A poco più di una settimana dall'uscita online del nuovo disco dei Radiohead The King Of Limbs proviamo a fare il bilancio di quello che sembra un inedito e interessante rapporto creatosi tra il gruppo di musicisti e il loro pubblico. Nel mezzo la Rete utilizzata in modalità e quantità inedite come via di comunicazione privilegiata.
Dancing Thom Meme: L'effetto più vistoso di questa nuova uscita è stato paradossalmente legato al video che accompagna il primo singolo dell'album: il clip di Lotus Flowers è diventato un meme istantaneo della rete meritandosi centiaia, forse miglaiia di remix e persino un tumblr dedicato a raccoglierli nella loro completezza. Merito della fisicità di Thom Yorke, leader e voce dei Radiohead, che nel video si esibisce coraggiosamente in una bizzarra serie di movenze e mostrandosi spavaldamente in camera come non era quasi mai successo nella loro carriera. Il nostro preferito tra i molti è quello che utilizza come sottofondo addirittura la musica degli 883 (continua su Wired.it)
26.2.11
20.2.11
Cose da sapere se vuoi vivere a Milano / Il questionario
la mia attuale inquilina ha deciso di cambiare casa. Problemi con il contratto di lavoro e meno certezze sul futuro. Ecco cosa le hanno chiesto di compilare in una di quelle e che è andata a visitare di recente. Genio o follia? Anche mettersi sotto lo stesso tetto una persona diventa materia burocratica al pari di un atto catastale. La mia preferita è la voce "confermo di essere aperto al dialogo e sincero con tutti".
19.2.11
PC (cfr. Cloud Computing)
Vi ricordate come funzionava una volta? Ne aveva uno soltanto il vostro compagno di classe, se eravate fortunati abitava nello stesso palazzo altrimenti era necessario attraversare la città per poterne prendere possesso anche solo per qualche ora.
Parliamo di computer, al tempo si trattava di Commodore 64, Spectrum poi Amiga e via di seguito. Come auccedeva con le tv del dopoguerra che solo i più abbienti e ambiziosi inquilini di un condiminio poteva permettersi allo stesso modo questi primi figli della tecnologia digitale casalinga erano inizialmente a disposizione solo dei più fortunati tra di noi.
Poi è arrivato il personal computer, quello vero, economico e performante, anche uno per ogni membro della famiglia, anni in cui ciascuno di noi ha sviluppato un particolare rapporto feticistico con il proprio pc. C'è quello che lo riempie di adesivi per farlo sembrare più vissuto, l'altro che lo spolvera ogni giorno come una casalinga disperata fà con i soprammobili in soggiorno. Un tizio riconosceva il proprio portatile tra cento dal rumore della ventola al momento di avviarlo: come sospira lui nessun altro, diceva con l'occhio languido tipico dell'innamorato non corrisposto. (continua su Wired.it)
Parliamo di computer, al tempo si trattava di Commodore 64, Spectrum poi Amiga e via di seguito. Come auccedeva con le tv del dopoguerra che solo i più abbienti e ambiziosi inquilini di un condiminio poteva permettersi allo stesso modo questi primi figli della tecnologia digitale casalinga erano inizialmente a disposizione solo dei più fortunati tra di noi.
Poi è arrivato il personal computer, quello vero, economico e performante, anche uno per ogni membro della famiglia, anni in cui ciascuno di noi ha sviluppato un particolare rapporto feticistico con il proprio pc. C'è quello che lo riempie di adesivi per farlo sembrare più vissuto, l'altro che lo spolvera ogni giorno come una casalinga disperata fà con i soprammobili in soggiorno. Un tizio riconosceva il proprio portatile tra cento dal rumore della ventola al momento di avviarlo: come sospira lui nessun altro, diceva con l'occhio languido tipico dell'innamorato non corrisposto. (continua su Wired.it)
16.2.11
Qualità / Sai dirmi quanto siamo amici?
dici la parola e subito pensi ai protagonisti di Boris che ne hanno fatto un tormentone silenzioso di quelli che non finiscono nei dizionari perché si citano fin troppo spesso da poterne dimenticare il significato. Tutti la vogliono, tutti ne parlano così che a forza di sentirla citata in giro senza però mai incontrarla di persona ci siamo convinti che sia solo una leggenda metropolitana.
