E questi da dove vengono fuori? Non c’è reazione misurata davanti ad un gruppo del genere. Troppo, tutto insieme e soprattutto all’improvviso. L’industria discografica come i semplici ascoltatori sono presi alla sprovvista, dopo intere stagioni di fulminanti fenomeni 2.0 che sembravano averci vaccinati a qualunque sorpresa gli MGMT hanno comunque saputo far sentire la propria voce ad un pubblico frastornato. Time To Pretedend, certo, il singolo killer che ha aperto loro le porte del grande pubblico, i colori acidi del video abbinato un passo oltre e più in là del fenomeno new-rave divenuto improvvisamente tremendamente sorpassato, superato a destra da una musica dalle radici profonde costruita su una miriade di strati differenti. “Eravamo nello stesso dormitorio all’università, non ricordo la prima volta che ci siamo incontrati”, a parlare è Andrew VanWyngarden il biondo della coppia attorno cui gira tutto il mondo degli MGMT. Il socio che sta chiamando in causa si chiama Ben Goldwasser ed è qualcosa di simile alla sua nemesi. Bello, efebico e ingenuo il primo, olivastro, irsuto e dall’occhio genuinamente furbo il secondo. A ben vedere l’impressione di essere presi per il sedere si ha un po’ con entrambi. Sarà il modo strascicato che hanno di formulare le risposte, come se gli avessimo chiesto la cosa più banale del mondo. Invece la curiosità è più che mai legittima perché il loro Oracular Spectacular è un album incredibilmente potente e maturo, anche per chi si è abituato a ricevere bordate del genere da artisti poco più che ventenni. Merito anche del lavoro del produttore-taumaturgo Dave Fridmann (già con Flaming Lips) capace di costruire una cattedrale di suono sopra una manciata di ottime canzoni. Provate a riascoltare oggi la prima timidissima versione di Time To Pretend, con quella gracchiante pianolina in sottofondo e avrete un’idea di come le cose siano cambiate radicalmente.
Scusate l’interruzione, sentiamo cos’altro ha da dirci Andrew a proposito della genesi del gruppo: “Con Ben abbiamo iniziato a scambiarci i dischi, non volevamo formare un gruppo, cosa che poi è puntualmente successa. Nella nostra musica ci sono delle parti discutibili, cerchiamo di mescolare buona musica con quella brutta è questo il nostro marchio di fabbrica. Ci piace essere sull’orlo del cattivo gusto”. Probabilmente il riferimento è a quelle citazioni musicali che sulla carta risultano obiettivamente fuori tempo massimo, in fondo citare il rock progressivo in ambito indie (più come attitudine che altro visto il loro contratto con la Columbia Records) è peccato mortale. Giustamente secondo molti. Ben ad esempio sembra avere una cotta per i King Crimson “Sono uno dei miei gruppi preferiti poi ho iniziato ad ascoltare i Sonic Youth, Talking Heads”. Andrew completa la lista d’influenze: “Television, Human Television, Tv On The Radio, Radiohead”. A sentire snocciolare questi nomi torna prepotente l’impressione della presa in giro: non è che sta semplicemente mettendo in fila una serie di band con nomi simili? Come i giochi di logica che si facevano in macchina, in viaggio per le vacanze, cose tipo: dico una parola e tu mi devi rispondere con un’altra dalla stessa iniziale.
Poco male, avere a che fare con loro vuol dire accettare di fare un giro sulla giostra dell’assurdo, normale che siano stati raccomandati da altri outsiders come gli Of Montreal di Kevin Barnes che per primi li ha voluti ad aprire i loro concerti nel 2005, quando Andrew e Ben erano soltanto due studenti di Brooklyn decisi a tutti i costi a non fondare una band. La cosa si è poi ripetuta nel 2007 ma a quel punto gli equilibri erano quasi capovolti, perché le canzoni che sarebbero poi finite nell’esordio degli MGMT hanno per loro stessa natura una capacità comunicativa fuori dal comune, l’abilità di disegnare un mondo dai contorni sfumati eppure incredibilmente reale. The youth is starting to change ripetono cantilenando in uno dei loro brani, come se avessero avuto occasione di dare uno sguardo nel futuro e fossero tornati qua tra noi comuni mortali per raccontarcelo. Talento si diceva, se ne deve essere accorto anche il Barnes di cui sopra che ha preso sotto la sua eccentrica ala proprio Andrew VanWyngarden fondando con lui un side project di cui si sa ancora poco o nulla. Blikk Fang è il nome e solo l’annuncio della sua esistenza ha fatto scattare una caccia alle streghe senza precedenti nella blogosfera, particolarmente avida di incroci e mutazioni genetiche di questo tipo. Sono saltate fuori due canzoni su una sperduta pagina internet: Judas Tonic e Nupital Eagles Sharpened, solo per scoprire a stretto giro che la prima era un vecchio demo gli stessi MGMT intitolato Just Becuz mentre la seconda una cover degli Of Montreal alle prese con i Misfits di Where Eagles Dare. Un buco nell’acqua con tanto di smentite ufficiali insomma. Per mettere le mani sul real deal dovremo aspettare questo inverno inoltrato, per ora ci si accontenta di alcuni titoli provvisori come Hypnotic Agents, Dead Dogs e Pleasure Cunt che descrivono abbastanza bene l’orizzonte rovesciato nella testa dei due protagonisti.
