31.10.10

Giornalismo / Bisogna coltivare il proprio giardino

per riconoscere l'animale che abbiamo di fronte dobbiamo sapere cosa mangia. Questo è facile: basta una prima lezione da ufficio stampa, le basi proprio. Se volete scrivere un bel comunicato dovete buttar giù qualcosa che sia facile da mettere a posto per il giornalista che lo riceve, più l'azione somiglierà ad un copia e incolla più entrambe le parti saranno soddisfatte e il lavoro ben riuscito. Oltre a questo ci vuole una storia a cui agganciarsi: un'epopea da far scorrere in sottofondo anche se state parlando dell'inaugurazione del tabaccaio all'angolo o della Sagra del Fagiolo Monachello.

Se l'informazione è come un enorme fiume allora il giornalismo è l'arte dell'irrigazione: costruire canali in modo da far confluire tutto in un racconto più grande, vero o falso che sia, con la paura che senza questa azione di raccordo l'universo si sfaldi e il nonsense prenda il sopravvento. Arte dell'uomo per l'uomo: una volta c'erano i sacerdoti a raccontare il volere degli dei oggi ci pensa lo scrivente a far quadrare i conti tra noi, il mondo, le stelle. Ogni anno un sondaggio ci ricorda che è proprio questo il mestiere preferito dai bambini, un'onanistica conferma della sua mistica superomistica.

Per chi invece con questa parola intende la semplice azione di metter giù delle parole e riuscire a farsi leggere da altri le fondamenta sono molto meno profonde nel terreno. Hanno iniziato a marcire con i ciclostili, le fotocopiatrici, sono crollate del tutto quando bastavano pochi clic per sbattersi in faccia al resto del mondo. Il tempio è crollato e come da copione sono entrati gli infedeli, tanto più pericolosi perchè non avevano idea di cosa fosse successo prima. Le macerie ancora fumanti e il ricordo è già svanito.

Gli affluenti si sono frantumati in un'infinita serie di ruscelli, cascate e rivoli. Tutti abbiamo in mano una vanga e un rastrello per fare le nostre piccole correzioni al piano generale. L'arte di travisare la realtà per renderla coerente a se stessa non è più tale: ha perso d'efficacia quando ha iniziato a dimostrarsi fallace. Se il trucco viene scoperto addio allo stupore. Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia diceva Arthur C. Clarke, a questo giro però è successo il contrario: che il sortilegio è stato svelato dalla modernità, col dispiacere di un sacco di giardinieri che non sapevano di essere tali.



[foto explorer_23]

Modeselektor per Club To Club X / Nutriente, completo appetitoso

Inventiamoci una nuova categoria e facciamo finta che sia subito vera: postpunkabbestia. I Modeselektor sono quelli che si incontrano ai party illegali a Berlino, gli stessi che con gli anni sono finiti per essere il gruppo preferito di Thom Yorke. L’intellighenzia e lo sfascio tutto nella stessa centrifuga, che a pensarci bene è esattamente quello che succede in uno qualsiasi dei loro dischi dove ritmi “contro” come tecno e reggae finiscono nel catino dell’elettronica cervellotica di casa Bpitch, talmente buia da confondere la prospettiva di chi ascolta. Una famiglia piuttosto unita vista anche la crasi col socio Apparat per l’ultima avventura chiamata Moderat, con la mamma Ellen Allien che dalla finestra al quarto piano sta attenta che i ragazzi non si allontanino troppo. Mia cugina a Berlino ci ha vissuto per un po’: droghe e avventure nel sottosuolo comprese, una volta mi ha detto di aver visto dei tipi in uno squat nella città est mangiare da delle scatolette, quando si è avvicinata ha capito che si trattava di cibo per cani. I Modeselektor sono così: una poltiglia poco definibile, dall’aspetto equivoco ma dal sapore irresistibile.

[l'annuale contributo per la rivista di club to club - international festival of electronic music & arts. Lo fanno a Torino la prossima settimana, io ci vado]

[foto nudevinyl]

29.10.10

The best length for television programming is either 30 seconds or 8 hours

il booklet di Stop Making Sense dei Talking Heads è pieno zeppo di bellissimi aforismi su i tempi moderni. Tra cui questo, particolarmente fulminante

19.10.10

Fitter Than The Sun

-aspetta, ma io mi ricordo dove l'ho già sentita questa canzone: nei video d'aerobica di Cindy Crawford che vedevo da ragazzina

negli anni 90 pare sia successo anche questo, ci si rimetteva in forma con i Primal Scream

18.10.10

Applauso / o del come essere sicuri di aver visto un bel concerto

abbiamo provato a misurare la riuscita di un'esibizione in ogni modo possibile: dal numero dei biglietti staccati, al fragore delle urla, ai decibel in sala. Finita la musica però ciascuno ha la sua opinione, certo c'è l'esibizione che scuote le viscere e quella che provoca narcolessia ma quasi mai si è tutti d'accordo. Succede anche al cinema: possiamo aver appena visto il più grande capolavoro della storia che nel capanello che si ferma a discutere ci sarà sempre lo spirito critico, l'amico che non l'ha proprio capito per cui siamo tutti succubi della stampa intelletuale di sinistra o, all'inverso, dello strapotere degli studios americani.

