23.1.12
16.1.12
10.1.12
Tempo Reale (cfr. Liveblogging, Lifestreaming)
Non so voi ma una volta messo piede nella redazione di un sito Internet non ho fatto altro che sentir parlare di Tempo Reale. Ci ho messo un po' a cercare di decodificare il significato della definizione e provo a raccontarvelo qui di seguito.
A quanto sembra da poco è stata inventata una nuova dimensione. Si trova in uno spazio equidistante da altri due piani d'esistenza: il primo è quello che chiameremo del Tempo, un vettore monodirezionale proiettato verso il futuro pericolosamente simile d'aspetto all'ormai onnipresente Timeline di Facebook. Alle nostre spalle il passato con le foto da mocciosetti, davanti un futuro incerto da scrivere a colpi di status update nero su bianco dentro i nostri monitor.
Il secondo è quello della realtà: lo spazio della vita di tutti i giorni, i momenti in cui bevete un caffè, fate il bucato o l'amore con il vostro compagno, veri perché non digitali, ancora a base di carne sangue lacrime e tutto il resto. Scorrono paralleli come due amici che non cedono mai alla tentazione né di superarsi l'un l'altro né di guardarsi dritti nelle palle degli occhi. L'informazione incapace di conciliare o persino immaginare l'esistenza contemporanea di due ambienti del genere li ha separati come si fa con il taglio del salumiere, sperando di trovarne a posteriori una sintesi posticcia capace di far dormire loro sonni tranquilli.
Questo è stato prontamente fatto attraverso l'incredibile proliferazione nel linguaggio giornalistico di termini come il roboante Lifestreaming o l'immarcescibile Liveblogging quando non si è fatto altro che aggiornare all'era di Internet quella che una volta si chiamava telecronaca. Poco importa che al tempo si trattasse di seguire con rudimentali segnali FM la trasferta della squadra del cuore mentre oggi qualunque informazione ci raggiunge in maniera multipla, parallela e contemporanea tanto che la capacità di schivare il rumore di fondo è più importante della velocità con cui le acquisiamo.
E' così che la dimensione del Tempo Reale (come se tutto ciò che è fuori dall'immediatezza pornografica di Internet fosse invece racconto di fantasia) è divenuta la vera e propria chimera dell'analfabeta digitale, la cartina tornasole di uno scollamento con chi rimane incapace districarsi in questa multi-dimensionalità in verità piuttosto naturale. Come se la CNN non avesse inventato già 10 anni fa (con un linguaggio e su un media superato) il concetto di Breaking News in sovrimpressione. Enfasi sul presente che un tempo era dirompente e ora solo linguaggio comune.
Credendo dunque all'esistenza di un Tempo Reale, immagine di perfetta sincronia tra presente e futuro, rischiamo di pensare che ad essere veramente vissuti siano solo i momenti precisamente in bilico tra i due spazi: quello on e offline. L'annuncio via Twitter della propria entrata in doccia la mattina o la conferma al capo via Facebook dell'uscita dall'ufficio in orario straordinario, documenti recepiti come ufficiali e veritieri più di qualunque lettera chiusa da prezioso sigillo in ceralacca.
[foto EverLooking]
A quanto sembra da poco è stata inventata una nuova dimensione. Si trova in uno spazio equidistante da altri due piani d'esistenza: il primo è quello che chiameremo del Tempo, un vettore monodirezionale proiettato verso il futuro pericolosamente simile d'aspetto all'ormai onnipresente Timeline di Facebook. Alle nostre spalle il passato con le foto da mocciosetti, davanti un futuro incerto da scrivere a colpi di status update nero su bianco dentro i nostri monitor.
Il secondo è quello della realtà: lo spazio della vita di tutti i giorni, i momenti in cui bevete un caffè, fate il bucato o l'amore con il vostro compagno, veri perché non digitali, ancora a base di carne sangue lacrime e tutto il resto. Scorrono paralleli come due amici che non cedono mai alla tentazione né di superarsi l'un l'altro né di guardarsi dritti nelle palle degli occhi. L'informazione incapace di conciliare o persino immaginare l'esistenza contemporanea di due ambienti del genere li ha separati come si fa con il taglio del salumiere, sperando di trovarne a posteriori una sintesi posticcia capace di far dormire loro sonni tranquilli.
