7.10.12

La morte

è una gran seccatura. Recentemente mi è capitato di fare una cosa terribile, addirittura ai confini con l'impossibile. Non è la prima volta che mi succede e sono sicuro che molti di voi lo hanno provato prima di me. Guardare una persona che muore in un letto d'ospedale, stringere loro la mano in quelli che saranno gli ultimi istanti di vita.

E' un'esperienza edificante, una di quelle che cambia la vita, per un semplice motivo: ci mette in contatto diretto con il concetto di fine. Nella sua accezione assoluta e incontrovertibile. Amici e parenti accanto alla persona cara che soffre non hanno altra scelta che quella di rimanere a vegliare inutilmente. Un po' orgogliosi per la scorza dura di chi sembra volersi tenere aggrappato a questo mondo e un po' disperati per lo stillicidio che potrebbe seguire. Un po' tetri e impassibili guardiani della morte altrui e un po' ultimi custodi del più sacro dei momenti della vita, quella in cui sta per scomparire.

Le persone così riunite fanno discorsi strani senza sapere bene a chi si stanno davvero rivolgendo. Forse parlano alla dolorosa presenza che non può sentirli o discutono con loro stessi perdendosi dunque in un soliloquio fatto di cose passate. A metà strada tra le due dimensioni la morte diviene dunque l'occasione prefetta per ricordare ciò che è stato e che non sarà più. Una conclusione senza appello, di una finitezza a cui ultimamente sembra essersi disabituati.

La storia recentissima, quella della retromania e dell'accesso assoluto in ogni momento in qualunque luogo ci ha dato l'illusione di poter scalfire questa granitica certezza. Il ricordo di qualcosa o qualcuno riverberato all'infinito dalle finestre di YouTube o le parole scritte per sempre nella cache di Google sono il simulacro di un'immortalità digitale che ci circonda completamente e a cui stiamo disperatamente cercando di credere. Ma non solo.

Le molteplici possibilità dateci dalla tecnologia di produrre informazioni e di rendere reali i nostri progetti e sogni così come le nuove forme di micro-celebrità concretizzatesi con l'ascesa dei network sociali (vale ancora la pena parlare di webstar?) sono menzogne auto raccontate di come sia finalmente alla portata di tutti far passare il proprio nome alla storia, sconfiggere finalmente la morte grazie al tasto like.

Persino le avanguardie dell'ultramoderno che tanto amiamo, i futurologi suoi profeti che gettano lo sguardo più avanti di chiunque altro si scontrano con un buio impossibile da scavalcare. Il più celebre di quelli viventi, Ray Kurzweil già inventore di innumerevoli oggetti (dai moderni sintetizzatori musicali allo scanner universale per ciechi), consulente del governo americano e protagonista della copertina di Time Magazine ne ha fatto la propria ossessione. Da un lato ci parla della singolarità: un tempo relativamente vicino (2045 dice lui) in cui l'uomo smetterà di morire grazie ad un incredibile progresso tecnologico. Dall'altro (quasi stentando a credere alle sue stesse parole) cerca di riportare in vita il proprio padre.

Da anni raccoglie documenti, foto e ricordi del genitore scomparso sicuro che entro breve tempo sarà possibile inserire tutto in un cervellone elettronico capace di simulare un essere umano. Uno scenario più spaventoso che fantascientifico. Proprio lui che intervistato a bordo della sua veloce auto mentre passa da una conferenza all'altra sembrava ricordare a noi semplici umani la più elementare delle regole: "Ci sono discussioni per decidere il momento esatto in cui la vita inizia ma non quello in cui finisce".

[foto gillian]

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