E' un problema e pare anche di quelli grossi. Altrimenti com'è che tutte le persone che incontro sembrano occupate a discuterne cercando di spiegarlo? Giacomo per lavoro tiene corsi di formazione, spiega agli operai del bergamasco perchè conviene allacciarsi la cintura sul muletto per evitare di rimanere affettati in due. Marco analizza i processi, che vuol dire tutto e niente. Quando lavora per bene è come un architetto con le persone al posto dei mattoni, quando va male si trova a parlare di cose che non conosce davanti a persone che non vogliono ascoltare. Luca lavora in un'azienda all'avanguardia che per paura di rimanere indietro lo invita a continui meeting sull'importanza del sapersi rimettere in gioco, tanto da sembrare un corso propedeutico al licenziamento.
Inculcata dai media o meno questa sensazione di accelerazione verso il futuro si è fatta reale, tanto da diventare un lavoro per molti e un'incombenza per altrettanti. La prima reazione è quella di voltarsi indietro e verificare se la spinta è reale o meno attraverso le cose che si ricordano meglio: la musica ad esempio. Come sono stati andati questi ultimi tre decenni? Iniziamo dalla fine: gli anni zero degli esordenti The Strokes o dei luminescenti Klaxons sembrano già trapassato remoto. La prima sera in cui questi ultimi suonarono a Milano ammassando migliaia di minorenni fluo sembrava davvero stesse succedendo qualcosa di epocale e forse era vero, eppure un'intera era geologica sembra già passata.
I 90 sono sinonimo di vecchiume. Pagano lo scotto di decennio sostanzialmente hippy. La voglia di tanti di tornare alle origini dei generi musicali e l'immaginario del rocker che raccoglie la legna in mezzo la foresta (poi magari si fa anche una pera) sono state spazzate via a colpi di sms e status su Facebook come uno Tsunami che non lascia niente dietro di se forse neppure il ricordo. Gli 80, i più lontani nel tempo, sono ovviamente gli anni che godono ancora di salute migliore. Come si trattasse di un tempo remotissimo non è più neanche questione di bello o brutto ma di mitologia vera e propria, George Michael una figura cristica.
La carrellata che ne viene fuori è come dentro un cannocchiale rovesciato dove distanze anche vicinissime sembrano remote, lo sfasamento è totale e gira un po' la testa. Se ogni cosa che leggiamo, ascoltiamo, viviamo è come una mollica di pane lasciata dietro di noi la scia si è fatta sempre più abbondante negli anni, una densità che nelle nostre teste fa rima con velocità. Eventi mediatici, catastrofi annunciate, pericoli imminenti e svolte epocali sono spalmati su ogni piattaforma immaginabile e ammassano la nostra agenda di vita tanto che passati appena 365 giorni sembra trascorso almeno un lustro.
[foto viaggio nella luna]
10.4.11
5.4.11
Avere trent'anni / Ex Otago - Mezze Stagioni
Forse è così evidente che vale la pena ribadirlo: il nuovo disco degli Ex Otago altro non è che un favoloso concept album sulla linea d'ombra della terza decina d'anni. L'ultima volta che avevo sentito parlare di qualcosa del genere era ai tempi di Lorenzo 1997 - L'albero di Jovanotti che aveva scritto una canzone citando Joseph Conrad e allora giù tutti a parlare di disco della maturità. A questo giro è esattamente il contrario: il quesito è sin dall'inizio quello di capire perché ancora ci si ostina a fare gli adolescenti anche passata ogni ragionevole età. Che poi è il tema della discussione sugli hipster tanto di moda solo qualche mese fa: una cultura che riconosce solo se stessa e smette di riprodursi (anche biologicamente) è per forza di cose un vicolo cieco.
Se ne parla praticamente in qualunque canzone dell'album: dalla paura della vecchiaia di Una vita col riporto fino all'angoscia del presente di Gli Ex Otago e la Jaguar gialla dove cantano: e se non riesci a guadagnare con quello che sai fare ti toccherà farlo con quello che non sai fare, parole che mi piace pensare ispirate almeno un po' da questa cosa qui. Sempre nella stessa canzone viene identificata la trimurti della perfetta vita borghese per la felicità: il lavoro fisso, un amico in banca e appunto una macchina sportiva pronta per una crisi di mezza età leggermente in anticipo.
Ancora meglio fa Figli degli Hamburger dove tra capodanni obbligatori tutti i weekend e matrimoni animati da indispensabili dj scrivono uno dei più bei ritratti dell'ultracontemporaneo smarcando con autoironia gli stereotipi dei fashionisti di cui disegnano il perimetro superandoli poi con un agile balzo. Una vita una carriera, un'amante quando si fa sera e si mettono in tasca tutto questo piccolo mondo metropolitano e quel miliardo di messaggi privati che tanti di noi invia quotidianamente davanti lo schermo.
La conferma finale però è in un brano che parla d'altro: quella The Rhythm of the Night targata 1994, l'anno di chi allora ne aveva circa 15 e oggi si ritrova ad un passo dalla soglia di non ritorno. La generazione di chi aveva sentito parlare degli anni 80 solo attraverso i poster dei fratelli maggiori e allora ecco che arriva Corona ospite a Superclassifica Show a colmare il vuoto esistenziale.
In mezzo a tanta chiarezza d'intenti non rinunciano a portare avanti anche il gioco del malinteso stagionale, come si parlasse veramente di autunno inverno estate e primavera (che pure punteggiano i testi del disco da inizio a fine) riuscendo nel crimine perfetto di dare la sensazione di un tempo che accellera, di anni che scappano sotto il sedere tanto che sembra quasi di cadere dalla sedia. Ho detto quasi.
Se ne parla praticamente in qualunque canzone dell'album: dalla paura della vecchiaia di Una vita col riporto fino all'angoscia del presente di Gli Ex Otago e la Jaguar gialla dove cantano: e se non riesci a guadagnare con quello che sai fare ti toccherà farlo con quello che non sai fare, parole che mi piace pensare ispirate almeno un po' da questa cosa qui. Sempre nella stessa canzone viene identificata la trimurti della perfetta vita borghese per la felicità: il lavoro fisso, un amico in banca e appunto una macchina sportiva pronta per una crisi di mezza età leggermente in anticipo.
Ancora meglio fa Figli degli Hamburger dove tra capodanni obbligatori tutti i weekend e matrimoni animati da indispensabili dj scrivono uno dei più bei ritratti dell'ultracontemporaneo smarcando con autoironia gli stereotipi dei fashionisti di cui disegnano il perimetro superandoli poi con un agile balzo. Una vita una carriera, un'amante quando si fa sera e si mettono in tasca tutto questo piccolo mondo metropolitano e quel miliardo di messaggi privati che tanti di noi invia quotidianamente davanti lo schermo.
La conferma finale però è in un brano che parla d'altro: quella The Rhythm of the Night targata 1994, l'anno di chi allora ne aveva circa 15 e oggi si ritrova ad un passo dalla soglia di non ritorno. La generazione di chi aveva sentito parlare degli anni 80 solo attraverso i poster dei fratelli maggiori e allora ecco che arriva Corona ospite a Superclassifica Show a colmare il vuoto esistenziale.
In mezzo a tanta chiarezza d'intenti non rinunciano a portare avanti anche il gioco del malinteso stagionale, come si parlasse veramente di autunno inverno estate e primavera (che pure punteggiano i testi del disco da inizio a fine) riuscendo nel crimine perfetto di dare la sensazione di un tempo che accellera, di anni che scappano sotto il sedere tanto che sembra quasi di cadere dalla sedia. Ho detto quasi.
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