20.12.10

Cadorna

in una normale stazione ferroviaria i turisti e i viaggiatori di lunga percorrenza si mescolano ai pendolari formando un'indistinta poltiglia. Qui è diverso, ad attraversarla ogni giorno sono praticamente solo questi ultimi: quelli che hanno scelto di vivere nell'umidità della provincia e si cambiano in treno vestendosi da milanesi per le 8 ore a venire e quelli che la città l'attraversano arrivando in uno dei suoi poli impiegatizi. Lo sciame di persone col viso scuro e la schiena gobba la percorrono a passo di trotto senza farsi riconoscere così che gli unici volti amici sono quelli di chi sta fermo ogni mattina al proprio posto perché anche se non è una stazione abbastanza grande per perdercisi dentro alcuni svitati di vario genere vi hanno ugualmente preso rifugio.

Il mio preferito è il primo che incontro ogni mattina, appena fuori dai tornelli della metropolitana, proprio davanti all'edicola. E' grande e grosso, con i capelli tagliati cortissimi, vestito di scuro, elegante come se cercasse di mescolarsi al resto della fauna senza però riuscirci. Potrebbe essere il buttafuori di una discoteca o un uomo d'affari russo in visita che ha perso l'orientamento. Invece è solo un accattone, ti si fa vicino e non capisci cosa possa volere da te un uomo così massiccio e distinto. Solo qualche spicciolo è la risposta.

Quelli seduti sulle scale sono due, immobili, uno verso l'uscita durante la mattina e l'altro sulla rampa che porta ai treni la sera al rientro a casa. Il primo è un vecchietto spesso intirizzito dal freddo con una specie di colbacco incalzato in testa. Sembra avere l'età di matusalemme e magro da vedergli i nervi. Con lo sguardo punta in basso e ha davanti a se un cartello così piccolo da non potersi leggere neppure. Non dice una parola e sembra essere lì più per la voglia di finire calpestato dai passanti che per altro. Il cappello sulle sue ginocchia è quasi sempre vuoto. Il secondo non si sa bene come affrontarlo: se con una grassa risata o con le lacrime agli occhi. Siede su una seggiola dove finisce il corrimano delle scale, è cieco. Si capisce dagli occhiali scuri e il bastone che tiene in mano assieme ad un cartello scritto in maniera così sgrammaticata da trascendere nel grottesco. Mancano le doppie, le concordanze, molte parole sono scritte in maniera errata, non come spesso accade ma in modo clamoroso da sembrare che qualcuno glielo abbia piazzato lì per fargli un pessimo scherzo. Così prima di aver letto della disastrata famiglia a suo carico si scoppia una crudelissima risata di cui pentirsi il secondo successivo.

C'è poi l'uomo incappucciato in cima alle scale che portano all'entrata della stazione dei treni. Ti attende al varco quando pigiato tra un avvocato e una segretarietta dalle gambe secche non c'è spazio neanche per alzare le braccia, figuriamoci rifiutare un volantino o una copia di Metro. Lui no, ha in mano una serie di fogli più piccoli, quasi dei pizzini, per mesi mi sono ostinato a rifiutarli. La pubblicità di un centro massaggi particolarmente povero? Una richiesta di lavoro o di carità? Poi un giorno decido di accettare il dono, dentro il foglietto tagliato in maniera approssivativa c'è scritto questo mantra buddista Nam myoho renge kyo, lo stesso che recitato ogni mattina consentirebbe a ciascun essere umano di raggiungere l'illuminazione. Non c'è stato nessun contatto visivo, la fretta di chi è in ritardo verso l'ufficio non permette clemenza, con la coda dell'occhio vedo che lui è ancora lì infossato nel suo piumino che distribuisce consigli per una vita migliore come fossero sconti per il supermercato.

[foto iconoclastique]

12.12.10

Disconnettersi (cfr. Rumore di fondo)

live blogging, tempo reale, controllo remoto, instant message, lifestream. Connessi 24 ore su 24, a portata di mouse ovunque voi siate: in riunione col vostro capo, su una cima himalayana, notificare agli amici l'avvenuto coito. L'entusiasmo che ha accolto queste possibilità oggi è svanito, passata la sbornia della realtà virtuale che non arriva tanto vale tenersi la vita di tutti i giorni che non è poi così male. Se l'uomo digitale è stato la risposta all'horror vacui del tempo della scarsità dell'informazione oggi che il problema è quello di gestire l'assordante rumore di fondo verrebbe naturale pensare ad un'azione uguale e contraria. Come la mamma che butta due etti di pasta e ci costringe a finirla perché lei ha visto la guerra e sa che cosa vuol dire la fame. Solo che adesso la guerra è finita e la pasta mangiatela te.

Se chiamavamo agenda setting la capacità dei media di pensare al posto nostro e il sistema piramidale non sembra essere cambiato, solo fattosi più capillare. La rete in una parola: macchina fotocopiatrice, rotto lo specchio della realtà l'immagine che ci viene restituita è sempre la medesima, solo parziale e distorta. In mancanza di una bilancia capace di contenerla l'importanza di un'informazione si misura dalla sua esclusività, valuta pronta per essere valutata al mercato della rete sociale. La moneta che manca nel mondo reale torna in forma fantasmatica ogni volta che immettiamo qualcosa nel circuito della rete. La nostra benedizione come plusvalore informativo a fare quelli che parlano come una tempo.