Della sua mancanza se ne discute spesso come di un problema esclusivamente italiano, il pressappochismo suo nemico è in effetti uno dei tratti distintivi del nostro popolo. Eppure quello della scomparsa di un metro di giudizio su informazioni e relazioni (più ancora che di prodotti veri e propri) sembra una costante anche della nazione trasversale di Internet.
Il sistema nervoso di questo mondo sono i social network che pur arrivando a mappare una superficie incredibile lo fanno in maniera indistinta. Avremo anche meno di 6 gradi di vicinanza con Michael Jackson (pace all'anima sua) ma non riusciamo a tracciare la tipologia di questo legame. Insomma: quanto ci sei amico? Avete mangiato assieme? Si è fermato ad usare il vostro bagno una volta e non lo avete più rivisto in carne ossa e plastica?
Persino le reti di tipo professionale come Linkedin o il recente BranchOut si diffondono endemicamente nelle nostre rubriche senza fare troppe distinzioni. In fondo il valore di siti del genere è dato soprattutto dal numero degli iscritti così come la capacità di imporsi su agguerriti concorrenti. Dall'altra parte esperienze come Path che limita il proprio numeri di amici a 50 non fa che restringere un cerchio senza aggiungere ulteriori informazioni.
Pensiamo se domani Facebook desse improvvisamente la possibilità di valutare il grado d'amicizia con ciascuno dei vostri contatti, cosa succederebbe? Al vostro capo? 5 stelle d'ordinanza. Alla ex? Alla tipa su cui avete messo gli occhi? Meglio fingere per non spaventarla? L'amico che si offende perché non è stato giudicato a dovere e via di seguito. Eppure poter sapere esattamente quanto si è amici di qualcuno, la densità del rapporto che ci lega ad un'altra persona, sarebbe la vera terza dimensione dello spazio di socialità virtuale che stiamo vivendo.
Non siamo ancora pronti a questo, abbiamo scoperto che il giudizio sul sentimento che ci lega agli altri è ancora materia di pudicizie. Almeno pubblicamente. O forse la parte che più spaventa è proprio quella di metterci lì a vivisezionare tutti i personaggi della nostra vita giudicandoli in decimi, liste più dolorose che altro. E' una questione di tempo: poco fa ci sarebbe sembrato assurdo anche urlare a migliaia di persone la nostra situazione sentimentale, oggi c'è chi arriva ad aggiornala anche un paio di volte al giorno.
[foto Fox]
Della sua mancanza se ne discute spesso come di un problema esclusivamente italiano, il pressappochismo suo nemico è in effetti uno dei tratti distintivi del nostro popolo. Eppure quello della scomparsa di un metro di giudizio su informazioni e relazioni (più ancora che di prodotti veri e propri) sembra una costante anche della nazione trasversale di Internet.
Il sistema nervoso di questo mondo sono i social network che pur arrivando a mappare una superficie incredibile lo fanno in maniera indistinta. Avremo anche meno di 6 gradi di vicinanza con Michael Jackson (pace all'anima sua) ma non riusciamo a tracciare la tipologia di questo legame. Insomma: quanto ci sei amico? Avete mangiato assieme? Si è fermato ad usare il vostro bagno una volta e non lo avete più rivisto in carne ossa e plastica?
Persino le reti di tipo professionale come Linkedin o il recente BranchOut si diffondono endemicamente nelle nostre rubriche senza fare troppe distinzioni. In fondo il valore di siti del genere è dato soprattutto dal numero degli iscritti così come la capacità di imporsi su agguerriti concorrenti. Dall'altra parte esperienze come Path che limita il proprio numeri di amici a 50 non fa che restringere un cerchio senza aggiungere ulteriori informazioni.
Pensiamo se domani Facebook desse improvvisamente la possibilità di valutare il grado d'amicizia con ciascuno dei vostri contatti, cosa succederebbe? Al vostro capo? 5 stelle d'ordinanza. Alla ex? Alla tipa su cui avete messo gli occhi? Meglio fingere per non spaventarla? L'amico che si offende perché non è stato giudicato a dovere e via di seguito. Eppure poter sapere esattamente quanto si è amici di qualcuno, la densità del rapporto che ci lega ad un'altra persona, sarebbe la vera terza dimensione dello spazio di socialità virtuale che stiamo vivendo.
