben più prestigiosi giornalisti avranno il piacere di incontrare i due dopo pranzo, quando di Miles e Alex sarà rimasta soltanto un’ombra. A pensarci bene questa contraddizione iniziale è quanto di più interessante possa capitare, facendo lavorare l’immaginazione nei giorni precedenti saremmo stati sicuri di doverci trovare di fronte due dandy, veri nerd musicali completamente assorbiti dalla propria arte. Ed invece eccoli qua: sconvolti quanto basta per dimostrare che quello che gli scorre nelle vene è ancora sangue fresco, per niente adulterato dai successi e dall’ovazione ricevuta da pubblico e critica per l’uscita di questo The Age Of Understandment esordio firmato appunto col bizzarro nome di Last Shadow Puppets.
Da una parte Alex, il volto della più grande e potente corazzata inglese di questi anni: gli Arctic Monkeys. Dall’altra Miles, ex membro dei Little Flames da cui sono nati gli attuali Rascals e con un disco d’esordio in arrivo. Un’unione nata in tour, con quest’ultimi a fare da supporter ai primi, e da un rapporto d’amicizia e reciproca stima che sembra essere il vero punto di partenza di un’avventura del genere. “Volevamo semplicemente fare qualcosa assieme, scrivere canzoni con qualcuno che la pensa come te. E’ stato questo più che qualunque tipo di insoddisfazione che potevamo avere con i nostri progetti musicali principali”. A parlare è Alex ma per tutta la durata dell’intervista le due voci si sovrappongono come un coro ben orchestrato. Merito forse della stanchezza nell’aria ma la frase iniziata da uno viene prontamente conclusa dall’altro e vice versa. Spesso è Miles a prendere il sopravvento sul suo più noto collega e, gesticolando tanto da superare l’intervistatore italiano, illustra concetti ed opinioni anche da un punto di vista che potremmo definire tridimensionale. L’ultima volta che abbiamo avuto a che fare con gli Arctic Monkeys era al tempo del loro primo disco. Un esordio di cui si sentiva il rombo in arrivo dall’Inghilterra, un disco a cui tutti non sapevano se credere fino in fondo. Per la promozione italiana venne organizzata una partita di calcetto: la band affrontava giornalisti musicali, dj e blogger in un triangolare piuttosto improbabile. Di quel colloquio seduti ai tavolini del campetto indoor alla periferia della città restava l’impressione di avere a che fare con talenti schivi, giovanissimi, volti puntellati dall’acne che suonavano come la smentita fisiologica di una bravura persino esagerata. Sorprende che le cose non siano cambiate poi tanto. Centinaia di migliaia di copie vendute dopo Alex è ancora il viso sfuggente che ricordavamo e anche questa mattina si ha a che fare con un artista che preferirebbe non essere costretto a spiegare la propria musica ma proporla come materia auto esplicativa, naturale così come probabilmente viene vissuta in fase di scrittura.


I Last Shadow Puppets hanno sicuramente le stimmate delle band da cui provengono i due membri, quel ritmo accelerato, fresco che ha fatto gridare un bel po’ di gente ad una rinascita della musica inglese suonata con chitarre. In questo caso la lama è ancora più affilata e i riferimenti spesso ben nascosti sotto la sabbia, The Age Of Understandment, superate le sue zone d’ombra, è un’ennesima prova di scrittura davvero brillante: “In rapporto al resto dei nostri dischi forse questo sarà comperato da gente un po’ più vecchia. Qualche mamma e papà insomma. Crediamo che sia musica comunque abbastanza pop, pur con tutti i suoi aspetti più oscuri. Forse addirittura più pop dei nostri rispettivi gruppi anche se di certo abbiamo cercato di essere più sofisticati, non era una cosa che ci spaventava questa. Forse qui abbiamo un tono più drammatico, da tempo avevamo voglia di fare qualcosa con una sezione di archi, suonare come se si trattasse di una colonna sonora”. Se di film si deve parlare allora è una pellicola in bianco e nero quella che stiamo guardando. Tutto l’album è immerso in una bolla temporale ovattata e distante, lussuosa quasi: “Nel disco ci sono influenze di Morricone, David Axelrod” conferma Miles che continua “Non posso dire che si è pensato ad un tema comune per tutti i brani. Abbiamo semplicemente scritto dodici canzoni per poi assemblarle assieme”. Tra tutti i brani Meeting Place sembra quello che più mette in evidenza il proprio DNA exotico con un’aria lounge che sprizza lussuria da tutti i pori. Roba da ascoltare guardando i vecchi film della Pantera Rosa di Blake Edwards o, sempre rimanendo in compagnia di Peter Sellers quell’Hollywood Party a cui i Last Shadow Puppets sembrano essere stati invitati in qualità di ospiti d’onore: “Lounge exotica? Non sono sicuro del significato di queste definizioni”, è Alex a rispondere e il suo sguardo si fa ancora più perplesso “Un sacco di gente ha detto che Meeting Place è la sua canzone preferita. Non ho idea del perché, addirittura ha rischiato di non essere inserita nella tracklist definitiva. Avevamo dei problemi nel darle una forma definitiva, poi aggiungendo gli archi tutto è stato più chiaro. Un applauso per Owen!”.
