presto mi piacerebbe parlare della capacità di alienarsi, distinguere le informazioni che vale la pena accumulare e anche in quel caso cercare di assorbirle in maniera laterale. Basta trovare degli occhi abbastanza onesti per farle riscoprire anche a noi sommersi dal rumore di fondo.
Ho iniziato a sviluppare alcuni nuovi format per Wired TV, la televisione del sito di Wired Italia e Crash Test qui sotto parla esattamente di questo.
24.11.10
22.11.10
Ossessione (cfr. Sacrificio)
-Facebook è la tua vita?-Si
-Bene, così deve essere
lo spunto d'attualità è il film The Social Network. La pellicola del decennio dice qualcuno, non certo dal punto di vista cinematografico: Fincher ha il fiatone e forse non è mai stato il maestro che credevamo, un gran dritto, quello si. Per i temi trattati piuttosto perché per sua grande fortuna accosta due delle questioni fondamentali di questi anni. L'immaterialità dell'esistenza, il bisogno di darle senso, la tecnologia a cercare di far quadrare i conti.
Cercando di spiegare il perché della mia passione per il computer ai vecchiardi amici di mio padre dicevo: potenzia le tua capacità, come se ti rendesse capace di fare quello che altrimenti avresti potuto soltanto immaginare. Allo stesso modo la parabola di Mark Zuckerberg diventa quella di quanti hanno riallineato il proprio pensiero con lo spirito dei tempi: confusione sotto il cielo, grandi possibilità e un rinnovato interesse di un economia in stallo per ciò che sono i bisogni primordiali dell'uomo dopo la disillusione del paradiso dei beni.
Non è mai stata una questione di soldi, di accettazione piuttosto, contro un sistema che non si riconosce e dunque si tenta di rovesciare. Creare un sito da 500 milioni di iscritti per far colpo su una ragazza, suonare in una band per lo stesso motivo, scrivere libri, girare video e film. La differenza di oggi rispetto al passato è la possibilità offerta dalla tecnologia nell'avvicinarsi ai propri obiettivi, di trasformare il tarlo che non fa dormire in qualcosa capace di entrare in contatto con la vita degli altri.
Start-up, modelli di business senza nome, 2.0. o persino categorie filosofiche come quella abusata dell'interregno (siamo in, stiamo attraversando un etc) sono le anemiche definizioni di un'epoca che ha abbassato drasticamente la propria capacità di autogiudizio. Volatilizzata come i contenuti dei nostri hard disc cammina incontro a chi ha come unico linguaggio proprio quello dell'allucinazione, sogno o visione.
Se lo chiedeva già ne La Vita Agra Luciano Bianciardi che di tutto questo vedeva un pallido bagliore all'orizzonte: Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. Quelli di oggi hanno fatto voto di povertà: la loro moneta è nuovamente quella dei giochi che facevamo da bambini: perline di vetro o meglio ancora la popolarità e l'affetto del gruppo che ci sta vicino e che non si è in grado di raggiungere in altro modo se non con la parola scritta, l'esibizione pornografica della propria intelligenza, talento o passione.
Cosa direbbe oggi Bianciardi davanti ai social network? Immateriali ma che avvolgono il mondo come una ragnatela, pensiero fisso di ciascuno eppure balbuzienti in materia di ricavi e profitti. Del P2P dell'altro protagonista di The Social Network, Sean Parker co-inventore di Napster, che ha stravolto il mondo della cultura come lo conoscevamo senza che nessuno potesse intascare un dollaro.
Chris Anderson nei suoi saggi parla delle aziende del futuro, senza forma o scopo ben definito, a loro dice converrà saper perdere il controllo. L'ossessione è appunto la capacità di applicare questo discorso alla propria vita: sfumarne il perimetro fino a renderlo fantasmatico, simile al miraggio che i più fortunati sognano ogni notte al posto delle solite macchine sportive, villette bifamiliari e vacanze esotiche. Quanti hanno smesso di vivere il mondo per ciò che era e forse non è più, quelli a cui viene più facile e naturale immaginare gli anni a venire.
