Mettiamola così: ci sono due grandi scuole di pensiero. La prima dice che al giorno d'oggi l'accesso totale alle informazioni ci ha reso tutti piccoli geni. Il baby produttore da cameretta in grado di partorire un disco che un tempo neanche Babyface sarebbe stato capace, il romanziere so-tutto-io che scrive di amore e morte già a 17 anni perché ha sfogliato le introduzioni di tutti i libri esistenti su Amazon e così via. Creatività folgoranti che attraversano il proprio ciclo vitale nel tempo necessario a bere un cappuccino: ci si sveglia sconosciuti nel proprio blog e se tutto va bene a sera si è già delle superstar mondiali. Il giorno dopo potrebbe essere tutto finito come in un brutto sogno e allora si torna al tranquillo lavoro alle poste.
La seconda teoria dice quasi il contrario: i dischi, i libri, i film sono quelli di una volta, è il loro metodo distributivo ad essere cambiato. Potendo scaricare qualunque cosa in pochi secondi è facile trovare ciò che si ama, pure troppo dato che gli possiamo dedicare solo pochi secondi della nostra esistenza, già pressati dalla prossima epifania: stiamo finendo di commuoverci per la canzone della vita che ecco già sta arrivando la prossima.
Il problema è insomma quello di distinguere il vero valore di quello che incontriamo dall'attenzione che siamo capaci di dedicargli. Il primo disco di Tizio era davvero così bello o semplicemente ne avevamo sentito talmente tanto parlare da deciderci a dedicargli un intera serata d'ascolto trovandolo dunque interessante? Il secondo era probabilmente buono tanto quanto l'altro, l'avremmo scoperto se solo avessimo trovato la voglia di scaricarlo. C'è un indicatore ben preciso del personale attention span di ciascuno di noi e si chiama comunemente hype.
Molto semplicemente più un soggetto, prodotto, nome è chiacchierato (ma da quanto tempo non si parla più di "word of mouth"?) tanto più noi saremo disposti a dedicare a lui il nostro tempo e, forse, anche cervello. Con questa parola insomma non si definisce tanto la fashonabilità (pardòn) di qualcosa quanto l'attenzione che la stessa è capace di raccogliere durante le nostre giornate.
Spesso si assume come dato di fatto questa prospettiva da soggetti passivi di un sistema di cui siamo in balia, come se Internet fosse l'estremizzazione del concetto di agenda setting (tutti ne parlano allora dobbiamo parlarne anche noi) in verità la situazione è inversa. Nessuno se ne interessa perché noi per primi non abbiamo ceduto nulla dei nostri spazi, proprio in un momento in cui per facilità e velocità di interconnessioni tra le persone lanciare una moda, un movimento o un'idea potrebbe essere facile quando far scoppiare un incendio in una fabbrica di cerini. La prossima volta che celebreremo il fallimento (o il trionfo) di qualcuno bisognerà capire se eravamo davvero presenti mentre tutte queste cose accadevano o le abbiamo solo viste passare di sfuggita.
[foto Simon Bonaventure]

1 commenti:
Riflessione interessantissima, da tenere a mente ogni volta che apro la cartella coi quintali di musica nuova da ascoltare.
Grazie :)
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