L'energia spesa dall'utente su ogni singolo pacchetto è l'unico titolo valido: se ne sono accorti un po' tutti tanto che ancor prima di stilare un business plan (che non si trova) ci si è affrettati ad aumentare il numero di azioni sul mercato. Lo fanno le aziende della new economy ma anche il sistema nel suo complesso. L'operaio che diventa spettatore quando la televisione gli bussa alla porta è solo l'originale anni 60 di un remake che si gira in questi giorni. Le autostrade informatiche della banda larga (anche queste immagine di un futuro invecchiato precocemente) preparano lo spettatore di un tempo all'informatizzazione coatta. Diventiamo venditori porta a porta di un sistema economico piuttosto incazzato per quella viene recepita come una improvvisa regressione

Nel momento stesso in cui assistiamo a questo balzo ci chiediamo: un sistema basato sul contributo umano è già così raffinato da poterlo contenere interamente? Quale spazio per dirottarlo? Si può portare fuori strada un mezzo in cui c'è solo il pilota automatico? La soluzione, quella definitiva, è saltare fuori dal cerchio: disconnettersi per gestire alla radice questo nuovo rapporto, regolare in prima persona luci e ombre del panorama informativo.

Aprire finestre per capire quel tanto che basta e poi ricomporre la storia di tutti i giorni nei momenti di silenzio che ci sappiamo ricavare, partire dall'eco che non si può zittire, credere a circa il 35% delle cose che si sentono e aggiungerci poi un bel po' di fantasia personale. Mescolare a lungo.



[foto LinoBrunetti]

8.12.10

Come essere dallo psicologo con uno sconosciuto

vedi, diceva mio padre, le domande buone di un'intervista sono quelle brevi. Quando uno si ritrova a scriverne di righe e righe vuol dire che s'è perso. Invece lo scopo è esattamente quello opposto: a smarrirsi deve essere chi è dall'altra parte del registratore, proprio come in una casa degli specchi, basta cambiare un tassello per confondere il resto. Che poi quando uno si sente perduto e indifeso è il momento in cui dice le cose più interessanti.

Allora costruiamolo questo labirinto: una struttura sempre uguale a se stessa eppure sempre diversa in cui infilare di volta in volta un soggetto differente, metterlo davanti allo specchio e vedere la faccia che fa. Con i tarocchi come nel Castello dei destini incrociati di Calvino? Troppo difficile, ci vorrebbero delle schede già pronte, meno interpretabili, ugualmente ambigue.

Le Strategie Oblique sono state sviluppate dal musicista Brian Eno e dall'artista Peter Schmidt: un mazzo in cui ciascuna carta contiene una frase, un suggerimento (anche sibillino) su come superare un momento di empasse creativa. Leggendole da un punto di vista leggermente diverso ci siamo accorti che potevano funzionare anche come vere e proprie domande: un'intervista casuale dove nessuno sa cosa succederà poi in cui filosofia personale, capacità professionali e intuizione si mescolano per un risultato il più possibile diverso dal resto.

Tutto Qui – La Storia Dei Massimo Volume / Perché anche se non c'è amore, a volte c'è qualcos'altro

Emidio Clementi racconta della nascita di Mahnattan di notte, la loro canzone: dice che in America non c'era neanche mai stato e che per lui era quella di un poster nel retro di un ristorante cinese di San Benedetto. Siamo ancora qui a parlare di loro perchè i Massimo Volume sono stati i primi a raccontarci di tutto: paesi esotici e personaggi inverosimili come visti da chi fosse capitato lì per caso e cercasse di spiegarsi il significato meditandoci su. I provinciali che arrivano in un universo nuovo, Bologna caput mundi, e ne ricostruiscono una loro versione, mitica e finzionale, più vera del vero.

Il libro fa chiarezza anche su questo, sulla dimensione umana, somigliante a se stessa e quindi autentica di tutti i component: il nucleo di Clementi, Vittoria ed Egle attorno cui girano in walzer decine di facce, nomi, situazioni. Spesso nell'egocentrismo proprio del giornalismo musicale il libro, anche se monografico, è occasione per l'autore di romanzare l'accaduto e mettersi dunque in evidenza. Qui la scelta è totalmente opposta: non c'è voce narrante e il racconto è fatto dagli stessi protagonisti che si alternano come i personaggi di un romanzo di Ellroy. Una girandola di prospettive che spingono avanti la vicenda accellerandone o dilatandone il ritmo, un mixtape di registrazioni su magnetofono calibrando le parole come un dj fa con i beat.

Clementi che regista Altri nomi dopo aver sniffato eroina, il non aver mai smesso di lavorare durante la carriera: camerieri, traslocatori e poi finita l'avventura anche baristi, cuochi e commessi di dischi. Le Marche e l'Abruzzo come luogo supremo dell'amenità per cui se c'è della poesia è meglio che la cerchi e la predichi in prima persona. Sbandati con chiarissime idee musicali scambiati poi per profeti, culto anche se impegnatissimi da essere semplicemente se stessi. Tutto qui non solo nel senso di racconto definitivo di un percorso ma anche come elogio della semplicità e della sottrazione. Come a dire: non c'è altro, si è fatto solo ciò che si amava.