Questo è stato prontamente fatto attraverso l'incredibile proliferazione nel linguaggio giornalistico di termini come il roboante Lifestreaming o l'immarcescibile Liveblogging quando non si è fatto altro che aggiornare all'era di Internet quella che una volta si chiamava telecronaca. Poco importa che al tempo si trattasse di seguire con rudimentali segnali FM la trasferta della squadra del cuore mentre oggi qualunque informazione ci raggiunge in maniera multipla, parallela e contemporanea tanto che la capacità di schivare il rumore di fondo è più importante della velocità con cui le acquisiamo.
E' così che la dimensione del Tempo Reale (come se tutto ciò che è fuori dall'immediatezza pornografica di Internet fosse invece racconto di fantasia) è divenuta la vera e propria chimera dell'analfabeta digitale, la cartina tornasole di uno scollamento con chi rimane incapace districarsi in questa multi-dimensionalità in verità piuttosto naturale. Come se la CNN non avesse inventato già 10 anni fa (con un linguaggio e su un media superato) il concetto di Breaking News in sovrimpressione. Enfasi sul presente che un tempo era dirompente e ora solo linguaggio comune.
Credendo dunque all'esistenza di un Tempo Reale, immagine di perfetta sincronia tra presente e futuro, rischiamo di pensare che ad essere veramente vissuti siano solo i momenti precisamente in bilico tra i due spazi: quello on e offline. L'annuncio via Twitter della propria entrata in doccia la mattina o la conferma al capo via Facebook dell'uscita dall'ufficio in orario straordinario, documenti recepiti come ufficiali e veritieri più di qualunque lettera chiusa da prezioso sigillo in ceralacca.
[foto EverLooking]
9.1.12
Hipster
Anche se molti pensano che il termine abbia già da tempo saturato qualunque possibile discussione il suo utilizzo continua a crescere invadendo ormai anche la vita quotidiana: "sti cazzo di hipster" escalamava un ragazzo l'altro giorno davanti il negozio di American Apparel, "hipster? E chi sono?" rispondeva curioso il suo amico pennellone in visita in città per i saldi.
Volendo dunque semplificare le infinite discussioni semiologiche sul termine si potrebbe riportare la definizione con i piedi per terra chiedendosi semplicemente il perché dell'esistenza di un movimento del genere in questo preciso momento storico.
Oltre ogni possibile declinazione di questa tribù e della moda ad essa collegata l'unico comune denominatore è quello della esasperata ricerca della novità, in qualunque forma essa sia. Musicale, visiva, artistica, nella moda ovviamente: un'ansia da prestazione culturale che è la perfetta descrizione dell'affanno con cui ci relazioniamo all'indigestione informativa quotidiana. In fondo i primi hipster erano proprio i giovani cresciuti a cavallo delle due guerre mondiali: stretti nella prima grande ecatombe organizzata della storia dell'uomo erano nati per adottare la rivoluzione ritmica, d'immaginario e di stile incarnata dal jazz in piena ascesa.
Proprio in questo paradossale approccio di profonda disillusione ("no future") trovo una seconda giustificazione alla loro esistenza attuale. La guerra un tempo organizzata dalle Nazioni si è oggi spalmata sul mondo intero creando uno stato di perenne allarme e la nuova mitologia istantanea della Crisi strillata dalle prime pagine dei giornali è quanto di più vicino al senso di disperazione e fine della storia che dovevano provare i giovani di un tempo ricevendo notizie dal fronte.
Il tentativo di rifiutare la vita di ogni giorno rivoltando le sue regole è la parabola di tutti i movimenti subculturali giovanili da sempre, gli eccessi in termini di varietà, sincretismo e rapidità nell'evoluzione delle sue regole propri della figura dell'hipster ne sono la massima esaltazione.
L'esistenza della Rete e le capacità mimetiche del mercato odierno però ci mettono il loro zampino e il tutto trova il culmine in un clamoroso caso di eterogenesi dei fini. Scrive Simon Reynolds nel suo recente Retromania: La posizione geografica non conta più: i membri dell'Internazionale Hipster si somigliano l'un l'altro più di quanto non somiglino a coloro ai quali gli abitano fisicamente vicino. Oggi milioni di ragazzi di centinaia di nazioni diverse stanno infatti esercitando il proprio diritto all'essere diversi ritrovandosi invece tutti perfettamente identici nella prima vera identità generazionale globale che sia dato ricordare.
