in una normale stazione ferroviaria i turisti e i viaggiatori di lunga percorrenza si mescolano ai pendolari formando un'indistinta poltiglia. Qui è diverso, ad attraversarla ogni giorno sono praticamente solo questi ultimi: quelli che hanno scelto di vivere nell'umidità della provincia e si cambiano in treno vestendosi da milanesi per le 8 ore a venire e quelli che la città l'attraversano arrivando in uno dei suoi poli impiegatizi. Lo sciame di persone col viso scuro e la schiena gobba la percorrono a passo di trotto senza farsi riconoscere così che gli unici volti amici sono quelli di chi sta fermo ogni mattina al proprio posto perché anche se non è una stazione abbastanza grande per perdercisi dentro alcuni svitati di vario genere vi hanno ugualmente preso rifugio.Il mio preferito è il primo che incontro ogni mattina, appena fuori dai tornelli della metropolitana, proprio davanti all'edicola. E' grande e grosso, con i capelli tagliati cortissimi, vestito di scuro, elegante come se cercasse di mescolarsi al resto della fauna senza però riuscirci. Potrebbe essere il buttafuori di una discoteca o un uomo d'affari russo in visita che ha perso l'orientamento. Invece è solo un accattone, ti si fa vicino e non capisci cosa possa volere da te un uomo così massiccio e distinto. Solo qualche spicciolo è la risposta.
Quelli seduti sulle scale sono due, immobili, uno verso l'uscita durante la mattina e l'altro sulla rampa che porta ai treni la sera al rientro a casa. Il primo è un vecchietto spesso intirizzito dal freddo con una specie di colbacco incalzato in testa. Sembra avere l'età di matusalemme e magro da vedergli i nervi. Con lo sguardo punta in basso e ha davanti a se un cartello così piccolo da non potersi leggere neppure. Non dice una parola e sembra essere lì più per la voglia di finire calpestato dai passanti che per altro. Il cappello sulle sue ginocchia è quasi sempre vuoto. Il secondo non si sa bene come affrontarlo: se con una grassa risata o con le lacrime agli occhi. Siede su una seggiola dove finisce il corrimano delle scale, è cieco. Si capisce dagli occhiali scuri e il bastone che tiene in mano assieme ad un cartello scritto in maniera così sgrammaticata da trascendere nel grottesco. Mancano le doppie, le concordanze, molte parole sono scritte in maniera errata, non come spesso accade ma in modo clamoroso da sembrare che qualcuno glielo abbia piazzato lì per fargli un pessimo scherzo. Così prima di aver letto della disastrata famiglia a suo carico si scoppia una crudelissima risata di cui pentirsi il secondo successivo.
C'è poi l'uomo incappucciato in cima alle scale che portano all'entrata della stazione dei treni. Ti attende al varco quando pigiato tra un avvocato e una segretarietta dalle gambe secche non c'è spazio neanche per alzare le braccia, figuriamoci rifiutare un volantino o una copia di Metro. Lui no, ha in mano una serie di fogli più piccoli, quasi dei pizzini, per mesi mi sono ostinato a rifiutarli. La pubblicità di un centro massaggi particolarmente povero? Una richiesta di lavoro o di carità? Poi un giorno decido di accettare il dono, dentro il foglietto tagliato in maniera approssivativa c'è scritto questo mantra buddista Nam myoho renge kyo, lo stesso che recitato ogni mattina consentirebbe a ciascun essere umano di raggiungere l'illuminazione. Non c'è stato nessun contatto visivo, la fretta di chi è in ritardo verso l'ufficio non permette clemenza, con la coda dell'occhio vedo che lui è ancora lì infossato nel suo piumino che distribuisce consigli per una vita migliore come fossero sconti per il supermercato.
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