2.8.12

Giovani (Cfr. Vecchi)

Ecco il vero e unico scontro finale. In un angolo i rottamatori, gli anarchici, i punk (ancora!), i figli di papà, i bamboccioni e gli arrabbiati con la sciabola tra i denti. Dall'altra chi "stava meglio quando si stava peggio", i culi incollati alla poltrona, quelli che "ma dove vuoi andare te che sei solo un pischello?". In un momento in cui si parla di fine della storia lo scontro generazionale in corso potrebbe benissimo essere l'ultimo di questo genere, probabilmente il più (simbolicamente) sanguinoso, quello che più ci può rivelare sul tempo che stiamo vivendo e soprattutto ciò che ci aspetta dietro l'angolo. E allora come va il match? Chi sta vincendo?

Il XX secolo è stato quello della gioventù. Una cosa nuova per un mondo in cui fino a quel momento si passava naturalmente dall'essere bambini ad adulti prima ed anziani poi. Un'invenzione, per dirla con le parole di Jon Savage, funzionale ad un mondo voglioso di creare altri bisogni e desideri da indirizzare ad una generazione nuova di zecca, vergine, da innalzare a proprio Dio illudendola di essere immortalità per meglio farcirla con un bel paio di jeans al ritmo del rock and roll, non a caso frutto proibito nato proprio in quegli anni.

La candela che arde da entrambi i lati però brucia in fretta e non sono passati neanche 100 anni da allora che la direzione si è già invertita. Ora discutiamo dell'epoca della Retromania in cui le vendite dei dischi del passato hanno superato quelle del presente, e dove persino le riforme sociali più importanti vengono costruite prendendo le misure della generazione sbagliata, quella che dai giochi sta lentamente e svogliatamente uscendo rigorosamente dopo aver sperperato tutto ciò che poteva.

Su questo versante la moda è un indicatore particolarmente esplicito e interessante. I trend setter ci avvertono: il massimo della coolness sta nel tentativo di assomigliare ai propri genitori e i nostri nuovi testimonial di riferimento sono addirittura i nostri nonni. Marchi dal profilo pubblicitario più o meno ardito ce lo ripetono ormai con una certa insistenza, oltre ogni ragionevole dubbio.

Con la stessa diabolica precisione con cui il mondo inventò la gioventù il turbopresente di oggi sta scoprendo la vecchiaia. Niente di più normale per una società come quella occidentale che, defraudata dei propri centri produttivi, vive nel solo ricordo di un glorioso passato. Una memoria su cui si è affrettata a mettere un copyright nel momento più sbagliato, quello in cui entrava in scena Internet, la gigantesca macchina fotocopiatrice che se ne frega altamente di primati e trademark.

In questo scenario l'ultima possibilità di sopravvivenza è allora quella di un'inversione di rotta totale, una santificazione di ciò che è stato piuttosto che di ciò che potrebbe essere. Un sistema di autodifesa scattato automaticamente davanti alla decadenza culturale e politica di metà del globo terrestre che nega la propria morte prolungando artificialmente la rilevanza delle generazioni passate. E per una volta, cari connazionali, possiamo dire di aver capito l'antifona prima di altri in quanto Italia è Paese secondo a nessuno in questa sadica pratica.

Se i veri bambini di oggi sono gli ultratrentenni con le loro consolle da 1000 dollari (Kidult!) allora i vecchi gonfi di botulino sono gli unici giovani che ci possiamo permettere. Poco importa se le vittime sono le generazioni appena arrivate per cui non c'è più spazio in un ciclo vitale drogato e alterato oltre ogni possibile immaginazione. Almeno finché qualcuno di questi non si convincerà nuovamente che l'unica risposta possibile ed efficace è proprio quella della violenza.

5 commenti:

e. ha detto...

Immagino che l'Italia come avanguardia nel neo-anzianesimo sia una battuta, però interessante la riflessione sulla moda (anche se credo qualcuno potrebbe portare esempi per smentirti, ma chi se nefrega), e soprattutto bello il finalone apocalittico, me lo immagino con le trincee in mezzo alla città, i matusa asserragliati negli uffici e nei direzionali, mentre le baby gang controllano le strade, e intorno monumenti e palazzi devastati.
ciao, e.

a. ha detto...

mi piace portare alcune riflessioni all'estremo si, però sull'Italia capitale dei matusa ero serissimo...

Benitot ha detto...

Mai più d'accordo con la linea di rabbia e violenza proposta da un pervicace Magister.

femore ha detto...

bella, vera e amara riflessione… sai cosa manca? il soggetto delle pratiche di cui parli, di chi direttamente o indirettamente ha deciso che prima era cool la gioventù, ora è cool tutto quello che giovane "fu" (la vecchiaia non è cool, a parte le provocazioni di american apparel). Cioè la generazione dei "nostri" genitori (di noi bimbi trentenni), generazione nata tra gli anni '40 e gli anni '60, nel sogno del progresso illimitato dell'immediato dopo guerra e del futuro a portata di mano, un sogno che man mano che si sgretolava hanno proiettato sui propri figli, prima nella forma del gioco, poi in quella della prosecuzione dei propri sogni personali, lavorativi e non.
I più fortunati si sono ritrovati almeno un lavoro che garantisce loro un reddito, ancora per qualche anno, e un po' di soldi di chi invece al futuro pensava ancora nella forma di un domani che non avrebbero mai vissuto, da tramandare ai propri figli (i nostri nonni). A tutti gli altri rimane solamente questo sogno sgretolato ed un continuo presente in cui l'unico futuro possibile è il sogno passato dei nostri genitori, un passato da cui liberarsi non è semplice ma necessario.
Un passato da cui invece, si spera, le nuove generazioni si stiano già liberando in qualche modo, per costruire un modo di vivere la vita e la temporalità in maniera completamente diversa. Se questo avverrà con violenza o meno non lo sappiamo, però che noi continuiamo a stare a guardare senza muovere una foglia, questo sì che è una violenza ed una colpa di cui prima o poi i "nostri" figli chiederanno il conto.
L'incapacità di pensarci come generazione adulta, l'incapacità di pensarci collettivamente e di richiedere diritti e protagonismo per quel che siamo e non per quel che eravamo, la pagheremo, anzi la stiamo pagando cara.

a. ha detto...

http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/24/foto/pubblicita_moda_eta-1273728/1/#media