Ho una nuova droga: si chiama Tumblr. Per molti sarà cosa stranota ma permettetemi di spiegarla ai pochi non iniziati. Lasciatemelo fare per un semplice motivo: anche se estremamente popolare secondo me è destinato a ben più grande gloria. Nato nel 2007, quando i blog passavano da novità del giorno a piattaforma standard per la costruzione di qualunque sito Internet generalista, Tumblr ne frantumava la grammatica riducendola ai suoi elementi più essenziali. Se un sito era fatto soprattutto di parole o (peggio) di roboanti quanto inutili grafiche psichedeliche su Tumblr oggi non c'è posto né per l'uno né per l'altro.
Video, citazioni (più che post veri e propri), link o anche testi ma rigorosamente a brandelli, soprattutto foto. Il crescere di questa nuova piattaforma rende clamorosamente evidente come la forma espressiva del contemporaneo non sia più tanto la parola scritta quando l'immagine stampata (nella nostra retina). Hanno buon gioco gli esperti a dire che non si è mai scritto tanto come oggi, vero, eppure l'efficacia del messaggio, il suo peso specifico e la capacità di veicolarsi attraverso la comunità sono profondamente cambiati.
Facciamo un altro esempio: avete notato come su Facebook, luogo sociale online per antonomasia, chiunque debba dire qualcosa, anche solo poche parole, preferisca accompagnarlo ad una grande foto d'impatto? Non è sempre stato così, anzi, una volta si avrebbe avuto paura di distogliere l'attenzione dal centro del messaggio. Non oggi quando persino i dinosauri dell'editoria Italiana nei loro social preferiscono spararle grosse per immagini invece che perdersi in lunghi discorsi. I vari Wired, Buzzfeed e Huffington Post oltreoceano lo fanno già da tempo. Così come gli amici che tanto odiate e che non smettono di condividere quelle foto motivazionali con le citazioni di questo o quel personaggio famoso ormai scomparso.
E ancora: le uniche realtà ad essere emerse con prepotenza dal Web mondiale negli ultimi anni sono proprio basate su questo tipo di logica. Pinterest e Instagram non sono altro che database per immagini. Il primo una sorta di schedario dei desideri o dei nostri riferimenti (in fondo una versione più ordinata e femminile di Tumblr ma difficilmente capace di rimpiazzarlo) e il secondo della nostra stessa vita scandita da uno scatto seppiato dopo l'altro.
Le ragioni per questa piccola rivoluzione copernicana sono molteplici. Banalmente la facile digeribilità di una foto rispetto alla parola scritta. Guardando un'immagine si ha una reazione immediata, il messaggio raggiunge il suo destinatario e ne ha risposta in un tempo minore di quello necessario a comprendere un testo scritto. L'ecosistema del Web cambia di conseguenza: viene lentamente superata la struttura basata su i motori di ricerca e le sue parole chiave in favore di un ambiente sociale dove a farla da padrone sono proprio i sistemi basati sull'iconografia più basilare citati qui sopra.
Più di tutto però è il modo di conoscere le cose ad essere mutato. Davanti al problema di districarsi in un dedalo sensoriale come Internet è difficile sapere cosa si sta cercando davvero. Un tempo si partiva con una curiosità, la si inseriva nella casella e si aspettava la risposta. Oggi le scoperte più stimolanti sono invece quelle che arrivano a noi attraverso il meccanismo della serendipità. Inciampiamo su i contenuti (ovvio pensare a un colosso come StumbleUpon) più che rintracciarli coscientemente. Un sito come Reddit, che pomposamente ma a ragione si definisce "la homepage di Internet" è stato acquistato da un colosso dell'editoria tradizionale come Condé Nast.
