13.6.08

The Notwist: il diavolo siamo noi (Rumore, giugno 2008)

Vi ricordate C’era una volta in America? Verso la fine del film Noodles/De Niro torna finalmente dai suoi antichi compari di scorribande che tra lo stupito e il rabbioso non possono fare a meno di chiedergli: “Ma dove sei stato tutto questo tempo?” “Sono andato a letto presto” è la risposta. Una delle battute più folgoranti della storia del cinema, talmente geniale da funzionare persino con una manica di avanzi di galera come quelli protagonisti di questa pellicola. Avremmo voluto che anche Martin Gretschmann, l’uomo responsabile dell’elettronica Notwist, avesse tirato in ballo una risposta così brillante. Invece il personaggio anche conosciuto come Console si limita a rigirare la frittata: “Perché non provi a indovinare te?”.
Da ormai 6 anni non esce sul mercato un disco firmato Notwist, assenza particolarmente sentita e dolorosa per chi serba il ricordo del loro ultimo album: quel Neon Golden del 2002 che era sembrato sorprendentemente capace di assurgere a classico istantaneo all’interno del pop elettronico. Un disco di svolta per una genere musicale difficilmente capace di camminare con le proprie gambe e che improvvisamente si ritrovava ad essere la perfetta versione cibernetica delle migliori canzoni del passato, una vera opera di cantautorato moderno in cui l’anima mitteleuropea rimaneva sullo sfondo, appena dietro un’abilità di scrittura che sembrava capace di parlare un po’ a tutti, sia di qua che di la dall’Oceano.

Ovvio dunque mettersi all’ascolto del nuovo The Devil You + Me con un minimo di nervosismo, le aspettative erano alle stelle, la speranza di poter iscrivere il nome dei Notwist nell’albo dei mostri sacri quanto mai grande. Vista da questa angolazione, quella del superamento di se stessi e della sfida con la dimensione del proprio lavoro passato, forse la scommessa sembra perduta. Il nuovo album non è il disco definitivo che avremmo voluto, capace di sedersi accanto al lavoro dei Radiohead per dominare il pop colto dall’alto della propria autoconsapevolezza. Questo è un lavoro troppo fragile, studiato eppure fondamentalmente umorale come avrà modo di spiegarci lo stesso Gretschmann nel corso dell’incontro durante il quale non smetterà mai di assaporare con gusto un italianissimo cappucino con brioche servitogli sotto un tenue sole primaverile. “Dall’uscita di Neon Golden nel 2002 abbiamo passato più di un anno in tour. Con il progetto 13&God (che vedeva i Notwist al completo collaborare con i Themselves della scuderia Anticon in una sorta di superband transoceanica NDR) lanciato subito dopo volevamo inizialmente fosse una cosa da cui far partire il nuovo disco dei Notwist e invece è finito con l’essere un progetto a se stante su cui abbiamo lavorato e suonato per due anni. Per questo non è che in questi 6 anni abbiamo avuto poi tutto questo tempo per guardare le stelle”. Niente serate a letto presto insomma, in fondo lo sapevamo di avere a che fare con degli stacanovisti della musica. Oltre i gruppi già citati e il progetto solista del qui presente Martin gli altri due membri del gruppo, i fratelli Micha e Markus Acher si moltiplicano in un’enorme partenogenesi sonora collaborando tra loro e con altri ad una folta schiera di gruppi. Lali Puna, Tied&Ticked Trio, Village Of Savoonga, Ms John Soda sono i principali, ma non unici, impegni dei due che sembrano non riuscire ad arrestare la propria prolificità creativa. Nonostante questo siamo ancora qui a discutere di tutto il tempo passato senza di loro, in assenza del cuore di questo sottobosco: i Notwist il cui ritorno era così tanto atteso da così tante persone: “In effetti 6 anni per il music business di oggi sono un’eternità” ammette Martin: “Le cose vanno piuttosto veloci, ci sono gruppi che incidono dischi nuovi praticamente ogni anno, noi evidentemente non ci possiamo permettere questa velocità”.

