28.11.11

Simon Reynolds: Ci piacciono molte cose ma non amiamo più nulla



non so perché non abbia linkato e raccolto regolarmente nel mio sito i video che da tempo realizzo per Wired: ci tengo molto e ne vado discretamente orgoglioso. Inizio da questa settimana.

22.11.11

Chiudiamo tutti i negozi di dischi, subito

I negozi di dischi mi fanno schifo. Aspettate prima di aggredirmi però, capisco che la posizione possa sembrare forte, provocatoria e antipatica ma lasciatemi almeno spiegare le mie ragioni. Sono arrivato alla conclusione visitandone uno qui nel centro di Milano, tra i pochi rimasti direi, uno di quelli veri e propri. Niente catene stile supermercato della cultura piuttosto una media bottega della musica oggi abitato esclusivamente da maschi attorno i quaranta, con una piccola barbetta sotto al mento e una borsa di pelle modello dottore della mutua abbandonata tra le gambe mentre vaschettano tra gli scaffali.

Collezionisti ovviamente, chi altro si prenderebbe il disturbo di arrivare sin qua per comperare un disco quando abbiamo la spedizione su Internet, i negozi digitali, il download illegale, gli amici che ci masterizzano i dischi? Tutti sul luogo del delitto alla ricerca della chicca, dell'edizione limitata, del doppione da esibire in vetrina, quello che una volta doveva essere un brulicante luogo di ritrovo per incontri tra anime affini e curiose diventato improvvisamente simile ad un retrobottega di laboratorio. Ad una biblioteca di provincia al massimo. La presa di coscienza di tale decadenza mi ha colpito con un'enorme tristezza convincendomi definitivamente: chiudiamo tutti i negozi di dischi, ora, prima che sia troppo tardi, prima che persino il loro ricordo venga sovrascritto da tanta mestizia.

La risposta di solito è una: "Ma se sono proprio quelli gli ultimi luoghi dove la musica è davvero amata, rispettata"...è vero il contrario piuttosto. Nel momento della smaterializzazione del supporto e dell'esaltazione del suo contenuto questa estrema volontà di rimanere legati ad un oggetto è quanto di più triviale possibile. Se il feticismo è esaltare l'oggetto più della sua reale funzione e amarlo più del suo stesso contenuto allora i negozi di dischi sono vuoti templi di ciò che era un tempo, lontanissimi dal presente dove la passione che ribolle davvero si muove dentro forum, social network, blog e mail personali con un attaccamento famelico alla materia purificato da ogni antico rituale.

Perché continuare a vaschettare con piccoli polpastrelli quando tutto è a portata di mano? Perché questo gesto è quello di cui abbiamo bisogno per sentirci appartenenti ad una cerchia ristretta, aggrapparci all'abitudine e al rito nel momento di massima incertezza: tecnologica, politica, economica, culturale, filosofica etc etc. Come il condannato a morte che si riscopre credente prima della sua ultima giornata e chiede di essere confessato: comprensibile eppure grottesco.

Anni passati a cercare la svolta, il momento in cui tutto sarebbe cambiato, "dov'è il nuovo punk?" ci chiedevamo sbuffando tra un upload e l'altro. "Proprio qua" verrebbe da rispondere solo che mentre cercavamo la scossa nell'arrivo di un nuovo genere musicale e dell'epifania ad esso legato era nell'oggetto che lo conteneva che avremmo dovuto concentrarci. Le due cose, forma e sostanza, sono da sempre ovviamente legate, strano che a non capirlo siano proprio i più inossidabili tra i ricercatori di dischi con cui abbiamo iniziato: al tempo stesso indispettiti dal passato che non passa e inossidabilmente ancorati ad esso.

[foto acidpix]

17.11.11

Attenzione (cfr. Hype)

Mettiamola così: ci sono due grandi scuole di pensiero. La prima dice che al giorno d'oggi l'accesso totale alle informazioni ci ha reso tutti piccoli geni. Il baby produttore da cameretta in grado di partorire un disco che un tempo neanche Babyface sarebbe stato capace, il romanziere so-tutto-io che scrive di amore e morte già a 17 anni perché ha sfogliato le introduzioni di tutti i libri esistenti su Amazon e così via. Creatività folgoranti che attraversano il proprio ciclo vitale nel tempo necessario a bere un cappuccino: ci si sveglia sconosciuti nel proprio blog e se tutto va bene a sera si è già delle superstar mondiali. Il giorno dopo potrebbe essere tutto finito come in un brutto sogno e allora si torna al tranquillo lavoro alle poste.

La seconda teoria dice quasi il contrario: i dischi, i libri, i film sono quelli di una volta, è il loro metodo distributivo ad essere cambiato. Potendo scaricare qualunque cosa in pochi secondi è facile trovare ciò che si ama, pure troppo dato che gli possiamo dedicare solo pochi secondi della nostra esistenza, già pressati dalla prossima epifania: stiamo finendo di commuoverci per la canzone della vita che ecco già sta arrivando la prossima.

Il problema è insomma quello di distinguere il vero valore di quello che incontriamo dall'attenzione che siamo capaci di dedicargli. Il primo disco di Tizio era davvero così bello o semplicemente ne avevamo sentito talmente tanto parlare da deciderci a dedicargli un intera serata d'ascolto trovandolo dunque interessante? Il secondo era probabilmente buono tanto quanto l'altro, l'avremmo scoperto se solo avessimo trovato la voglia di scaricarlo. C'è un indicatore ben preciso del personale attention span di ciascuno di noi e si chiama comunemente hype.

Molto semplicemente più un soggetto, prodotto, nome è chiacchierato (ma da quanto tempo non si parla più di "word of mouth"?) tanto più noi saremo disposti a dedicare a lui il nostro tempo e, forse, anche cervello. Con questa parola insomma non si definisce tanto la fashonabilità (pardòn) di qualcosa quanto l'attenzione che la stessa è capace di raccogliere durante le nostre giornate.

Spesso si assume come dato di fatto questa prospettiva da soggetti passivi di un sistema di cui siamo in balia, come se Internet fosse l'estremizzazione del concetto di agenda setting (tutti ne parlano allora dobbiamo parlarne anche noi) in verità la situazione è inversa. Nessuno se ne interessa perché noi per primi non abbiamo ceduto nulla dei nostri spazi, proprio in un momento in cui per facilità e velocità di interconnessioni tra le persone lanciare una moda, un movimento o un'idea potrebbe essere facile quando far scoppiare un incendio in una fabbrica di cerini. La prossima volta che celebreremo il fallimento (o il trionfo) di qualcuno bisognerà capire se eravamo davvero presenti mentre tutte queste cose accadevano o le abbiamo solo viste passare di sfuggita.

[foto Simon Bonaventure]