questo articolo è stato scritto per la fanzine At Home/Casa degli amici di SFH. Cercatene una copia
Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa riguardo il tema dell'autoproduzione, per questo ho deciso di parlare del concetto di creatività che non è la stessa cosa ma ci somiglia da vicino. Mi rendo perfettamente conto di utilizzare una delle parole più abusate dell'attuale vocabolario italiano ma dopo numerose birre passate a discutere i problemi del mondo sono convinto di aver trovato una soluzione definitiva.
Il minimo comune denominatore che sottende a tutti i processi industriali o intellettuali (che poi non c'è differenza tra le due cose) fallaci o deludenti è la loro mancanza di personalità. Detto in una parola il problema è che non si fanno le cose in maniera abbastanza artistica. No, non sono stato posseduto da un curatore della Biennale di Venezia (anzi non ci ho mai messo piede) ma il cieco automatismo con cui si producono prodotti e informazioni è la madre di tutti i problemi oltre che la via preferenziale per non rispondere alla domanda per antonomasia da cui bisognerebbe partire: perché lo sto facendo? A chi deve piacere questa cosa? Lo faccio per me o per gli altri?
L'atto creativo è fondamentalmente un'azione egoistica: come possiamo pretendere di convincere qualcuno se neppure noi siamo sicuri di ciò che stiamo facendo? La pulsione, talvolta ossessione, di compiacere gli altri ci fa spesso dimenticare che il primo passo per creare un oggetto coerente è partire dai propri bisogni e desideri. E' così che è nato quel mondo lì fuori in cui non ci riconosciamo: come una serie di persone che tentano disperatamente di compiacersi a vicenda senza riuscire a indovinare minimamente i gusti del prossimo, popolando dunque la terra di elementi sostanzialmente inutili. Una partita a nascondino tra ciechi o qualcosa del genere.
Ne fanno parte: le indagini di marketing alla ricerca del consumatore tipo (non esiste, non è mai esistito, non voglio credere che sia vero) le catene di montaggio in cui nessuno sa chi ha infilato la prima vite, i virus informatici che partono e quando arrivano all'altro capo del mondo sono ormai una cosa completamente diversa. Anni fa abbiamo iniziato a giocare al telefono senza fili e non siamo più riusciti a smettere.
L'antidoto si chiama appunto creatività, parola che ha molti sinonimi tra cui: arte, autoproduzione, personalità, identità. Tante parole per significare una cosa sola: mettere la faccia nelle cose che si fa, strappare la maschera dell'anonimato a sto mondo infame ripartendo da zero, anzi da uno, da sé stessi per tarare daccapo tutto quanto.
Una fantasia non solo nostra ma messa in scena anche da altri se persino nel grado zero della fantascienza moderna, Tron il film quello originale, non si parlava altro che di questi famigerati creativi, al tempo stesso osteggiati e adorati come degli dei dagli automi che abitano le nostre macchine. L'antidoto insomma è sempre stato lì davanti ai nostri occhi ce ne saremmo accorti prima se non ci fossimo distratti a guardare tutte quelle velocissime motociclette luminescenti.
[foto McGyver]
30.5.11
25.5.11
Pubblicità
Iniziano tutti dallo stesso punto: c’era una volta Carosello, trasmissione interamente dedicata alla pubblicità, perfettamente transennata del recinto televisivo, con un inizio e una fine ben precisi, tantoché terminata lei si andava a letto e poche chiacchiere.
Da allora molte cose sono cambiate: in televisione, nei giornali ma soprattutto dove i media si fanno più complessi e ramificati. Già da diversi anni sulla carta stampata compaiono i cosiddetti publiredazionali, strani ibridi di contenuti editoriali e pubblicità dove non si capisce esattamente dove inizino gli uno e finiscano gli altri. (continua su Wired.it)
Da allora molte cose sono cambiate: in televisione, nei giornali ma soprattutto dove i media si fanno più complessi e ramificati. Già da diversi anni sulla carta stampata compaiono i cosiddetti publiredazionali, strani ibridi di contenuti editoriali e pubblicità dove non si capisce esattamente dove inizino gli uno e finiscano gli altri. (continua su Wired.it)
18.5.11
Render (cfr. Noia)
Tanto può essere inseparabile compagno di vita per alcuni quanto materia del tutto sconosciuta per altri. Come sono divise le vostre giornate? C'è la sveglia, il lavoro, i pasti, lo svago, il sonno e via da capo. Per alcuni di noi va aggiunta una particolare categoria: quella del render.
Volendo semplificare con questa parola si descrive il procedimento per cui una volta preparato un progetto di qualche tipo (video, foto, modello 3d etc) ad un certo punto bisogna renderlo (capito il gioco di parole?) virtualmente reale. Rimane pur sempre un ammasso di bit conservati nel vostro hard disk ma è come se le sequenze che lo compongono si fossero compattate e prendesse finalmente forma: i dodecaedri tridimensionali si ricoprono di texture leopardate, i video si uniscono in un unico file invece che rimanere una sequenza di stracci legati assieme e le foto, beh anche a loro succede qualcosa di simile. (continua su Wired.it)
Volendo semplificare con questa parola si descrive il procedimento per cui una volta preparato un progetto di qualche tipo (video, foto, modello 3d etc) ad un certo punto bisogna renderlo (capito il gioco di parole?) virtualmente reale. Rimane pur sempre un ammasso di bit conservati nel vostro hard disk ma è come se le sequenze che lo compongono si fossero compattate e prendesse finalmente forma: i dodecaedri tridimensionali si ricoprono di texture leopardate, i video si uniscono in un unico file invece che rimanere una sequenza di stracci legati assieme e le foto, beh anche a loro succede qualcosa di simile. (continua su Wired.it)
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