[foto True Londoner]
Volendo dunque semplificare le infinite discussioni semiologiche sul termine si potrebbe riportare la definizione con i piedi per terra chiedendosi semplicemente il perché dell'esistenza di un movimento del genere in questo preciso momento storico.
Oltre ogni possibile declinazione di questa tribù e della moda ad essa collegata l'unico comune denominatore è quello della esasperata ricerca della novità, in qualunque forma essa sia. Musicale, visiva, artistica, nella moda ovviamente: un'ansia da prestazione culturale che è la perfetta descrizione dell'affanno con cui ci relazioniamo all'indigestione informativa quotidiana. In fondo i primi hipster erano proprio i giovani cresciuti a cavallo delle due guerre mondiali: stretti nella prima grande ecatombe organizzata della storia dell'uomo erano nati per adottare la rivoluzione ritmica, d'immaginario e di stile incarnata dal jazz in piena ascesa.
Proprio in questo paradossale approccio di profonda disillusione ("no future") trovo una seconda giustificazione alla loro esistenza attuale. La guerra un tempo organizzata dalle Nazioni si è oggi spalmata sul mondo intero creando uno stato di perenne allarme e la nuova mitologia istantanea della Crisi strillata dalle prime pagine dei giornali è quanto di più vicino al senso di disperazione e fine della storia che dovevano provare i giovani di un tempo ricevendo notizie dal fronte.
Il tentativo di rifiutare la vita di ogni giorno rivoltando le sue regole è la parabola di tutti i movimenti subculturali giovanili da sempre, gli eccessi in termini di varietà, sincretismo e rapidità nell'evoluzione delle sue regole propri della figura dell'hipster ne sono la massima esaltazione.
L'esistenza della Rete e le capacità mimetiche del mercato odierno però ci mettono il loro zampino e il tutto trova il culmine in un clamoroso caso di eterogenesi dei fini. Scrive Simon Reynolds nel suo recente Retromania: La posizione geografica non conta più: i membri dell'Internazionale Hipster si somigliano l'un l'altro più di quanto non somiglino a coloro ai quali gli abitano fisicamente vicino. Oggi milioni di ragazzi di centinaia di nazioni diverse stanno infatti esercitando il proprio diritto all'essere diversi ritrovandosi invece tutti perfettamente identici nella prima vera identità generazionale globale che sia dato ricordare.
[foto True Londoner]
20.12.11
12.12.11
5.12.11
28.11.11
Simon Reynolds: Ci piacciono molte cose ma non amiamo più nulla
non so perché non abbia linkato e raccolto regolarmente nel mio sito i video che da tempo realizzo per Wired: ci tengo molto e ne vado discretamente orgoglioso. Inizio da questa settimana.
22.11.11
Chiudiamo tutti i negozi di dischi, subito
I negozi di dischi mi fanno schifo. Aspettate prima di aggredirmi però, capisco che la posizione possa sembrare forte, provocatoria e antipatica ma lasciatemi almeno spiegare le mie ragioni. Sono arrivato alla conclusione visitandone uno qui nel centro di Milano, tra i pochi rimasti direi, uno di quelli veri e propri. Niente catene stile supermercato della cultura piuttosto una media bottega della musica oggi abitato esclusivamente da maschi attorno i quaranta, con una piccola barbetta sotto al mento e una borsa di pelle modello dottore della mutua abbandonata tra le gambe mentre vaschettano tra gli scaffali.
Collezionisti ovviamente, chi altro si prenderebbe il disturbo di arrivare sin qua per comperare un disco quando abbiamo la spedizione su Internet, i negozi digitali, il download illegale, gli amici che ci masterizzano i dischi? Tutti sul luogo del delitto alla ricerca della chicca, dell'edizione limitata, del doppione da esibire in vetrina, quello che una volta doveva essere un brulicante luogo di ritrovo per incontri tra anime affini e curiose diventato improvvisamente simile ad un retrobottega di laboratorio. Ad una biblioteca di provincia al massimo. La presa di coscienza di tale decadenza mi ha colpito con un'enorme tristezza convincendomi definitivamente: chiudiamo tutti i negozi di dischi, ora, prima che sia troppo tardi, prima che persino il loro ricordo venga sovrascritto da tanta mestizia.