16.11.10
Porno
C'è stato un tempo in cui ho scritto sul giornale della parrocchia. Parlando con l'illuminata responsabile editoriale che pure inviava un ateo come me ad intervistare l'esorcista del paese c'era una cosa che proprio non poteva tollerare: la pornografia. Ricordo parlò di sopraffazione, parola vaga, di connotazione negativa eppure perfettamente descrittiva. Se c'è un elemento che torna come minimo comun denominatore in questo tipo d'espressione è infatti la violenza. Voluta, artistica, privata, intelletuale, consenziente, sublime eppure che si parli dell'informazione di Minzolini o di ciò che succede sotto le lenzuola non può mancare.Oltre i concorsi miss maglietta bagnata in onda sulla tv dei ragazzi la pornografia, quella vera e torbida, rimane ancora tabù sociale. Persino in Idioti di Lars Von Trier che s'ammucchiano per un film intero sono performanti, sostanzialmente magri, sconvolgenti poco meno che un videoclip da fascia protetta di MTV. E se c'è una donzella che deve essere violentata dal demonio o cose del genere somiglia alla bella Charlotte Gainsbourg invece che alla vostra vicina di casa. Piacevole ma decisamente poco reale.
La Rete in questo ha soddisfatto l'enorme domanda inevasa trasformando ciascuno di noi nella star che il proprio personale mercato affettivo brama, autori di pornografia di qualunque genere: verbale, visiva, statica se scattata da una digitale, in movimento se proiettata su Youtube e simili.
Esce in questi giorni Real Sex. Il porno alternativo è il nuovo rock’n’roll di Sergio Messina che parla da tempo delle innumerevoli occasioni dell'uomo moderno di produrre materiale di genere per la soddisfazione di se e dei propri simili, della capacità di ritrovarci in sottoinsemi uniti dalle passioni più strane, un'onestà intelletuale appassionata innocente come il rock degli esordi, come suggerisce anche il sottotitolo.
Il porno ovunque eppure da nessuna parte, nascosto in hard disk sempre più capienti, dietro la cortina di un forum protetto da anonima iscrizione, guardato a volume minimo, dopo il pagamento di un'apposita prepagata, che altrimenti la vicina se ne accorge. Dietro i bollini di un onnipresente photoshop che oscura con lo stesso tono di nero volti, mobili, targhe di auto e anelli di fidanzamento.
Per ogni tetta siliconata vittima di un "sexy incidente" in diretta tv in Rete vengono a galla centinaia di migliaia di autentici atti di sopraffazione, con il loro portato di violenza. Che poi è il motivo per cui se ne vedono così tanti in giro fino ad essere con tutta probailità il contenuto più ampiamente sviscerato nella storia dell'umanità.