Nell’era del singolo pret-a-porter The Devil You + Me è invece un album profondamente studiato sotto ogni aspetto: arrangiato con attenzione e varato con altrettanta cura, una scelta che non può non sembrare profondamente controcorrente rispetto all’orgia di uscite mordi e fuggi con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Indipendenza? Follia o semplice menefreghismo? “Ci sentiamo abbastanza a nostro agio e allo stesso tempo anacronistici, tutto va verso il mercato dei singoli: Itunes, Ipod, non esistono più dischi da prendere nel loro insieme, mentre il nostro nuovo album va preso nella sua interezza. Tutto questo ci fa sentire un po’ fuori posto, ma fondamentalmente lo siamo sempre stati” E’ forse un concept album dunque quello che stringiamo tra le mani? Un lavoro da vedere in controluce cercandone la filigrana che ne riveli il significato più profondo e unitario? “Non parlerei di concept ma abbiamo notato una profonda linea comune, ci è voluto molto tempo per definire i dettagli o trovare il giusto ordine delle canzoni, ci sono diverse storie raccontate qui dentro, argomenti simili tra loro, il resoconto dei nostri ultimi anni”.
La rete aiuta a ricostruire anche questo aspetto: altrove Markus ha parlato di esperienze luttuose e dolorose come il seme da cui è partita la scrittura del disco. Una sorta di spada di Damocle pendente sopra la testa dei musicisti che li ha tristemente tenuti sotto tiro per lungo tempo, loro ma soprattutto collaboratori e amici che ne sono poi il vero argomento di discussione. “Diversi nostri conoscenti hanno dovuto affrontare cose spiacevoli: incidenti, malattie. Hai probabilmente sentito di Dax (Pierson, membro dei Themselves) che è stato ferito gravemente in un incidente. Il fatto è quello di aver dovuto avere a che fare con questo tipo di dolori, oltre la morte di persone a noi care”. Nel 2005 questaa storia ha fatto il giro del mondo. Dax era in tour con l’altro suo gruppo, i Subtle, quando il loro furgone è scivolato sul ghiaccio con esiti disastrosi. Unico membro del gruppo a rimanere ferito gravemente da quel giorno Pierson è bloccato su una sedia a rotelle mentre i suoi compagni hanno continuato ad organizzare senza sosta concerti benefit e iniziative di ogni genere per pagare una costosa riabilitazione. A distanza di 3 anni Dax sta molto meglio, continua nel suo lavoro di recupero (trovate anche dei video su youtube in proposito) ma non è stato più in grado di tornare a calcare i palchi da lui tanto amati, almeno non ancora.
L’altra novità si chiama Andromeda Mega Express Orchestra. Se vi siete imbattuti nei filmati rilasciati online dai Notwist per anticipare l’uscita del disco avere già presente di cosa sto parlando: 20 musicisti di Berlino capitanati dal giovanissimo direttore Daniel Glatzel che tentano di svecchiare un po’ la già sclerotizzata formula della musica classica incrociata col jazz. “Abbiamo un nuovo batterista nel gruppo per le registrazioni e il live, questo ragazzo suona anche nella Andromeda Mega Express Orchestra. Ci ha fatto sentire alcune delle loro cose e abbiamo capito che era esattamente il tipo di suono che stavamo cercando, siamo entrati in contatto con la persona che dirige l’orchestra, un ragazzo molto giovane. Abbiamo sempre avuto il desiderio di lavorare con elementi del genere, dai tempi di Shrink: è stato sempre nelle nostra teste ma lo abbiamo trovato ogni volta troppo costoso oppure non riuscivamo ad avere i giusti musicisti, qualcuno che non suonasse pomposo”. La paura era proprio quella di avere a che fare con un discone di quelli dal peso specifico esagerato, problema assolutamente inesistente, lo si è capito al primo ascolto quando era chiaro che seppur pieno continuava a non esserci nulla di magniloquente nella musica dei Notwist.