Non siamo ancora pronti a questo, abbiamo scoperto che il giudizio sul sentimento che ci lega agli altri è ancora materia di pudicizie. Almeno pubblicamente. O forse la parte che più spaventa è proprio quella di metterci lì a vivisezionare tutti i personaggi della nostra vita giudicandoli in decimi, liste più dolorose che altro. E' una questione di tempo: poco fa ci sarebbe sembrato assurdo anche urlare a migliaia di persone la nostra situazione sentimentale, oggi c'è chi arriva ad aggiornala anche un paio di volte al giorno.
[foto Fox]
15.2.11
Piovono parole su questa città
l'amico Fabrizio ha messo assieme Nonamarmi: fanzine, Publicatio Non Paetita e non si sa bene cos'altro.
Ci ho scritto dentro un pezzo anche io e ieri me l'hanno fatto leggere in pubblico.
Forse sono andato troppo veloce ma me la sono portata a casa. Per ordinarne una copia scrivete qui, costa 10 euro.
Ci ho scritto dentro un pezzo anche io e ieri me l'hanno fatto leggere in pubblico.
Forse sono andato troppo veloce ma me la sono portata a casa. Per ordinarne una copia scrivete qui, costa 10 euro.
10.2.11
Lavoro
c'è anche quest'altra citazione dell'articolo 1 della Costituzione Italiana... con l'Italia fondata sul lavoro che è diventata l'Italia fondata sui telespettatori, che non so qual è peggio, forse sul lavoro. Che è poi un articolo agghiacciante, mi sono sempre chiesto "ma non è fondata sulle donne e sugli uomini che ci abitano? cos'è sta cosa del lavoro?
Qualche tempo fa sono andato a fare un colloquio, avevo già un'occupazione ma mi sono detto: hanno chiamato loro, perchè no? Dopo 30 minuti scarsi la ragazza che stavo incontrando mi si avvicina e con un sorrisetto sbieco mi chiede se può provare invece lei a mandare un cv a me. Una volta al massimo ti cassavano scegliendo qualcun altro, oggi anche un'intervista si trasforma nel più inaspettato dei boomerang. It's a trap.
La mattina appena arrivato in ufficio t'abbaglia l'ennesimo titolone sulla disoccupazione giovanile, segue una percentuale spaventosa. Eppure il marcio di cui si parla è reale, basta guardarsi attorno per verificare come la porzione di amici e conoscenti senza una stabile collocazione lavorativa ha ampiamente superato la maggioranza. Contando chi si nasconde legittimamente nel lavoro in nero le proporzioni aumentano fino all'esondazione.
La cosa incredibile è il numero dei licenziamenti spontanei: il rapporto di lavoro è così sottile, le mansioni del tutto randomiche e le zero prospettive di crescita convincono tanti a fare un dignitoso seppuku urlando que sera sera. Non è sputare nel piatto proprio nel momento più difficile, piuttosto una sensazione di disastro imminente che invita a diventare di nuovo padroni del proprio tempo rispetto ad una realizzazione professionale fantasmatica.
Per imparare la lezione non ci voleva la rivoluzione ma la recessione. Il bastone e la carota del produci consuma crepa non aveva mai smesso di funzionare finché l'ortaggio non è diventato così lontano che qualcuno si è seduto preferendo provvedere da solo con quel che trovava lì per lì. Sgonfiatosi il mito del rampante oggi spesso i soldi sono solo quelli che servono a pagare l'affitto e provengono da chissà dove, identità che non coincidono più con il lavoro che fai, quasi tutte le cose importanti succedono altrove.
Network di amici e appassionati che si fanno improvvisamente più potenti e capillari di stanche multinazionali in affanno. Quando il massimo dell'aspettativa è scambiare qualche mese di progetto per un'altro equivalente si fa subito a trovare soddisfazione in qualcosa d'altro: l'hobby che tira la rincorsa agli impegni che una volta venivano definiti seri. Fino alla prossima contrazione del mercato, quella fatale in cui il lavoro sparirà del tutto, verrà persa memoria del concetto stesso e si potrà ricominciare da capo in maniera diversa.