Owen è Owen Pallett, conosciuto ai più con il suo alias musicale Final Fantasy, che dopo aver collaborato con Arcade Fire e Beirut ha messo lo zampino anche nella fase di arrangiamento degli archi presenti in The Age Of Understandment. “La nostra etichetta ce lo ha presentato, era entusiasta di partecipare alla cosa, è stato l’uomo giusto al posto giusto. Gli abbiamo detto a cosa ci siamo ispirati per il disco e lui aveva tutti i titoli che gli citavamo. E’ subito entrato nella giusta lunghezza d’onda, ha capito che volevamo evitare di suonare troppo bucolici, o da maxischermo”.
Ascoltando l’omonimo singolo apripista è impossibile non tirare in ballo un altro nome, quello di Scott Walker. L’inconfondibile ritmo al trotto della batteria, il tono stentoreo del cantato, l’aura magniloquente del tutto sono pure e semplici dichiarazioni d’amore dirette al musicista americano naturalizzato in Inghilterra tanto da tornare in patria in veste di profeta durante la British Invasion nella metà dei 60. In particolare sono le reinterpretazioni che Walker ha fatto del repertorio di Jacques Brel ad avvicinarsi in maniera impressionante ad alcuni aspetti della composizione di Alex e Miles. Andate a risentire un pezzo come Jackie (Scott 2) ed ecco che il balzellare ritmico è praticamente identico. Una carriera con alterne fortune quella di Walker che, dopo un iniziale clamoroso successo in giovane età, ha avuto un lungo black out fino al recente ritorno con produzioni più sperimentali e di culto. Quasi come se il problema fossero le troppe cose da dire, tutte sulla punta della lingua, che non possono fare a meno di affastellarsi e sovrapporsi. Un problema che forse ha anche Alex che dopo aver toccato il cielo ad appena vent’anni oggi si getta di già in avventure decisamente più sbilenche. Quello tra i due musicisti è un parallelo azzardato ma ricco di fascino che potremmo illuderci di credere possa racchiudere il segreto di un album firmato da compositori giovanissimi ma che pare realizzato altrove, in un tempo del tutto differente. Alex ascolta sorpreso e risponde guardando il pavimento: “Non ne ho idea, non so se seguirò la sua parabola, ho fatto ancora troppi pochi album. Walker ha fatto molti bei dischi prima di andare su cose più difficili. Credo di averne ancora qualcuno a disposizione anche io allora”. Non si nascondo dietro un dito e l’amore per questo genere di cantautorato accorato e profondamente europeo viene fuori senza ulteriori insistenze: “I dischi in cui Scott Walker riprende la musica di Jacques Brel sono stupendi, dischi da sentire tutto di un fiato senza saltare neanche una canzone”.


I conti tornano anche prendendo atto del luogo delle registrazioni dell’album, la Francia, posto distante da tentazioni e mode passeggere dove ritrovare l’equilibrio necessario per mettere tutti i riferimenti nel giusto ordine. “E’ stato Jame Ford, il nostro produttore, a consigliarci questa cosa, ci ha dato quello che si può definire un passaggio. Conosceva già lo studio avendoci lavorato con altre band e ha pensato che potesse andar bene anche per noi. Nessuna distrazione: è quello che volevamo. Ci ha dato un’attitudine più rilassata che registrando a Londra non avremmo sicuramente avuto. Era una specie di fattoria, un po’ impolverata con molti animali: cani, anatre, un fiume, uno stagno, cose così”. E pensare che Ford non è esattamente il tipo che avremmo visto dietro il banco mixer di un lavoro del genere, tutto preso come sembra a scolpire il suono del rock elettronico del futuro con i suoi lavori su Klaxons, Arctic Monkeys e i suoi Simian Mobile Disco. Va bene l’immagina posata e l’aria intellettuale ma alla fine sempre di un tipo da discoteca stiamo parlando. Uno che di mestiere fa il dj e passa i suoi sabati sera davanti a centinaia di persone scatenate in pista non sembra la persona più adatta a produrre un album tanto educato come questo. Ovviamente l’errore è nostro che saltiamo alle conclusioni troppo in fretta: “Il fatto che James abbia lavorato spesso con cose molto differenti prova quanto talento ha quest’uomo”, Miles sembra non avere dubbi, quello con cui hanno avuto a che fare è decisamente un personaggio geniale: “Ha una conoscenza della musica incredibile, faranno un film su di lui prima o poi. O un box di cd con la collezione di tutti i dischi da lui prodotti: The Ford Collection” aggiunge Alex sghignazzando “Per noi è stato come farlo entrare nel processo di scrittura vero e proprio, è il terzo membro del gruppo a tutti gli effetti”.