In un contesto del genere diventa dunque fondamentale poter giudicare in un battito di ciglia, scorrendo tra migliaia di riferimenti riconoscere subito quello che ci appartiene o ci interessa. L'universo della comunicazione, origine e simulacro al tempo stesso di altri come quelli della finanza o politica si basa sul semplice meccanismo del desiderio. E' questo il bisogno da soddisfare per produrre circolazione di informazioni e dati, siano o meno a pagamento. A spiegarci come fare è un professore d'eccezione: Hannibal Lecter. Nell'ottimo Silenzio degli Innocenti è lui a indirizzare la testarda detective sulla pista giusta con un semplice ma fondamentale sillogismo oggi utile anche a spiegare l'ascesa dell'immagine a primo veicolo di comunicazione online. Prima di volere qualcosa dobbiamo dunque scoprirne l'esistenza, sapere che esso esista davvero.
"Che cosa fa l'uomo che cerchi? Qual è la prima cosa che fa? Quali bisogni soddisfa uccidendo? Desidera! E come cominciamo a desiderare? Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno"
[foto Retronaut]
17.11.12
30.10.12
Pogo / Tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai osati chiedere
Questo post è scritto a quattro mani con Emanuele Tartuferi
1) Le origini. Forse non tutti sanno che il nome del ballo ha origini buffe e relativamente antiche. Avete presente quel bastone con una pedana e una molla sul fondo che vi permette, saltandoci sopra, di rimbalzare sul posto? Avete notato che simula lo stesso movimento che fanno quei capelloni durante i concerti dei Sepultura? Sapete come si chiama quell’affare? Indovinato: Pogo, dal nome dei due brevettatori Max Pohlig e Erns Gottschall che nel 1920 ad Hannover registrarono l'invenzione. Uno dei casi in cui il nome dell’oggetto è diventato quello del movimento da essa innescato. L’oggetto sparisce e rimane solo l’inerzia su di noi che da 100 anni continuiamo ad amare irragionevolmente ogni buona occasione per saltare su e giù.
2) Pogo vuol dire amore. Proprio come i futuristi ci vogliono convincere che la vera passione può scaturire solo in momenti tragici (una guerra, una carestia, tutto purché ci sia d'aver paura) così l’amante di questo “ballo” non mancherà di volerci far notare quanta fratellanza è insita nel tentare di lussare le spalle dei nostri amici. Una delle principali regole non scritte è infatti quella di fermarsi nel momento stesso in cui qualcuno cade per terra. Più la lotta è serrata e più ci sarà una dimostrazione di rapidità. Se una povera ragazza cade in terra col rischio di essere calpestata dagli altri attorno l’efficienza e i tempi di reazione seguono una rigorosa proporzione inversa. Ad un concerto indie rock ci sarà il rischio di rimanere schiacciati da una selva di Converse poco attente. Al contrario in prima fila al Gods Of Metal potete essere sicuri che anche in caso di caduta non avrete torto neppure un capello e anzi un equipe di paramedici in look total black è già pronta a soccorrervi. Li riconoscerete dalle croci rovesciate sul berretto.
3) Guardati alle spalle. Se proprio dovessimo darvi un consiglio e uno soltanto allora state attenti a quello che succede dietro di voi. Anche se gli altri ballerini potrebbero ficcarvi un gomito in un occhio, pestare un piede con un anfibio o schiacciarvi addosso le loro pance flaccide e sudate non è nulla di grave in confronto alle inaspettate cariche che arrivano dalle retrovie. Il primo passo è quello di spingere il prossimo andandogli addosso, il buon vecchio bisogno di contatto fisico. Più spazio ci sarà attorno a voi e più ci sarà il rischio di trasformarsi dunque in proiettili umani diretti verso il nulla o peggio ancora verso la transenna. Vale dunque più che mai l’adagio “Dagli amici mi guardi Iddio ché dai nemici ci penso io”. Assicuratevi di avere più gente possibile attorno a voi, usateli come cuscinetti di salvataggio. Se vi accorgete di essere improvvisamente isolati c’è una ragione possibile: fra un secondo quel punk viola in volto e con la catena al collo vi salterà alle spalle e il vostro polmone destro ne pagherà le conseguenze.