[foto msbluesky]
Qualche tempo fa sono andato a fare un colloquio, avevo già un'occupazione ma mi sono detto: hanno chiamato loro, perchè no? Dopo 30 minuti scarsi la ragazza che stavo incontrando mi si avvicina e con un sorrisetto sbieco mi chiede se può provare invece lei a mandare un cv a me. Una volta al massimo ti cassavano scegliendo qualcun altro, oggi anche un'intervista si trasforma nel più inaspettato dei boomerang. It's a trap.
La mattina appena arrivato in ufficio t'abbaglia l'ennesimo titolone sulla disoccupazione giovanile, segue una percentuale spaventosa. Eppure il marcio di cui si parla è reale, basta guardarsi attorno per verificare come la porzione di amici e conoscenti senza una stabile collocazione lavorativa ha ampiamente superato la maggioranza. Contando chi si nasconde legittimamente nel lavoro in nero le proporzioni aumentano fino all'esondazione.
La cosa incredibile è il numero dei licenziamenti spontanei: il rapporto di lavoro è così sottile, le mansioni del tutto randomiche e le zero prospettive di crescita convincono tanti a fare un dignitoso seppuku urlando que sera sera. Non è sputare nel piatto proprio nel momento più difficile, piuttosto una sensazione di disastro imminente che invita a diventare di nuovo padroni del proprio tempo rispetto ad una realizzazione professionale fantasmatica.
Per imparare la lezione non ci voleva la rivoluzione ma la recessione. Il bastone e la carota del produci consuma crepa non aveva mai smesso di funzionare finché l'ortaggio non è diventato così lontano che qualcuno si è seduto preferendo provvedere da solo con quel che trovava lì per lì. Sgonfiatosi il mito del rampante oggi spesso i soldi sono solo quelli che servono a pagare l'affitto e provengono da chissà dove, identità che non coincidono più con il lavoro che fai, quasi tutte le cose importanti succedono altrove.
Network di amici e appassionati che si fanno improvvisamente più potenti e capillari di stanche multinazionali in affanno. Quando il massimo dell'aspettativa è scambiare qualche mese di progetto per un'altro equivalente si fa subito a trovare soddisfazione in qualcosa d'altro: l'hobby che tira la rincorsa agli impegni che una volta venivano definiti seri. Fino alla prossima contrazione del mercato, quella fatale in cui il lavoro sparirà del tutto, verrà persa memoria del concetto stesso e si potrà ricominciare da capo in maniera diversa.
[foto msbluesky]
9.2.11
Vasco Rossi Inception / Le 5 soluzioni di Eh...già
Perchè il nuovo video del Blasco è così? Lo si può amare o odiare ma è esagerato in entrambi i casi. Non avremo mai una spiegazione ufficiale, come di fronte a ogni grande opera d'arte bisogna ricorrere alla pura speculazione. Iniziamo:
1) Vasco è tossicodipendente: la prima cosa che viene in mente. Soprattutto se non siete completamente evengelizzati: ti vedi davanti un soggetto del genere e pensi che è ha fatto il salto dello squalo. Si è giocato la caveza, ne ha presa una di troppo, vedete voi. Appena svegliato ha chiamato il manager ordinando: voglio fare un video così e cosà, col telo verde e io davanti, lo voglio pronto fra 5 minuti. Il set che sul finale si intravede montato su una collina/prato sembra avvalorare questa tesi. Tutto fin troppo facile.
2) Vasco è un genio e voi siete merda. C'ha fregato. Quale maggiore schiaffo all'intellighenzia (che non avrebbe capito, che lo avrebbe facilmente deriso) ma anche ai suoi seguaci che fare una mossa del genere? Da una parte lo scacco situazionista alle avanguardie, dall'altra lo sberleffo low-budget alle masse. Vasco servo di due padroni rovescia il mondo dalla posizione di un novello Cattelan, ma che dico...questo è un Duchamp!