C’è una seconda possibilità oltre quella dei viaggi nel tempo: che Andrew e Ben in verità siano una specie di sciamani in musica che fondano i propri vaticini su nulla se non visioni e deliri. La dimostrazione della propria potenza è contenuta nella canzone che abbiamo già citato, Time To Pretend, il cui testo descriveva con precisione quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Let's make some music make some money find some models for wives cantano e se le modelle sono probabilmente dietro l’angolo la musica e il denaro sono già arrivati. Le televisioni musicali si sono innamorate dei due buoni selvaggi e del loro esercito di bimbi sperduti (cfr: il clip della canzone per la regia di Ray Tintori) mentre in tanti raccontano del loro concerto al SXSW di Austin come il vero momento definitivo dell’edizione 2008. In arrivo c’è un tour di supporto a Beck, uno che ha un certo naso per capire dove tirerà il vento nel prossimo futuro. Non vi fa dunque paura aver previsto il vostro stesso destino? Time To Pretend si chiude con l’immagine di una morte violenta: affogare nel vomito come il più classico stereotipo della rockstar. “Di solito i testi sono le ultime cose di cui ci occupiamo: registriamo le canzoni, abbiamo in mente la melodia e poi scriviamo più o meno quello che ci viene. Ci vogliono circa due settimane perché inizino ad avere senso nella nostra testa. La cosa più importante è il suono delle parole, il significato diviene importante col tempo. Abbiamo scritto questo pezzo quando ancora nessuno ci conosceva, il fatto che si sia poi in parte avverato è la componente oracolare della cosa, parola che abbiamo infatti ripreso nel titolo del nostro disco”.
Scusate la pedanteria, quasi da testo a fronte nel libro delle superiori ma in questa canzone c’è dell’altro. Uno dei più lucidi vaffanculo al modello borghese da molto tempo a questa parte. Niente di urlato o caricaturale, solo una presa di coscienza delle proprie possibilità e limiti. Yeah it's overwhelming, but what else can we do? / Get jobs in offices and wake up for the morning commute? La risposta sembra scontata, in fondo questo è il momento di pretendere qualcosa di più e meglio che una sedia su cui far marcire il sedere dalle 9 alle 6, vero Andrew? “Non voglio lavorare in un ufficio, voglio lavorare in un castello! Preferirei essere al verde piuttosto che stare in un ufficio, senza offesa per nessuno, un sacco di gente lo fa ma io non potrei mai”. Ben d’altra parte sembra più possibilista: “Io ci riuscirei, se facessi un lavoro in cui credo davvero. Purtroppo penso che la maggior parte della gente non faccia lavori in cui crede sul serio. Potrei lavorare ovunque se avessi la sensazione di aiutare qualcuno”.
L’ultima e più difficile questione è quella del come sopravvivere a se stessi, alla propria velocità, al mondo che ha preso a girare in maniera così vorticosa e che li ha portati dalla minuscola Cantora Records (per cui hanno fatto uscire un primo demo dal titolo Climbing To New Lows e il decisivo Time To Pretend Ep) al colosso che adesso si ritrovano a cavalcare. “Siamo una buzz-band quindi non abbiamo veramente un futuro, nessuno si curerà di noi da qui a un anno, stiamo cercando di prendere tutto il possibile ora, trarre vantaggio dalla situazione”. Andrew parla ancora una volta tra il serio e il paraculo, poi ci pensa un attimo e continua: “In verità vorremmo avere una carriera lunga, fare 4 dischi o 10 addirittura. Non vorremmo seguire la traiettoria del tipico gruppo che dura una stagione soltanto. Nel nostro disco c’è tutta una serie di influenze e stili, non soltanto una buona canzone. Con un po’ di fortuna la gente vedrà la profondità della nostra musica senza liquidarci come una semplice novità passeggera”.
Gli indizi sono tutti dalla loro parte, in fondo per quante bandane colorate possano ficcarsi tra i capelli o quanti video in chroma key girare alla fine della fiera le canzoni sono di quelle che rimangono. E in Oracular Spectacular ce ne sono parecchie, un esordio che va preso per buono per intero, roba che non succedeva da qualche tempo. Dagli Arctic Monkeys o dai Klaxons. Quella però era l’Inghilterra dell’hype più spericolato, un terreno che agli MGMT sembra stare piuttosto stretto presi come sono nell’incrociare penne e chitarre con i mostri sacri della scena americana o nell’ascoltare improbabili dischi di decenni ormai dimenticati. Altro che colori fluo e pionierismo elettronico, i toni che ci bucano la retina vengono da un mondo completamente differente da quello a cui ci siamo abituati. “Ascoltiamo soprattutto musica degli anni 60 e 70, in quei dischi ci sono un sacco di cose fosforescenti e psichedeliche. Ci vogliamo avvicinare più a quell’immaginario che alla Madchester degli anni 80. Non sentiamo molta musica nuova, probabilmente è questa la ragione per cui non ci sentiamo affatto fighi quando andiamo in giro in Europa. Siamo attenti a quello che succede perché sappiamo che ci sono molte cose buone in giro, soprattutto a New York e Baltimora, però quando siamo con i nostri amici di solito ascoltiamo musica vecchia di 40 anni piuttosto che quella di 3 o 4 anni fa. C’è un elemento di nostalgia nell’ascoltare quel tipo di musica suonata da gente che credeva onestamente e completamente che le cose sarebbero radicalmente cambiate. L’effetto di quel pensiero lo possiamo sentire ancora anche se la rivoluzione in cui speravano non è mai davvero accaduta. Ascoltare questa musica oggi è in qualche modo triste ma penso che in fondo abbiamo ancora speranza”.
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