4) Una questione politica. "Il pogo non è che la continuazione della guerra con altri mezzi" Altro che la politica! Se Von Clausewitz fosse vissuto abbastanza per farsi una sana sudata e qualche livido ad un concerto dei Nirvana, di sicuro avrebbe pronunciato la fatidica frase. Prepararsi ad un concerto Rock non è una passeggiata. Spendere 10 euro in libreria per capire che Sun Tzu non è il nome di una band metal esoterica ma lo scrittore del più famoso libro sull'arte della guerra vi aiuterà a tornare sani e salvi a casa. Perchè il Pogo, così come la guerra, è innanzitutto simulazione: "Le apparenze prenderanno il posto del reale in ogni possibile variazione". L'energumeno di 130 chili che vi sta per ficcare la spalla in gola, caricandola più di un'onda energetica di un Super Saiyan in attesa del segnale del sadico chitarrista sul palco ("al mio riff, scatenate l'inferno!"), diventerà una versione edulcorata del pulcino Pio quando vedrà la vostra faccia sfigurata dal sudore puntare dritto verso di lui. Spalle al palco, ghigno diabolico, le mani e le braccia a tenere la massa informe dietro di voi, sarete gli unici a sfidare direttamente sul campo da guerra i vostri nemici e avrete il loro rispetto. E mentre sfogheranno la rabbia tra di loro evitandovi accuratamente, non dovete far altro che buttarvi nella mischia e colpire senza pietà e senza discriminare nessuno. Sì perchè il Pogo in fin dei conti è "democratico", proprio come la guerra.
5) Odi et amo. Il vero hardcore warrior è in qualche modo simile ad un sommelier di vini: sa riconoscere mille diverse sfumature di pogo da tanti piccoli dettagli. La musica della band che sta suonando, il tipo di locale e dunque di clientela, la progressiva scivolosità del terreno di gioco dipesa dal genere di bevande cadute in terra. Sulla vodka si poga in una certa maniera, quello che arriva sul pavimento della festa della birra di Camaldoli è tutta un'altra storia. Non serve arrivare sotto palco per scoprire la verità, basta annusare l’aria, misurare il grado di aggressività, capire se si tratta ancora di un gioco o se la quantità di ormoni nell’aria ha superato il livello di guardia. Purtroppo il pericolo è quello di trasformare il Pogo in un vero e proprio rito dell’accoppiamento dove il maschio adulto per farsi notare dalle femmina tatuata le si scaraventa addosso privilegiando il petto muscoloso invece che la più prevedibile zona pelvica. Tanto più sarà violento l’impatto più importante sembrerà la dichiarazione d’amore. C’è poesia in tutto questo, eros e thanatos non sono mai stati così vicini quando si torna a casa con un ematoma per colpa di un ciccione che non pucia il biscotto da troppo tempo.
6) Se avete voglia di pogo, procuratevelo. Il pogo è anche arte, improvvisazione, caos e non può essere sempre programmato. Non serve aspettare il concerto degli Slayer, riempire la macchina di latte di birra Faxe, wurstel e amici dal rutto facile. La tipa vi obbliga a portarla al concerto della Bandabardò? Quale luogo migliore per scaricare le vostre frustrazioni! Basterà allontanarsi un attimo con la scusa di un drink al bar, aspettare il momento giusto, "attenziò concentraziò" e due spallate assestate ben bene basteranno a spezzare il mantra basculante della massa freakettona. Sarà come lanciare una pallina da flipper, in un attimo si scatena il delirio, tutti si scoprono adoratori dello scontro e della rissa totale. Rasta che si intrecciano fra loro, sandali che volano in ogni dove. Scoprirete che il pogo non conosce barriere, limiti di età né di genere. Il Pogo è la massoneria del rock'n'roll, il Rotary della musica: nessuno ne parla ma quando si tratta di fare sul serio ci sono tutti dentro. E non lamentarti troppo se tutto ad un tratto vedi la tua tipa volare come un angelo sorretta da mani che la palpano in ogni dove. Recuperala a suon di pogate assestate con precisione e vedrai che dopo tutta questa adrenalina, forse stasera sarà la volta buona che....