[foto via yimmyyayo]
14.11.10
The Kebab Years Vol.2
Kebab Years Vol.2 - zublet mix
Shed - Estrange
ZNTN - Way Back Home (Shit Robot rmx)
Katzuma - Dr. Know (Scuola Furano rmx)
Disco Deviance – Forget Me Vox (Out In The Sticks edit)
They Came From The Stars - Moon Song (Serge Santiago Tot Different mix)
Mosca - Gold Bricks, I See You
Kraftwerk - Expo2000 (Dj Rolando mix)
The Notwist – Pilot (Console rmx)
Snax - Honeymoon's Over (Konrad Black rmx)
Zero7 - You're My Flame (Justus Kohncke Vox Mix)
Flying Lotus – Do the Astral Plane
Martin Buttrich - You Got That Vibe
Shed - Estrange
ZNTN - Way Back Home (Shit Robot rmx)
Katzuma - Dr. Know (Scuola Furano rmx)
Disco Deviance – Forget Me Vox (Out In The Sticks edit)
They Came From The Stars - Moon Song (Serge Santiago Tot Different mix)
Mosca - Gold Bricks, I See You
Kraftwerk - Expo2000 (Dj Rolando mix)
The Notwist – Pilot (Console rmx)
Snax - Honeymoon's Over (Konrad Black rmx)
Zero7 - You're My Flame (Justus Kohncke Vox Mix)
Flying Lotus – Do the Astral Plane
Martin Buttrich - You Got That Vibe
[artwork by Sebastiano Mastroeni]
7.11.10
Club To Club 2010 / The X Superstition, Torino

-là là parcheggia sul posto degli handicappati, dai chi se ne frega
-no dai, lì no, facciamo un altro giro
-se burial è già partito ti chiudo nel bagagliaio
in verità al Teatro Carignano è Kode9 ad aprire le danze uno strano show che mixa alcuni pezzi del suo pupillo a quelle che sembrano anticipazioni di nuovo materiale, per un attimo spuntano addirittura suoni sintetici anni 80 che fanno uno strano effetto sopra il solito fruscio da pioggia battente delle produzioni Hyperdub. Se Burial fosse venuto in città per vedere che effetto fa la sua musica suonata in un bellissimo teatro italiano probabilmente nessuno tra i presenti saprebbe riconoscerlo. Sbrigata la performance d'apertura arriva il socio Spaceape ed inizia il live vero e proprio: controller ed effetti in voce, messa in scena minimale ma che sta in piedi, le basi sembrano a fuoco e funzionano meglio che in passato. C'è il pienone, palchi e platea, Kode9 finisce tra gli applausi ai ai Darkstar. Ho perso per strada il loro primo disco e li conoscevo più per alcune flebili ma originali produzioni, questa sera sono in tre, tastierine e laptop, al centro uno strano vocalist dai capelli lunghi con movenze un po' alla jim Morrison. Si percepisce il nervosismo della band chiamata a riempire uno spazio del genere, piccolo fisicamente ma importante come richiesta d'attenzione. Il capellone la prende di petto e risponde allo scetticismo cercando di provocare il pubblico e invocando un volume maggiore per musica comunque sussurrata. Non va a finire bene e in molti prendono la via dell'Hiroshima Mon Amour senza pensarci due volte.
Anche qua il sold out è totale, coda all'entrata, Torino stasera è fredda e tremendamente umida. Dentro invece si suda, King Midas Sound ha appena iniziato il suo set, i volumi che inizialmente penalizzano i bassi s'aggiustano col passare dei minuti, dub quasi psichedelico: vocoder e riverberi di chitarra su bassi acidissimi, bella dubstep rock band. Su Caribou parto con i peggiori preconcetti di turno, senza una ragione precisa, sapete quelle persone che vi stanno antipatiche per principio? Il locale è ormai pieno all'inverosimile e alcuni lunghi cambi di palco aumentano il senso di canicola, c'è odore di umanità. Il concerto è una macchina in accellerazione, pestano come se non ci fosse un domani e lo scambio di energia nella sala pressata all'inverosimile si sente da entrambe le parti con la band che ringrazia continuamente il pubblico. L'ultimo pezzo per intensità è quasi come se fosse già un bis, la potenza e il suono delle cose più tirate è quella degli LCD Soundystem o Chk Chk Chk, in barba alle antipatie il sudore che scende sulla spina dorsale di tutti è un ottimo segno. Four Tet sale sul palco con una notorietà forse maggiore ma sul piano dell'ignoranza è una partita persa in partenza. Suona quasi esclusivamente l'ultimo disco smaneggiando sul suo laptop, canzoni fatte per ballare con un'impronta unica, la tensione scende quel tanto per permetterci di staccarci e andare a letto. Contando ritardi e pausa panino sono ormai le 6.