3) Vasco è Vasco e voi non siete un cazzo. La questione di merito fa un passo indietro. Non sapremo mai esattamente se Vasco ieri ha mangiato pesante e dormito male o davvero è capace di vedere oltre l'umano orizzonte. Semplicemente si tratta di una macchina da soldi che ha la sola necessità di apparire. Ha sempre sfornato video orripilanti e riduzione dopo riduzione il surreale ultimo atto di questi giorni è l'unica soluzione del nulla a cui si sottrae zero. Venderà centiaia di migliaia di copie, continuerà a riempire gli stadi.
4) Vasco 2.0. Online appena da un giorno e già è un meme in piena regola. Il green screen lì dietro lo avete notato? Il pranzo virale è servito: non la coreografia studiata a tavolino o le algide finzioni di un Avatar qualsiasi, provate voi a ricontestualizzare una rockstar che si tocca i maroni e si passa le corna sulla fronte. Tentazione irresistibile, progetto cristallino.
5) Vasco Houston we have a problem. L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare: non doveva andare così. Bisognava arrivare sul set prima, trucco e parrucco d'ordinanza. Poi non c'è stato tempo né voglia. Un ragazzo molto in gamba cugino del ragionier Fresconi doveva fare dei ghirigori in After Effects ma gli hanno anticipato l'esame e ha dovuto rinunciare. Che poi non è così male anche solo col verde sul fondo no? Vabbè sto girò è andata, tanto che differenza che vuoi che faccia. Magari finisce pure che qualche blog su internet ci perde una serata a chiedersi perchè.
[foto il grande umarell di zocca]
1) Vasco è tossicodipendente: la prima cosa che viene in mente. Soprattutto se non siete completamente evengelizzati: ti vedi davanti un soggetto del genere e pensi che è ha fatto il salto dello squalo. Si è giocato la caveza, ne ha presa una di troppo, vedete voi. Appena svegliato ha chiamato il manager ordinando: voglio fare un video così e cosà, col telo verde e io davanti, lo voglio pronto fra 5 minuti. Il set che sul finale si intravede montato su una collina/prato sembra avvalorare questa tesi. Tutto fin troppo facile.
2) Vasco è un genio e voi siete merda. C'ha fregato. Quale maggiore schiaffo all'intellighenzia (che non avrebbe capito, che lo avrebbe facilmente deriso) ma anche ai suoi seguaci che fare una mossa del genere? Da una parte lo scacco situazionista alle avanguardie, dall'altra lo sberleffo low-budget alle masse. Vasco servo di due padroni rovescia il mondo dalla posizione di un novello Cattelan, ma che dico...questo è un Duchamp!
3) Vasco è Vasco e voi non siete un cazzo. La questione di merito fa un passo indietro. Non sapremo mai esattamente se Vasco ieri ha mangiato pesante e dormito male o davvero è capace di vedere oltre l'umano orizzonte. Semplicemente si tratta di una macchina da soldi che ha la sola necessità di apparire. Ha sempre sfornato video orripilanti e riduzione dopo riduzione il surreale ultimo atto di questi giorni è l'unica soluzione del nulla a cui si sottrae zero. Venderà centiaia di migliaia di copie, continuerà a riempire gli stadi.
4) Vasco 2.0. Online appena da un giorno e già è un meme in piena regola. Il green screen lì dietro lo avete notato? Il pranzo virale è servito: non la coreografia studiata a tavolino o le algide finzioni di un Avatar qualsiasi, provate voi a ricontestualizzare una rockstar che si tocca i maroni e si passa le corna sulla fronte. Tentazione irresistibile, progetto cristallino.
5) Vasco Houston we have a problem. L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare: non doveva andare così. Bisognava arrivare sul set prima, trucco e parrucco d'ordinanza. Poi non c'è stato tempo né voglia. Un ragazzo molto in gamba cugino del ragionier Fresconi doveva fare dei ghirigori in After Effects ma gli hanno anticipato l'esame e ha dovuto rinunciare. Che poi non è così male anche solo col verde sul fondo no? Vabbè sto girò è andata, tanto che differenza che vuoi che faccia. Magari finisce pure che qualche blog su internet ci perde una serata a chiedersi perchè.
[foto il grande umarell di zocca]
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