7) Rito di passaggio."Ho visto cose che voi umani..." Sì, ho visto gente pogare al concerto dei Radiohead, tanti anni fa. Si può fare? E' nel codice deontologico del pogatore professionista? Certo, pogare è sempre lecito, ma attenzione. E' proprio nella situazione all'apparenza più tranquilla che si nasconde la trappola. L'errore che vanifica tutte le tue certezze sulla magnifica arte del pogo. D'altronde, come prevedere la rottura di una costola durante l'esecuzione di un brano da marcia funebre come Street Spirit. Neanche il tempo di alzare il braccio con l'accendino acceso (per una volta ti senti buono ed in pace col mondo come nella pubblicità della Coca Cola), c'è Thom che ti canta la ninna nanna e all’improvviso SBAM! Qualcuno ha deciso che non è tempo di deporre le armi, il palazzetto dello sport in preda al delirio, interi gruppi di persone che si scontrano ed il nerd brufoloso che avevi vicino un attimo prima ora si è trasformato in Voltron. Poi ad un tratto parte la moviola. Scena in rallenty. Il tranquillo, pacifico e misurato compagno di banco dalla faccia pulita di fianco a te, all'ennesima bordata sulla faccia si trasforma in un mix tra Myke Tyson e Jack Torrance, carica con tutta tranquillità il sinistro e lo conficca nel rene del povero malcapitato di fronte. Un attimo per vedere la smorfia di dolore e un'onda umana improvvisa ti sbatte dall'altra parte del palazzetto. Ti giri e noti che dal viso del tuo compare sono miracolosamente scomparsi i brufoli, sguardo sicuro di chi ce l'ha fatta. Il pogo è un po' come la prima chiavata. Il pogo emancipa. Il pogo ti rende un uomo vero.
8) Botte moderne. Può sembrare un controsenso ma non si è mai pogato tanto come oggi, proprio ora che è il tempo della musica gassosa e liofilizzata contenuta nelle chiavette USB. Il perché prova a suggerirlo un guru vero e proprio come David Byrne che presentando il suo ultimo libro dall'altisonante titolo “How Music Works” dichiara: “Oggi sembra che la musica pop non possa più evolversi oltre. La puoi mescolare e riconfigurare continuamente. La cosa interessante è che nel mezzo di tutta questa creatività ispirata dalla tecnologia c'è un'impennata verso la musica suonata dal vivo. In un certo senso stiamo tornando a come erano le cose prima delle tecniche di registrazione, quando una canzone o un brano esistevano solo nel momento della performance o della reinterpretazione. Le persone sembrano desiderare la comunione dell'esperienza dal vivo. Vogliono uscire e stare assieme in opposizione al sedere da soli guardando lo schermo”. Difficile non pensare all'ultima tendenza musicale globale del Dubstep dove ad un suono completamente artificiale messo assieme da stregoni pittati e rasati come Skrillex corrispondono invece concerti live colmi del sudore del suo pubblico intento a spintonarsi dal primo all'ultimo beat. Cambiano le mode, i programmi i timbri e le pettinature ma il pogo non accenna a fermarsi.
[foto LIFE]
7.10.12
La morte
è una gran seccatura. Recentemente mi è capitato di fare una cosa terribile, addirittura ai confini con l'impossibile. Non è la prima volta che mi succede e sono sicuro che molti di voi lo hanno provato prima di me. Guardare una persona che muore in un letto d'ospedale, stringere loro la mano in quelli che saranno gli ultimi istanti di vita.