Quello che vi propongo questa sera, signori e signore, è invece un metodo di misurazione infallibile e di impossibile confutazione. Il motivo è semplice: si basa sull'esperienza personale, qualcosa che tutti abbiamo provato durante la nostra vita, tutto ciò che serve è di essere stati ad almeno un concerto in vita propria. S'abbassano le luci, parte la musica, l'occhio e l'orecchio entrano nel tunnel del suono, quanto si va in profondità dipende dalla bravura di chi imbraccia gli strumenti. Ma questo non basta: sussurrato l'ultimo verso, spento il riverbero della chitarra, quando la canzone muore del tutto e la cesura tra un prima e un dopo è chiara, è questo il momento che ci interessa, l'attimo immediatamente precedente l'applauso.

Ne esistono di ogni genere: quello timido che s'impenna subito dopo, quello già scoppiettante e quello che proprio non ne vuole sapere di partire. Da qualche parte c'è un'equazione precisissima in grado di calcolare il grado di bravura di un gruppo dal vivo dalla modalità con cui il pubblico reagisce giù da basso. Non è solo una questione di velocità nè di volume, l'applausometro lasciamolo a Ok il prezzo è giusto. Ci vuole l'intesa, come tra due amici che si capiscono senza bisogno di proferire parola e non c'è cosa più brutta del musicista che sibila al microfono "è finita..." per richiamare una reazione di qualche tipo.

Va pur bene la pausa se tutti sono rimasti senza respiro per quello che hanno appena sentito, passato lo shock la contentezza sarà di quelle autentiche. Altra storia è la volta in cui nessuno ha il coraggio di battere le mani per primo: si guarda attorno spaurito: sarà davvero finita la canzone? Perchè gli altri non applaudono? Cosa ho che non va? Se eri partito per divertirti e sei finito a farti domande del genere è evidente che nella tua serata qualcosa è andato storto, se succede anche alla maggior parte dei presenti allora l'errore è di chi è salito sul palco.

L'unico momento in cui l'artista e il suo pubblico si fronteggiano davvero è nel fugace attimo di silenzio tra una canzone e l'altra, solo i migliori hanno capito e sono in grado di non sentirsi in dovere di parlare con chi si ha davanti. Che non vuol dire mancare di ringraziare o tenere il broncio ma solo sfoggiare la certezza che tra le parti in gioco tutto è già chiaro e non c'è davvero nulla da spiegare.



[foto cessemi]

14.10.10

La moda (del risvolto)

Che cos'è davvero non lo so ancora, come le macchine che vanno troppo veloci o le persone che ti salutano mentre sei distratto e stai pensando ai fatti tuoi. Chi era? Non abbiamo fatto in tempo a vederlo e nel giro di un secondo è già passato di mente. In piena rivoluzione grunge nei 90 indossavo i maglioni Best Company appartenuti un decennio prima a più facoltosi amici milanesi. Sono diventato centrosocialino dopo il 2001 quando il G8 di Genova s'era già portato via le speranze di un mondo diverso e la camicia fuori dai pantaloni iniziava nuovamente ad essere vista con sospetto.

Mi sono evoluto e forse sto iniziando a capire il motivo per cui ci si scanna per un paio di pantaloni, si sbava dietro una vetrina, si canta con Elio il geniale refrain "cosa sono i soldi se in cambio ti danno le scarpe". Il bisogno è la chiave di tutto, è scritto in qualunque bignami, lo dicono pure i nostri libri di controcultura incazzata: questo maledetto sistema capitalistico ci convince a desiderare beni accessori. E' sempre facile scagliarsi contro qualcosa se ce ne sentiamo completamente immuni, il torto è degli altri e tanto basta.

Dove vivo ora, ma dalle vostre parti sta sicuramente succedendo qualcosa di simile, negli ultimi tempi va di moda il risvolto alla fine dei pantaloni. Un tempo lavoravo con un tipo che per accorciarsi le braghe fin sopra il calzino le aveva strette con un elastico alla caviglia. Oggi possiamo dire che era un precursore. Se anche voi volete aggiornarvi allo spirito dei tempi adottare il risvolto è quello che ci vuole. I veri maestri del genere possono permettersi di esagerare: pantaloni da casa allagata e rovescina estrema, praticamente indossano dei bermuda artigianali.

Dapprima era una vaga sensazione di fastidio, guardavo le mie caviglie e vedevo che qualcosa non andava. Nel giro di qualche settimana è diventato un bisogno da espletare con vergogna e in solitudine. Appena solo in casa ecco che mi faccio il risvolto ai jeans. La consapevolezza non c'entra nulla: ne ho già scritto per quattro paragrafi ma la necessità non sparisce, peggiora. La vegogna di scendere in strada in maniera così beceramente omologata da una parte e la strisciante dipendenza che colpisce di rinculo dall'altra. Così che finisco per capovolgere quella che sarebbe la norma e se in pubblico rinuncio all'understanment stilistico appena rincaso assumo degna postura da cittadino metropolitano.

