-Facebook è la tua vita?-Si
-Bene, così deve essere
lo spunto d'attualità è il film The Social Network. La pellicola del decennio dice qualcuno, non certo dal punto di vista cinematografico: Fincher ha il fiatone e forse non è mai stato il maestro che credevamo, un gran dritto, quello si. Per i temi trattati piuttosto perché per sua grande fortuna accosta due delle questioni fondamentali di questi anni. L'immaterialità dell'esistenza, il bisogno di darle senso, la tecnologia a cercare di far quadrare i conti.
Cercando di spiegare il perché della mia passione per il computer ai vecchiardi amici di mio padre dicevo: potenzia le tua capacità, come se ti rendesse capace di fare quello che altrimenti avresti potuto soltanto immaginare. Allo stesso modo la parabola di Mark Zuckerberg diventa quella di quanti hanno riallineato il proprio pensiero con lo spirito dei tempi: confusione sotto il cielo, grandi possibilità e un rinnovato interesse di un economia in stallo per ciò che sono i bisogni primordiali dell'uomo dopo la disillusione del paradiso dei beni.
Non è mai stata una questione di soldi, di accettazione piuttosto, contro un sistema che non si riconosce e dunque si tenta di rovesciare. Creare un sito da 500 milioni di iscritti per far colpo su una ragazza, suonare in una band per lo stesso motivo, scrivere libri, girare video e film. La differenza di oggi rispetto al passato è la possibilità offerta dalla tecnologia nell'avvicinarsi ai propri obiettivi, di trasformare il tarlo che non fa dormire in qualcosa capace di entrare in contatto con la vita degli altri.
Start-up, modelli di business senza nome, 2.0. o persino categorie filosofiche come quella abusata dell'interregno (siamo in, stiamo attraversando un etc) sono le anemiche definizioni di un'epoca che ha abbassato drasticamente la propria capacità di autogiudizio. Volatilizzata come i contenuti dei nostri hard disc cammina incontro a chi ha come unico linguaggio proprio quello dell'allucinazione, sogno o visione.
Se lo chiedeva già ne La Vita Agra Luciano Bianciardi che di tutto questo vedeva un pallido bagliore all'orizzonte: Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. Quelli di oggi hanno fatto voto di povertà: la loro moneta è nuovamente quella dei giochi che facevamo da bambini: perline di vetro o meglio ancora la popolarità e l'affetto del gruppo che ci sta vicino e che non si è in grado di raggiungere in altro modo se non con la parola scritta, l'esibizione pornografica della propria intelligenza, talento o passione.
Cosa direbbe oggi Bianciardi davanti ai social network? Immateriali ma che avvolgono il mondo come una ragnatela, pensiero fisso di ciascuno eppure balbuzienti in materia di ricavi e profitti. Del P2P dell'altro protagonista di The Social Network, Sean Parker co-inventore di Napster, che ha stravolto il mondo della cultura come lo conoscevamo senza che nessuno potesse intascare un dollaro.
Chris Anderson nei suoi saggi parla delle aziende del futuro, senza forma o scopo ben definito, a loro dice converrà saper perdere il controllo. L'ossessione è appunto la capacità di applicare questo discorso alla propria vita: sfumarne il perimetro fino a renderlo fantasmatico, simile al miraggio che i più fortunati sognano ogni notte al posto delle solite macchine sportive, villette bifamiliari e vacanze esotiche. Quanti hanno smesso di vivere il mondo per ciò che era e forse non è più, quelli a cui viene più facile e naturale immaginare gli anni a venire.
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