E' un'esperienza edificante, una di quelle che cambia la vita, per un semplice motivo: ci mette in contatto diretto con il concetto di fine. Nella sua accezione assoluta e incontrovertibile. Amici e parenti accanto alla persona cara che soffre non hanno altra scelta che quella di rimanere a vegliare inutilmente. Un po' orgogliosi per la scorza dura di chi sembra volersi tenere aggrappato a questo mondo e un po' disperati per lo stillicidio che potrebbe seguire. Un po' tetri e impassibili guardiani della morte altrui e un po' ultimi custodi del più sacro dei momenti della vita, quella in cui sta per scomparire.
Le persone così riunite fanno discorsi strani senza sapere bene a chi si stanno davvero rivolgendo. Forse parlano alla dolorosa presenza che non può sentirli o discutono con loro stessi perdendosi dunque in un soliloquio fatto di cose passate. A metà strada tra le due dimensioni la morte diviene dunque l'occasione prefetta per ricordare ciò che è stato e che non sarà più. Una conclusione senza appello, di una finitezza a cui ultimamente sembra essersi disabituati.
La storia recentissima, quella della retromania e dell'accesso assoluto in ogni momento in qualunque luogo ci ha dato l'illusione di poter scalfire questa granitica certezza. Il ricordo di qualcosa o qualcuno riverberato all'infinito dalle finestre di YouTube o le parole scritte per sempre nella cache di Google sono il simulacro di un'immortalità digitale che ci circonda completamente e a cui stiamo disperatamente cercando di credere. Ma non solo.
Le molteplici possibilità dateci dalla tecnologia di produrre informazioni e di rendere reali i nostri progetti e sogni così come le nuove forme di micro-celebrità concretizzatesi con l'ascesa dei network sociali (vale ancora la pena parlare di webstar?) sono menzogne auto raccontate di come sia finalmente alla portata di tutti far passare il proprio nome alla storia, sconfiggere finalmente la morte grazie al tasto like.
Persino le avanguardie dell'ultramoderno che tanto amiamo, i futurologi suoi profeti che gettano lo sguardo più avanti di chiunque altro si scontrano con un buio impossibile da scavalcare. Il più celebre di quelli viventi, Ray Kurzweil già inventore di innumerevoli oggetti (dai moderni sintetizzatori musicali allo scanner universale per ciechi), consulente del governo americano e protagonista della copertina di Time Magazine ne ha fatto la propria ossessione. Da un lato ci parla della singolarità: un tempo relativamente vicino (2045 dice lui) in cui l'uomo smetterà di morire grazie ad un incredibile progresso tecnologico. Dall'altro (quasi stentando a credere alle sue stesse parole) cerca di riportare in vita il proprio padre.
Da anni raccoglie documenti, foto e ricordi del genitore scomparso sicuro che entro breve tempo sarà possibile inserire tutto in un cervellone elettronico capace di simulare un essere umano. Uno scenario più spaventoso che fantascientifico. Proprio lui che intervistato a bordo della sua veloce auto mentre passa da una conferenza all'altra sembrava ricordare a noi semplici umani la più elementare delle regole: "Ci sono discussioni per decidere il momento esatto in cui la vita inizia ma non quello in cui finisce".
[foto gillian]
E' un'esperienza edificante, una di quelle che cambia la vita, per un semplice motivo: ci mette in contatto diretto con il concetto di fine. Nella sua accezione assoluta e incontrovertibile. Amici e parenti accanto alla persona cara che soffre non hanno altra scelta che quella di rimanere a vegliare inutilmente. Un po' orgogliosi per la scorza dura di chi sembra volersi tenere aggrappato a questo mondo e un po' disperati per lo stillicidio che potrebbe seguire. Un po' tetri e impassibili guardiani della morte altrui e un po' ultimi custodi del più sacro dei momenti della vita, quella in cui sta per scomparire.
Le persone così riunite fanno discorsi strani senza sapere bene a chi si stanno davvero rivolgendo. Forse parlano alla dolorosa presenza che non può sentirli o discutono con loro stessi perdendosi dunque in un soliloquio fatto di cose passate. A metà strada tra le due dimensioni la morte diviene dunque l'occasione prefetta per ricordare ciò che è stato e che non sarà più. Una conclusione senza appello, di una finitezza a cui ultimamente sembra essersi disabituati.