A parte i collegamenti interni, quelli fondati su tutte le emanazioni dei tre musicisti (a proposito di cui Martin ci tiene a precisare che: “anche se i Notwist sono la band più conosciuta non sono il centro del nostro clan produttivo”), se ne possono costruire altri del tutto esterni e decisamente più azzardati, magari proprio fondati su quella prolungata assenza con cui abbiamo iniziato il nostro incontro. In tema di redivivi dalla tomba il botto più grande di recente è stato quello dei Portishead. Chi si aspettava di vederli ancora in pista alzi la mano. Io no di certo, men che meno con un disco come Third, così profondamente diverso da un passato che sembra oggi sideralmente distante. Disco difficile il loro, chissà cosa ne pensa Martin che in quanto uomo responsabile della parte elettronica del gruppo è forse la persona più adatta ad esprimere un giudizio in proposito. “L’ho sentito proprio ieri” confessa. Ti è piaciuto incalziamo noi: “[pausa] Penso di si, devo sentirlo di nuovo però. Suona piuttosto strano, coraggioso, così diverso da quanto avevano fatto prima. Si, direi che mi piace”. Tra i due estremi c’è dunque un punto di contatto, sicuramente non quello della rottura con le radici però visto che per molti aspetti questo dei Notwist è forse il disco più ortodosso, vicino a ciò che ci saremmo aspettati da loro, indipendentemente da tutto il tempo trascorso. “Forse siamo rimasti uguali a noi stessi perché per noi la voce, la linea melodica, è sempre stata molto importante, un elemento portante della nostra musica. Markus ha suonato molta chitarra acustica cercando il tono giusto delle canzoni, negli ultimi tempi ha sentito molta musica folk, gospel”.
Cosa c’entrino cose del genere con la loro musica rimane un mistero, forse l’aura sacrale, il rispetto con cui vi si avvicina, magari è proprio quello l’eredità che mondi di questo tipo hanno lasciato da queste parti.


Restando in tema planetario l’altra ossessione che emerge dai testi dell’album è quella con i corpi celesti. La parola planets è ripetuta più volte, anche nel titolo di una canzone particolarmente rivelatrice come conferma lo stesso Martin. “Volevamo chiamare il disco proprio On Planet Off (il titolo del brano in questione NDR) proprio perché il tema dei pianeti continuava a tornare nelle canzoni. Poi, dopo un paio di giorni, abbiamo capito che sarebbe stato ridondante. Questo non è un disco riguardo l’essere altrove ma che parla del presente, in tutti i sensi, l’avere a che fare con ciò che ci circonda, non solo relazioni umani ma anche sociali, il rapporto con il mondo”. Viene in mente il primo video di questo nuovo disco realizzato per il brano Where In This World. Due amanti isolati da tutto e tutti devono trovare il modo di fuggire dalla loro misteriosa prigione nel bosco. Ci provano costruendo una macchina ma finiscono fuori strada. Arriva l’epifania: l’auto può essere smontata per creare qualcosa di più ambizioso, un aereo, magari addirittura a decollo verticale, perfetto per volarsene via lontani, finalmente liberi. Come a dire: i problemi non si evitano chiudendo gli occhi ma sollevandosi con tutta la leggerezza di cui siamo capaci: “Good Lies ad esempio parla di come si riesca a convivere con la menzogna, ciascuno di noi lo fa. La nostra possibilità di vivere nella ricchezza si fonda sullo sfruttare il lavoro altrui, quello degli altri paesi meno sviluppati. Riusciamo in qualche modo a non impazzire davanti ad un’ipocrisia del genere, a tenerla lontana facendo in modo che non ci infastidisca troppo”. La povertà come metafora della morte, l’altro convitato di pietra della conversazione, la boa attorno cui tutto questo The Devil You + Me sembra girare costantemente. Sappiamo tutti come funziona il nostro cervello in casi del genere: prima si viene coinvolti fuori misura, vediamo la fine della vita (nostra o di altri) come ineluttabile, un castigo divino, da dimenticare subito dopo, come acqua che scorre sotto un ponte senza lasciare traccia perché è così che da sempre succede e che sempre accadrà.
Il tempo, le sue variabili e i suoi punti fissi, sono i galleggianti del mondo Notwist, un continente composto da più stati confinanti, federale e deregolato come piacerebbe dire a tanti di questi tempi. L’ultimo sforzo di chi ha i piedi così saldamente ancorati nel presente è quello di cercare di immaginare il futuro: cosa dobbiamo attenderci dai Notwist dei prossimi anni? Altra afasia? Sentieri meditabondi come quelli percorsi fino a questo punto? Altri sei anni di silenzio occupati a vegliare la caducità dell’uomo moderno? “Direi che ne potrebbero passare anche sei più due. E’ il coefficiente Notwist: 12 è uscito nel 1995, Shrink nel 1998, Neon Golden nel 2002, questo nel 2008. E’ una specie di equazione, non ci si può sbagliare”.

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