La risposta di solito è una: "Ma se sono proprio quelli gli ultimi luoghi dove la musica è davvero amata, rispettata"...è vero il contrario piuttosto. Nel momento della smaterializzazione del supporto e dell'esaltazione del suo contenuto questa estrema volontà di rimanere legati ad un oggetto è quanto di più triviale possibile. Se il feticismo è esaltare l'oggetto più della sua reale funzione e amarlo più del suo stesso contenuto allora i negozi di dischi sono vuoti templi di ciò che era un tempo, lontanissimi dal presente dove la passione che ribolle davvero si muove dentro forum, social network, blog e mail personali con un attaccamento famelico alla materia purificato da ogni antico rituale.
Perché continuare a vaschettare con piccoli polpastrelli quando tutto è a portata di mano? Perché questo gesto è quello di cui abbiamo bisogno per sentirci appartenenti ad una cerchia ristretta, aggrapparci all'abitudine e al rito nel momento di massima incertezza: tecnologica, politica, economica, culturale, filosofica etc etc. Come il condannato a morte che si riscopre credente prima della sua ultima giornata e chiede di essere confessato: comprensibile eppure grottesco.
Anni passati a cercare la svolta, il momento in cui tutto sarebbe cambiato, "dov'è il nuovo punk?" ci chiedevamo sbuffando tra un upload e l'altro. "Proprio qua" verrebbe da rispondere solo che mentre cercavamo la scossa nell'arrivo di un nuovo genere musicale e dell'epifania ad esso legato era nell'oggetto che lo conteneva che avremmo dovuto concentrarci. Le due cose, forma e sostanza, sono da sempre ovviamente legate, strano che a non capirlo siano proprio i più inossidabili tra i ricercatori di dischi con cui abbiamo iniziato: al tempo stesso indispettiti dal passato che non passa e inossidabilmente ancorati ad esso.
[foto acidpix]
Collezionisti ovviamente, chi altro si prenderebbe il disturbo di arrivare sin qua per comperare un disco quando abbiamo la spedizione su Internet, i negozi digitali, il download illegale, gli amici che ci masterizzano i dischi? Tutti sul luogo del delitto alla ricerca della chicca, dell'edizione limitata, del doppione da esibire in vetrina, quello che una volta doveva essere un brulicante luogo di ritrovo per incontri tra anime affini e curiose diventato improvvisamente simile ad un retrobottega di laboratorio. Ad una biblioteca di provincia al massimo. La presa di coscienza di tale decadenza mi ha colpito con un'enorme tristezza convincendomi definitivamente: chiudiamo tutti i negozi di dischi, ora, prima che sia troppo tardi, prima che persino il loro ricordo venga sovrascritto da tanta mestizia.
La risposta di solito è una: "Ma se sono proprio quelli gli ultimi luoghi dove la musica è davvero amata, rispettata"...è vero il contrario piuttosto. Nel momento della smaterializzazione del supporto e dell'esaltazione del suo contenuto questa estrema volontà di rimanere legati ad un oggetto è quanto di più triviale possibile. Se il feticismo è esaltare l'oggetto più della sua reale funzione e amarlo più del suo stesso contenuto allora i negozi di dischi sono vuoti templi di ciò che era un tempo, lontanissimi dal presente dove la passione che ribolle davvero si muove dentro forum, social network, blog e mail personali con un attaccamento famelico alla materia purificato da ogni antico rituale.
Perché continuare a vaschettare con piccoli polpastrelli quando tutto è a portata di mano? Perché questo gesto è quello di cui abbiamo bisogno per sentirci appartenenti ad una cerchia ristretta, aggrapparci all'abitudine e al rito nel momento di massima incertezza: tecnologica, politica, economica, culturale, filosofica etc etc. Come il condannato a morte che si riscopre credente prima della sua ultima giornata e chiede di essere confessato: comprensibile eppure grottesco.
Anni passati a cercare la svolta, il momento in cui tutto sarebbe cambiato, "dov'è il nuovo punk?" ci chiedevamo sbuffando tra un upload e l'altro. "Proprio qua" verrebbe da rispondere solo che mentre cercavamo la scossa nell'arrivo di un nuovo genere musicale e dell'epifania ad esso legato era nell'oggetto che lo conteneva che avremmo dovuto concentrarci. Le due cose, forma e sostanza, sono da sempre ovviamente legate, strano che a non capirlo siano proprio i più inossidabili tra i ricercatori di dischi con cui abbiamo iniziato: al tempo stesso indispettiti dal passato che non passa e inossidabilmente ancorati ad esso.
[foto acidpix]
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