La storia recentissima, quella della retromania e dell'accesso assoluto in ogni momento in qualunque luogo ci ha dato l'illusione di poter scalfire questa granitica certezza. Il ricordo di qualcosa o qualcuno riverberato all'infinito dalle finestre di YouTube o le parole scritte per sempre nella cache di Google sono il simulacro di un'immortalità digitale che ci circonda completamente e a cui stiamo disperatamente cercando di credere. Ma non solo.
Le molteplici possibilità dateci dalla tecnologia di produrre informazioni e di rendere reali i nostri progetti e sogni così come le nuove forme di micro-celebrità concretizzatesi con l'ascesa dei network sociali (vale ancora la pena parlare di webstar?) sono menzogne auto raccontate di come sia finalmente alla portata di tutti far passare il proprio nome alla storia, sconfiggere finalmente la morte grazie al tasto like.
Persino le avanguardie dell'ultramoderno che tanto amiamo, i futurologi suoi profeti che gettano lo sguardo più avanti di chiunque altro si scontrano con un buio impossibile da scavalcare. Il più celebre di quelli viventi, Ray Kurzweil già inventore di innumerevoli oggetti (dai moderni sintetizzatori musicali allo scanner universale per ciechi), consulente del governo americano e protagonista della copertina di Time Magazine ne ha fatto la propria ossessione. Da un lato ci parla della singolarità: un tempo relativamente vicino (2045 dice lui) in cui l'uomo smetterà di morire grazie ad un incredibile progresso tecnologico. Dall'altro (quasi stentando a credere alle sue stesse parole) cerca di riportare in vita il proprio padre.
Da anni raccoglie documenti, foto e ricordi del genitore scomparso sicuro che entro breve tempo sarà possibile inserire tutto in un cervellone elettronico capace di simulare un essere umano. Uno scenario più spaventoso che fantascientifico. Proprio lui che intervistato a bordo della sua veloce auto mentre passa da una conferenza all'altra sembrava ricordare a noi semplici umani la più elementare delle regole: "Ci sono discussioni per decidere il momento esatto in cui la vita inizia ma non quello in cui finisce".
[foto gillian]
30.9.12
Manuale (di istruzioni)
Ci sono due tipi di persone al mondo: quelli che bramano per poter essere i primi a leggere un libretto d'istruzioni e chi non lo farebbe per nulla al mondo. Di solito si scrivono i panegirici dei secondi: selvaggi e contestatori delle regole che nella mitologia Jobsiana dello “Stay hungry, stay foolish” sono automaticamente considerati dei creativi. Non a caso il primo grande killer del manuale distruzioni è stata proprio la Apple che con i suoi prodotti “semplici ma per persone intelligenti” li ha aboliti. Come se ci fosse un vaso comunicatore dell'usabilità: allo sparire delle indicazioni d'utilizzo aumenta automaticamente la sua semplicità.
Un'attitudine contemporanea o addirittura anticipatrice di quello che è accaduto online. Guardate come sono strutturate le FAQ dei più grandi social network online, Facebook in primis. Oltre una striminzito elenco di grandi argomenti molto del flusso delle informazioni e dei loro aggiornamenti sono lasciati alla propria comunità che pone domande e le risolve in totale autonomia. Comodo ed efficace. Un sito come Yahoo!Answers è fondato proprio su questo meccanismo con l'ambizioso obiettivo di estenderlo all'intero scibile umano: da come asciugare correttamente l'insalata sino alla geometria non euclidea. La cultura Wiki della condivisione dei documenti e della loro scrittura a più mani ha sovrascritto qualunque possibilità di concepire la possibilità di confidare in un'unica illuminante opinione, ciò che conta ora è il crowdsourcing delle idee e delle informazioni. Più se ne parla e più sembra impossibile trovare un lato negativo ad uno sviluppo culturale che si avvicina davvero ad un'utopia di ineffabile conoscenza globale .