E’ un indagine fruttuosa quella che stiamo portando avanti, molto più di quanto ci saremmo aspettati vedendoli entrare nella stanza scombussolati e stravolti dai bagordi della notte precedente. Eppure nell’orgia di nomi fatti fin qui non si capisce il perché di questa fascinazione verso musica nata e vissuta in epoche che i due non hanno vissuto né testimoniato se non in vecchie pellicole in replica la domenica pomeriggio alla BBC. Questa del recupero degli anni 60 è una questione che viene affrontato anche altrove in queste stesse pagine. Appena qualche settimana prima abbiamo incontrato Jamie Lidell e lungamente discusso con lui di come riuscire a scrivere un gran disco guardando al passato senza però perdere la forza di immaginare un futuro differente. Miles mi interrompe: “Jamie chi?”. Ma come? Non erano loro i super esperti musicali? E non hanno mai sentito nominare l’uomo di punta della scuderia Warp? Jamie Lidell ripetiamo, improvvisando anche un passo di danza soul per il divertimento dei giovani dall’occhio assente. “Non ho idea di chi sia” conferma “e cosa ti avrebbe detto?”. Abbiamo parlato di come a volte si abbia l’impressione che la musica sia morta e che, fondamentalmente, sembra impossibile suonare qualcosa di completamente inedito. “Per qualcosa di veramente nuovo bisogna rimanere strettamente nei territori dell’avanguardia. Dipende da come riesci ad elaborare le tue influenze personali, cosa scatta poi nella tua testa, solo quello è l’elemento che può fare la differenza”. Questa l’opinione di Miles a cui subito Alex arriva a dare manforte: “In verità cerchiamo di non preoccuparcene troppo, se la musica sia morta o meno dico. E’ una cosa triste da pensare, a noi personalmente non è che ci sia mai passato per la testa. Forse perché siamo giovani e la penseremo anche noi così fra qualche tempo. Forse succederà quando non riusciremo più a scrivere canzoni e dovremo trovare delle scuse. E’ mica vecchio questo tipo di cui parli?”. Questa mattina purtroppo siamo usciti di casa senza la carta d’identità di Jamie Lidell ma possiamo assicurare i nostri amici di come sia almeno un po’ più vecchio di loro. Supergiovani lanciati alla conquista del mondo ben attenti però ai dettagli della propria missione come ad esempio gli strumenti utilizzati per le registrazioni. “Tutte le chitarre, amplificatori e organi sono d’epoca, tenevamo molto a questo. Inoltre abbiamo registrato il disco su nastro, abbiamo usato Pro Tools il meno possibile, giusto nella fase di missaggio. Si è vista la differenza soprattutto nel suono delle batterie che siamo stati in grado di mantenere caldo e ricco”. Le stesse batterie che, se tutto va come da progetti, saranno percosse da James Ford in persona nel tour che accompagnerà l’uscita dell’album, una cosa piuttosto seria ed impegnativa a quanto pare: “Suoneremo con un orchestra, 12 elementi, oltre a noi ci saranno anche un bassista e lo stesso James alla batteria”.