E' una malattia? Un bubbone? Si cura con qualche semplice aspirina o mi devo preoccupare? Ma soprattutto dove l'ho contratta? Ero sicuro di aver preso le giuste precauzioni ma non sono bastate. Se lo conosci lo eviti dice lo spot, vivevo nell'ignoranza e ho paura di essermi ammalato.



[foto houseofcobwebs]

12.10.10

Copia e incolla

l'unico vero virus di sistema non viene riconosciuto, anzi è scambiato per norma. Qualunque lavoro voi facciate, indipendentemente dalla vostra mansione, ruolo o livello avrete a che fare con lui. Si annida nei meandri più impensati, nessuno ne è immune: né il direttore artistico inseguito dai calendari di google né il responsabile di riviste online che deve tenere in regola un database. Per non parlare di contabili, amministratori, dirigenti alle prese con note spesa giù fino agli eroi del data entry che afferrano la bestia per le corna e cercano di averne ragione.

Fate bene attenzione qui non si parla della sublime arte del pastiche, delle innovazioni alla Burroughs o della stracitata genrazione remix. E' solo il gesto meccanico dell'abbinare i due comandi del vostro computer, se avete un mac c'è di mezzo una mela altrimenti le simpatiche icone delle forbici e del pennello. Prima clic e poi clac, niente di più. Quante ore, giorni, mesi della nostra vita abbiamo passato altalenandoci tra i due? Un prestigio della durata di un secondo: l'elemento sparisce per ricomparire subito dopo sotto un'altra forma.

L'illusione che l'uomo, noialtri, siamo chiamati a portare in scena ogni giorno in ufficio è quella della traduzione tra diversi formati. Tutti simili tra loro eppure incapaci di parlarsi a vicenda. Ecco allora che arriva l'ingegno umano per colmare questa ultima falla: un piccolo passo per il nostro cervello meccanizzato ma un grande balzo per una manciata di software incompleti.

Possibile che non si sia trovata soluzione? L'uomo sulla Luna e non riuscite a far parlare le parti tra di loro? Succede invece l'esatto contrario: più un prodotto è simile agli altri più questo dovrà delimitare fortmente il proprio territorio rendendosi inattaccabile, chiuso all'esterno, a suo modo indispensabile. Dici brevetti e pensi copyright, perchè nella società che non produce più internamente è con lo sfruttamento delle idee che si fanno i soldi e non con la loro materiale realizzazione.

Imprigionati nel nostro stesso sistema che per tutelare il proprio profitto ci ha costretto ad un'esistenza da interpreti, a colpi di tasto sinistro/destro. Il salto generazionale con i nostri nonni è stato il passare dalla catena di montaggio dei muscoli e delle chiavi inglesi a quella delle dita scattanti e degli occhi incrociati.



[foto hal0000]

9.10.10

Facebook (il segreto di)

Ho realizzato solo l'altro giorno cercando di taggare una foto online. Volevo mettere una didascalia su un oggetto, così come si fa per le persone e ogni volta che tornavo a controllare vedevo la selezione risalire verso il volto della persona più vicina. Facebook stava correggendo la mia scelta, talmente sicuro che in verità volessi taggare il mio amico da metterci le mani da solo, in autonomia. E' talmente scontato che non ne ho mai letto con la dovuta chiarezza. Ok le statistiche, gli studi e le virgole ma perchè funziona così bene? Meglio degli altri e si espande a questa velocità, diventa argomento di conversazione. Il segreto sono proprio le facce, nascoste lì nel nome, spiattellate così evidentemente che non ci puoi credere.

Zuckerberg lo dice apertamente: "Credo che l'elemento fondamentale sia usare prodotti che siano centrati attorno le persone, in opposto all'essere centrati attorno le informazioni. Lo vediamo in tutti i test che facciamo: esami di tracciamento visivo in cui ci rendiamo conto che le persone che guardano l'homepage di Facebook non guardano i link di navigazione ma le facce delle persone e continuano a navigare cliccando quelle".

Il redesign di di Twitter, molto più iconografico e multimediale sembra essere alla rincorsa dello stesso modello. Anche Myspace aveva foto in abbondanza ma forse mancava questo aspetto di infinito schedario, elenco telefonico avveniristico che offrono a qualunque persona sulla terra il brivido di posseredere un dossier riservato su chiunque. In questa ottica fanno un po' ridere gli infiniti dibattiti sulla privacy se l'obiettivo di un network del genere è l'esatto opposto.

La comunicazione del nuovo millennio che doveva essere liquida, biomolecolare, gassosa o come minimo impiantata nel nostro cervello sin dalla nascita regredisce invece alla più sanguigna passione genere sbatti il mostro in prima pagina. I contenuti succosi, quelli per cui vale la pena fare miliardi di click ogni ora ce li mettiamo volentieri noi, che con il giusto palcoscenico, luci trucco e parrucco possiamo essere i discreti protagonisti di un film horror.

[foto Il Male]