20.3.11

Aperitivo

la pratica è popolare anche dove sono cresciuto e ogni tanto persino i miei genitori se ne concedevano uno il sabato pomeriggio al bar Venanzetti, in centro a Macerata. Non è però sempre la stessa cosa, farne uno a Milano, città che pur non avendolo inventato (Wikipedia parla di Torino) vi è universalmente associata, ne svela con naturalezza la sua natura più profonda e rituale.

All'inizio colpisce l'aspetto semplicemente alcolico: qui non si beve come al paesello nè lo si fa nelle stesse condizioni. Invece della lussureggiante passeggiata propedeutica qua si va una volta staccato dal lavoro, magari con un pranzo saltato alle spalle, gettandosi come belve affamate sul liquore di cui si è fantasticato sin dalla mattina.

Ci sono i professionisti che lo utilizzano come pasto sostitutivo. Hai mangiato? Si ho fatto l'aperitivo. Frase capace di far gelare il sangue alla mamma italiana media. In verità anche quelli che girano tra i tavoli con piattini stracolmi di tartine non sono venuti per mangiare. Cercano piuttosto lo stordimento della bevuta o la chiacchera compulsiva e anche se la loro pancia è anestetizzata dai tramezzini non si lasceranno scappare l'occasione di svuotare qualche bottiglia. Fossero pure costretti a portare al monte dei pegni l'iPhone4.

C'è poi chi ci va per gli incontri: quelli programmati ma soprattutto quelli sperati. L'illusione è che dentro un bicchiere di Negroni siamo tutti uguali e chissà mai che il nostro bar preferito non sia anche quello del cliente dei nostri sogni o dell'amministratore delegato o del principe azzurro e così via. In verità non si è mai visto qualcuno concludere un affare o guadagnare una raccomandazione quando il suo interlocutore ha superato la quarta birra.

Nessuna di queste ragioni è sufficiente a spiegare il fenomeno, vanno infatti prese in considerazione tutte assieme. La forma più utile a descrivere il rito dell'aperitivo è quella del portale magico, un gateway verso un'altra dimensione dove tutto è possibile e le cose possono davvero cambiare per sempre. Anche l'immagine di un buco nero rende l'idea: una soglia passata la quale non si sa cosa potrebbe succedere.

Pance vuote allagate da bevande scadenti, teste che girano e promesse da marinai. La notizia si sparge in fretta e per ogni porto abitato ormai solo da mozzi ubriachi presi a sedursi a vicenda ce n'è uno fresco d'inaugurazione, incontaminato e presto conquistato da questo esercito di beoni.

[foto forum Finanzaonline]

4 commenti:

feded ha detto...

L'aperitivo milanese è la resa in soldioni della vuotezza della città: uno scheletro che la gente, in una perfetta bugia collettiva, vede vestito con le creazioni più belle dei migliori stilisti.

a. ha detto...

o forse la parte più interessante, la speranza di un passaggio segreto verso un altro posto migliore perchè quel che ci rimane non è poi molto avvincente

medo ha detto...

Andrea, il dilemma dei 30enni di un certo tipo oggi è che sono "spinti" alla città e la città li "respinge". Tornare al paesello? Magari... Ma c'è di mezzo quella sensazione di vergogna. Una volta che uno è andato a Milano, Londra, che so io, non potrà mai più tornare se non da ricco pensionato o per fare una vacanzina. Pena: la vergogna del fallimento.
Anche se il fallimento è fingere che Milano o Londra siano il futuro. Infatti lo sono il futuro, cosi come la morte è il futuro di una nascita.
Ci ritroveremo tutti un giorno, forse, a tirar su fave a Mergo e pascolare una capra sopra a Visso: avremo capito che da capire c'era niente e che il Bello era dentro e vicinissimo.

a. ha detto...

la metropoli più che spingere o respingere ingoia forse

a visso ci vai tu, io al massimo ti vengo a trovare per un arrosto misto da richetta