E se tutto questo più che alla Biblioteca d'Alessandria somigliasse alla conclusione di Fahrenheit 451? Ricordate: spariti i libri rimanevano i ricordi delle persone che dopo averli mandati a memoria avevano il compito di tramandarne il contenuto. Allo stesso modo dopo aver metaforicamente bruciato tutti i manuali di istruzioni non ci rimane che chiedere lumi online, confidando nella prodigiosa memoria della Rete e nella possibilità di potervi sempre accedere. All'altare del progresso si può sacrificare tutto ma non la nostalgia. Il brivido lungo la schiena dopo essere stati i primi a poter leggere le istruzioni del nuovo gioco da tavola avuto in regalo per Natale vicino di casa. Quella mattina di Santo Stefano, per 10 minuti almeno, avete avuto le sembianze di un inavvicinabile demiurgo con in mano la verità rivelata, impossibile da ripetere oggi che va collezionata tanti piccoli frammenti da raccogliere sul selciato della piazza digitale.
[foto Claudio Cecchetto]
9.9.12
Desktop
C'era una volta la cameretta, fino a qualche anno fa lo spazio privilegiato da ogni adolescente sulla faccia della terra per rappresentare il forma fisica il proprio mondo interiore. Una versione casareccia del feng-shui come a dire: "Io sono proprio così, come questi mobili, questi poster, a volte persino come questi orsacchiotti pelosi appoggiati sul mio letto". Qualcuno ci aveva fatto un libro, Fuori tutti, per forza di cose fotografico, un'immagine vale più di mille parole soprattutto se pronunciata da un adolescente ancora confuso, spalle al muro nel tentativo di doversi descrivere seppur per un affascinante bestiario.
Volendo credere alla favola della vita sulla nuvola oggi le nostre camerette sono state piegate su loro stesse qualche milione di volte fino ad entrare in notebook sempre più sottili, tanto che qualcuno prova persino a tagliarci la frutta. Scrivania, libreria, archivio, biblioteca e tutto il resto nello spazio di pochi pollici ma il gioco del capire una persona dalla propria attitudine dispositiva rimane valido. Solo spostato su un altro piano.
Quello del Desktop appunto, che sin dal nome familiare rimane il vero punto di contatto tra il mondo digitale e quello reale della nostra stanzetta ormai smaterializzatasi. Un piano di lavoro intangibile, potenzialmente infinito, per questo estremamente rivelatore sul suo proprietario. Lo abbiamo fatto tutti: spiare lo schermo del nostro vicino una volta terminata l'avvio del computer per vedere la sua immagine di sfondo, essere stupiti dal rigore nella disposizione delle icone piuttosto che dal caos esplosivo che alcuni preferiscono.
Un lampo di luce ed eccolo lì il nostro unico vero Avatar. Altro che invenzioni trascendentali alla James Cameron o cinema 3D la rappresentazione digitale della nostra persona è tutta nel rizoma disegnato da cestini, computer, reti e cartelle nello spazio 1920X1080 solitamente riservatoci. Ma la sorpresa è dietro l'angolo: lo specchio del nostro sistema operativo somiglia a un contrappasso Dantesco dove qualità e disposizioni mondale si rivoltano quasi completamente.
Primi della classe, assicuratori dalla camicia inamidata si aggirano smarriti dentro scatole cinesi, file di testo dai nomi indifferenti e immagini delle vacanze di parecchie estati fa. Un dedalo che hanno disegnato loro stessi in un equilibrato cocktail di ignavia, bramosia d'accumulo guidati dal mendace mantra: "E' il mio disordine, lo troverò in un attimo". Dall'altra parte l'amico eccentrico che divide monolocale e servizi con il proprio cane, quello che se qualcuno non gli urla dietro prima di uscire la mattina si scorderebbe anche la testa, proprio lui è il sovrano della precisione virtuale.