Musica da colonne sonore e crooner anni sessanta permettendo internet rimane però il luogo ideale dove discutere di dischi del genere. E’ da lì che provengono gli Arctic Monkeys in fondo ed è lì che risiede la maggioranza dei fan di un’idea musicale ipertestuale come questa. Tra i tanti commenti al video del primo singolo su youtube uno spicca per assurdità, tanto che ci permettiamo di riportarlo allo stesso Alex Turner: Se gli Arctic Monkeys sono i Blur allora i Last Shadow Puppets sono i The Good The Bad And The Queen. Nella nostra mente contorta da maniaci della cospirazione il paragone regge: da una parte l’attitudine ad essere la voce di una generazione: popolari ed influenti al tempo stesso. Dall’altra c’è invece la tentazione di spiegare quanto visto e vissuto incidendo un disco fuori da mode e tendenze che sia anche una riflessione sulla propria carriera. A giudicare dalle risa che arrivano in risposta non avremmo potuto pensare castroneria più grande: “Credo sia un’affermazione abbastanza stupida” risponde Alex “Non vedo perché mettersi a fare tutti questi calcoli. Anzi guarda: possiamo essere i Gorillaz? Aspetta ho trovato: se gli Arcitc Monkeys sono i Blur questo è il pezzo che Damon Albarn ha fatto con Kano, il rapper inglese, hai presente?”. Certo che abbiamo presente, ed in effetti viene da ridere anche a noi pensando ad uno di quei passi falsi titanici in cui possono incorrere anche menti lucide come quella appunto di Albarn. Ci manca addirittura il coraggio di visitare la pagina youtube di questo connubio poco riuscito di pop e rap per paura di trovare qualche giudizio fin troppo caustico da parte soliti anonimi duepuntozero. Infine arriva però l’illuminazione: non è che a ben sentire il merito di saper decontestualizzare musica del genere spetti proprio al pubblico? Lo stesso che per ovvi motivi anagrafici manca di quel retroterra necessario ad inquadrare gli indizi nella giusta casella, gli stessi che qualche anno fa resero grandi gli Oasis ignorando beatamente persino il lavoro dei Beatles o che ascoltano gli Arctic Monkeys dipingendoli come i salvatori di una patria senza passato. “Per la realizzazione del video” ammette Miles “abbiamo voluto coinvolgere qualcuno che fosse completamente estraneo al progetto. Ascoltando la nostra stessa musica è ovvio che ci tornassero in mente i paesaggi visti durante le registrazioni, la campagna francese e cose del genere, quando invece per il resto del mondo la nostra musica evocava immagini completamente differenti. Il tizio che ha fatto il video (esordio di Romain Gavras, figlio d’arte del più celebre Costa NDR) ci ha detto: suona come una cosa ambientata a Mosca, dovremmo andare là”. Non si capisce bene cosa abbia a che fare la Piazza Rossa con la stessa musica che noi paragonavamo a Brel e Waker. Al massimo potremmo fantasticare di un cowboy solitario che attraversa il deserto di corsa inseguito da uno sceriffo particolarmente incazzato. Invece no, ecco arrivare il video con tanto di soldati dell’armata russa in divisa, architettura comunista e neve in abbondanza. “Penso anche io che non c’entri nulla ma sono contento che abbia fatto una cosa del genere. E’ importante contaminare le proprie influenze con quelle altrui, persone che si rispettano a cui potersi affidare. Quando ci ha proposto l’idea abbiamo subito detto wow! Suona così enorme ed esagerato che deve essere giusto. Tutto questo rimanendo comunque fico, il regista è un ragazzo giovanissimo, 26 anni, e a questo giro aveva il budget giusto”.


Cosa vogliamo saperne noi di questo mondo esagerato, abitato da leggende viventi che hanno compiuto da poco vent’anni e con la necessità di inaugurare progetti paralleli con la stessa frequenza con cui noialtri buttiamo via la spazzatura. Figli d’arte che gestiscono budget milionari per realizzare video allucinati. In fondo incontrare i Last Shadow Puppets è prima di tutto l’occasione per entrare in contatto con un universo culturale incredibilmente denso e distante, immerso in un presente talmente rapido da assomigliare a quello dei nostri genitori o, addirittura, nonni. Gli anni passano così veloci da finire col tamponarsi al semaforo formando un incredibile ingorgo in cui tutto è allo stesso livello, appiccicato così fortemente da non potersi staccare neanche mettendoci tutta la forza che abbiamo in corpo. Buon per Miles ed Alex allora che proprio nel video di The Age Of Understandment decidono di salire a bordo di un carro armato, il giusto mezzo per una duo così poco disposto al compromesso, anche nel caso di un incidente come quello evocato qualche riga più in alto. Noi ovviamente dentro uno di quei bestioni di metallo non ci siamo mai stati, un ennesimo punto di discontinuità con gli intervistati in cui magari si nasconde qualche segreta intuizione che a noi continua a mancare. Com’è dunque essere a bordo di un bestione del genere? Divertente come sembra? “Freddo e delirante” dice Alex passanosi la mano su una fronte sempre più provata “Un po’ come ci sentiamo adesso. Forse anche ora siamo in un carro armato o più probabilmente non abbiamo la minima idea di dove ci troviamo”.

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