5.10.09

And were not little children / And we know what we want

avvicinandomi ai grandi apparati culturali italiani alcune curiosità sul loro funzionamento non hanno fatto che aumentare. Una su tutte, particolarmente importante perchè somiglia parecchio al punto di partenza di tante storture che poi continuano indisturbate il loro percorso. Si studia nei master di marketing ma è cultura diffusa anche nelle chiacchiere da bar: non esiste prodotto di largo consumo che non sia immesso nel mercato a partire da una profonda ricerca su campioni di possibili acquirenti. Scatolette di tonno, vestiti, film di prossima uscita così come nuovi modelli televisivi: tutto è passato al setaccio dei cosiddetti focus group o di complesse ricerche di mercato che simulano in tutto e per tutto ciò che accadrà di lì a poco con lo scopo di riuscire a massimizzare l'efficacia del proprio lavoro. Il campione ha detto che il tonno deve essere meno salato, il film sarebbe meglio con un happy ending, la gonna va più corta e via di seguito. Si plasma un prodotto seguendo il modello di un ipotetico uomo della strada, per quanto rinchiuso in un preciso segmento di mercato, obiettivo finale da colpire. Come il cavallo che insegue la carota così il mondo che si cerca disperatamente di compiacere è qualcosa a metà tra un'entità autonoma e una proiezione fantasmatica di quello che gli addetti marketing delle grandi aziende vogliono disperatamente credere come vero. Ma la casalinga di voghera è morta da un pezzo, lo sappiamo presi come siamo ogni giorno con le infinite declinazioni di una stessa idea, tutte ugualmente disponibili e accessibili in rete, senza bisogno che una escluda l'altra. E se non si cominciasse a rovesciare il carro mettendolo di nuovo dietro i buoi? Se al momento di lanciare al resto del mondo un'idea, un prodotto, una provocazione o un messaggio non si facesse semplicemente ciò che si desidera? Terminerebbe così l'infinito inseguimento in cui siamo tutti coinvolti e inizierebbe un percorso nuovo, magari breve, ma col grande pregio di partire da un'idea forte e precisa invece che da un avventuroso tentativo di piaggeria.

[foto mamagotcha]

4 commenti:

maxcar ha detto...

una cosa di cui sono curioso, non frequentando i grandi apparati culturali italiani: il focus group è un qualcosa dietro cui si para chi prende decisioni (i mmmanagggerrr)? "Troppo rischioso dice il focus group" o "è andata male perché il focus group ha sbagliato"

a. ha detto...

i focus group non sbagliano mai. sono l'assioma di partenza. minare la loro credibilità sarebbe come dubitare del sistema delle carte di credito: il collasso totale. se il progetto (esso stesso basato su un primo focus group) fallisce allora se ne fa un secondo di aggiustamento e così via all'infinito se necessario. non ho mai sentito di un manager che sia stato rimosso per i suoi errori. al massimo è spedito in sud america. dove le escort e la bamba costa notoriamente meno.

ilblogdelladomenica ha detto...

ma che scherzi? mi diventi utopista adesso?? eheheh.

a. ha detto...

per come va l'industria oggi e come si pone riguardo le sfide dell'innovazione non so da che parte siano i veri utopisti (aka ottusi).