Ogni figura appoggiata sul suo schermo disegna un quadro preciso, un moderno decumano romano dove strade di icone si incrociano ordinatamente in una metropoli di dati con la giusta dose di ecologia. Aiuole di spazi vuoti dove tirare un sospiro di sollievo tra un agglomerato di informazioni e l'altro. Nulla risiede più nel suo computer, tutto è già sulla nuvola.
I primi ad abbracciare il cambiamento della nebulizzazione dell'esistenza sono stati ovviamente quelli che quaggiù nel vecchio mondo di una volta si trovavano più a disagio. Come a volerci dire che se un tempo ci sembravano così arruffati e confusi era solo perchè peccavano d'eccessivo anticipo sulle cose che prima o poi, lo sapevano, sarebbero arrivate in loro aiuto. Gli ultimi saranno i primi è proprio vero.
[foto Cap]
Volendo credere alla favola della vita sulla nuvola oggi le nostre camerette sono state piegate su loro stesse qualche milione di volte fino ad entrare in notebook sempre più sottili, tanto che qualcuno prova persino a tagliarci la frutta. Scrivania, libreria, archivio, biblioteca e tutto il resto nello spazio di pochi pollici ma il gioco del capire una persona dalla propria attitudine dispositiva rimane valido. Solo spostato su un altro piano.
Quello del Desktop appunto, che sin dal nome familiare rimane il vero punto di contatto tra il mondo digitale e quello reale della nostra stanzetta ormai smaterializzatasi. Un piano di lavoro intangibile, potenzialmente infinito, per questo estremamente rivelatore sul suo proprietario. Lo abbiamo fatto tutti: spiare lo schermo del nostro vicino una volta terminata l'avvio del computer per vedere la sua immagine di sfondo, essere stupiti dal rigore nella disposizione delle icone piuttosto che dal caos esplosivo che alcuni preferiscono.
Un lampo di luce ed eccolo lì il nostro unico vero Avatar. Altro che invenzioni trascendentali alla James Cameron o cinema 3D la rappresentazione digitale della nostra persona è tutta nel rizoma disegnato da cestini, computer, reti e cartelle nello spazio 1920X1080 solitamente riservatoci. Ma la sorpresa è dietro l'angolo: lo specchio del nostro sistema operativo somiglia a un contrappasso Dantesco dove qualità e disposizioni mondale si rivoltano quasi completamente.
Primi della classe, assicuratori dalla camicia inamidata si aggirano smarriti dentro scatole cinesi, file di testo dai nomi indifferenti e immagini delle vacanze di parecchie estati fa. Un dedalo che hanno disegnato loro stessi in un equilibrato cocktail di ignavia, bramosia d'accumulo guidati dal mendace mantra: "E' il mio disordine, lo troverò in un attimo". Dall'altra parte l'amico eccentrico che divide monolocale e servizi con il proprio cane, quello che se qualcuno non gli urla dietro prima di uscire la mattina si scorderebbe anche la testa, proprio lui è il sovrano della precisione virtuale.
Ogni figura appoggiata sul suo schermo disegna un quadro preciso, un moderno decumano romano dove strade di icone si incrociano ordinatamente in una metropoli di dati con la giusta dose di ecologia. Aiuole di spazi vuoti dove tirare un sospiro di sollievo tra un agglomerato di informazioni e l'altro. Nulla risiede più nel suo computer, tutto è già sulla nuvola.
I primi ad abbracciare il cambiamento della nebulizzazione dell'esistenza sono stati ovviamente quelli che quaggiù nel vecchio mondo di una volta si trovavano più a disagio. Come a volerci dire che se un tempo ci sembravano così arruffati e confusi era solo perchè peccavano d'eccessivo anticipo sulle cose che prima o poi, lo sapevano, sarebbero arrivate in loro aiuto. Gli ultimi saranno i primi è proprio vero.
[foto Cap]
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