Sabato Torino è in festa: sarà la concomitanza con Artissima ma se si voleva creare un evento diffuso la scomessa è riuscita. Passeggiando dalla periferia verso la stazione s'attraversa il distretto multietnico di San Salvario e ci trovi i Motel Connection che suonano affacciati al balcone di un vecchio palazzo con un volume che scuote l'isolato, a Milano sarebbe arrivato De Corato con la lupara. Proseguendo verso il centro le gallerie fighettine sono tutte illuminate, nel locale di tendenza in piazza c'è movimento e qualcuno sta montando un palco proprio di fronte. Il logo di Club To Club circola e si sente che c'è qualcosa di speciale nell'aria. Oggi s'inizia dal Museo di Scienze Naturali, HQ del festival: Vaghe Stelle è una strana cosa di electro a passo d'uomo, piacevole ma non sconvolgente, riuniti gli spiccioli per la terza birra della giornata e valutata la svolta Bat For Lashes de noantri di Kate Wax l'ora di cena arriva in anticipo.
Il piatto forte, il motivo per cui ci siamo avventurati in circonvallazione un venerdì sera, si chiama Shackleton. Sia il nuovo Villalobos o l'unica possibile soluzione alla tecno minimal non si sentiva roba così valida, potente e inquietante da molto tempo. Il Lingotto stasera si è trasformato in una sorta d'enorme chiglia di nave abbandonata in periferia, rimbomba ed è scossa dalle luci strobo. La Sala Rossa è un container dentro la pancia della balena, atmosfera più raccolta e moquette per terra. Shackleton va più veloce che su disco, ora i bassi ti arrivano sullo sterno e risalgono fino a dietro le orecchie, giustamente al bando i pipponi cospirazionisti del suo immaginario più che altro si balla. Jamie, il ragazzo responsabile dei suoni dei The XX lo si aspetta per trovare un'altra risposta alla domanda sulla sua band principale: bluff o realtà? La seconda che hai detto: parte in sordina e poi disegna precisamente il perchè e percome di quello che si è inventato con i suoi soci: hip-hop liquefatto, suoni da club ammerigano dopo che è esplosa la bomba atomica e si sono sciolti tutti quei cazzo di Hummer gialli giganti. Non riconosco nulla di quello che gira su i piatti ma la storia prosegue senza intoppi, è un set molto lungo che sale fino a qualcosa che assomiglia al reggaeton. Non è Sean Paul ma i suoni sono quelli, si smette di ballare col cervello e si inizia a saltare sul serio, la ragazza di un elegantissima coppia indie davanti a me conforta il suo compagno come a dire: non ti preoccupare, va tutto bene, poi passa. E' un bel momento. Intanto nel resto del discodromo James Holden fa quello che sa fare meglio: esercitare il controllo assoluto. Un amico mi dice: non ha voluto neanche fare il soundcheck, eppure sembra che sia lì sopra a metter dischi da sempre. Potrebbe stare in camera sua o nella consolle di una residenza decennale, infila un pezzo dopo l'altro con la scioltezza di chi non ha paura di nulla. Regola l'entrata del disco senza mettersi le cuffie, un occhio ai cursori e uno alla pista, l'impianto da centomillemilawatt diventa improvvisamente leggero come un colibrì. James fuma la sua sigaretta, balla a tempo, nessuna posa da star, quando c'è tanto talento bisognerebbe cavarsi occhi e orecchie per non accorgersene. Ultimo spasmo per andare a sentire cosa combinano i Cassius, Philippe e Hubert dovrebbero recitare in un film di James Bond, uno nei panni del protagonista e l'altro del cattivo, elegantemente disfatti gli basta la metà del loro mestiere per portarsi a casa la serata. My feeling for you, have always been real e per ora non si cambia di certo idea.
Vicino all'albergo scopriamo un kebabbaro polivalente che assembla di tutto: dall'hot dog al cous cous. Un pensiero va all'eccesso di maionese e l'altro alle tante belle cose sentite in due giorni in un festival proiettato nell'iperspazio ma radicato profondamente nella strada, equilibrio virtuoso e difficilissimo, il migliore per garantire longevità e qualità. E allora buon decimo compleanno.
[foto club to club]
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